Una civiltà ferita: l’India

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Naipaul ci presenta un’immagine non molto attraente – e certo sottratta alla fascinazione cui sono spesso soggetti gli occidentali – dell’India che percorre tra il 1975 e il 1976, nel libro India: a Wounded Civilization (Versione italiana Una civiltà ferita: l’India, trad. M. Dallatorre, Adelphi, Milano 2001). Lo sguardo di Naipaul, né indiano né occidentale, porta alla luce la miseria essenziale della civiltà indiana: secoli di dominio straniero ( prima musulmano, poi britannico), incapacità di autoanalisi, arcaismo tradizionalistico autoassolutorio e deresponsabilizzante, incapacità di superare la divisione in caste. Insomma, l’induismo come religione onnipervadente e debilitante.

“Ci ha esposti a mille anni di sconfitte e di stasi. Non ha dato agli uomini nessuna idea di contratto sociale, nessuna idea dello Stato” (p. 81). Dato il mio orientamento culturale, le pagine più interessanti mi paiono quelle che offrono elementi di antropologia sacrificale. Riporterò qualche passo.

Conosco, per esempio, la bellezza del sacrificio, così importante per gli arii. Era proprio l’idea di sacrificio a trasformare in un rito la preparazione del cibo: la prima cosa cucinata – di solito una pagnottella rotonda, non lievitata, una specie di miniatura, fatta appositamente – era sempre destinata al fuoco, alla divinità. (p. 14)

Le tradizioni della mia infanzia erano a volte misteriose. Non lo sapevo allora, ma i piccoli sassi levigati dentro il tabernacolo della casa di mia nonna, sassi che il nonno aveva portato con sé dall’India insieme alle altre suppellettili, erano dei simboli fallici: ciottoli – di pietra – al posto delle più eloquenti colonne di pietra. E perché proprio una mano maschile doveva impugnare il coltello con cui si tagliava la zucca? Un tempo mi era sembrato – per via dell’aspetto che ha una zucca tagliata a metà, dall’alto in basso – che nel rito ci fosse qualche allusione sessuale. La verità è più raccapricciante, come ho scoperto solo di recente, quando stavo per portare a termine questo libro: nel Bengala e nelle zone vicine la zucca è il sostituto vegetale di una vittima sacrificale; da qui la necessità di una mano maschile. So di essere un forestiero in India, ma mi rendo sempre più conto che i miei ricordi indiani, i ricordi di quell’India che mi sono portato dentro per tutta l’infanzia a Trinidad, sono come botole aperte su un passato senza fondo. (p. 15)

Secondo Naipaul, l’induismo popolare ha in sé un’irrefrenabile tendenza a rovesciarsi in barbarie, come risulta ad esempio dai sacrifici umani ordinati dal grande sovrano di Vijayanagar, Krishna Deva Raya (1509-1529). Egli parla della “facilità con cui l’induismo, perseguendo la continuità interiore e la calma, eliminando la razionalità e l’esigenza di razionalità, possa scadere nella barbarie” (p. 168). In questo senso mi pare assai interessante la citazione, alle pp. 137-138, del drammaturgo Vijay Tendulkar, a proposito dei comunisti naxaliti che dovevano affrontare il problema di mediare le idee rivoluzionarie a masse contadine avvezze da secoli alle idee di un Padrone e di un ineluttabile karma.

Secondo Tendulkar il naxalismo, mentre andava diffondendosi nel Bengala, si confuse con il culto di Kālī: Kālī “la Nera”, la dea aborigena nera come il carbone, che nell’induismo sopravvive come simbolo della distruttivitą femminile, inghirlandata di teschi umani, con la lingua sempre spinta all’infuori per succhiare sangue fresco, destinataria di continui sacrifici, ma insaziabile. Molti delitti compiuti dai naxaliti nel Bengala, secondo Tendulkar, avevano un carattere ritualistico. Il maoismo veniva utilizzato solo per dare una connotazione politica al sacrificio. Alcuni uomini – non necessariamente ricchi e potenti – venivano bollati come “nemici del popolo”, e per legare gli iniziati alla causa – di Kālī, del naxalismo – li si faceva assistere all’uccisione di questi nemici e intingere le mani nel sangue.

All’inizio, quando il movimento era ancora remoto e sembrava rivoluzionario e altamente drammatico, la stampa di Calcutta pubblicò macabre, dettagliate cronache delle uccisioni, e fu proprio in quei ripetitivi resoconti che Tendulkar colse l’aspetto rituale del delitto a sfondo religioso. Quando però il movimento si avvicinò alla città la stampa ebbe paura, e il suo interesse venne meno. Fu come una fosca faccenda di delitti casuali, e con iniziati perlopiù adolescenti, che il movimento arrivò a Calcutta, entrò a far parte della violenza di quella città crudele, e poi si spense. La buona causa – nel Bengala, perlomeno – si era persa molto tempo prima nel culto di Kālī.

L’intreccio tra religione, società e civiltà è estremamente fitto: lo dimostrano anche i fatti di Birmania di questi giorni.

Gabbiani

Nell’autunno del 1958 ero in terza elementare, alla scuola “Bernardo Canal” di Venezia. Dal mio banco vedevo attraverso la finestra il tetto della casa adiacente, e un alto comignolo. Essendo un contemplativo, spesso mi incantavo guardando fuori, e seguendo pensieri e sogni in cui mi perdevo. Su quel comignolo si posava spesso un grande gabbiano. A quell’epoca a Venezia la maggioranza dei gabbiani apparteneva alla specie gabbiano comune, che è andata rarefacendosi, soppiantata dal gabbiano reale, di cui appunto quello era un poderoso rappresentante. Era davvero un uccello regale. Stava immobile, e faceva solo piccoli movimenti composti. Mi sembrava colmo di dignità, e per così dire un qualcosa di spirituale. I Veneziani chiamano quei gabbiani magòghe (sing. magòga, femminile), mentre il gabbiano comune è cocàl (pl. cocài). Di una persona che appare instupidita si dice che è un incocalìo, cioè divenuto simile a un gabbiano, di cui evidentemente non si apprezza l’intelligenza.
gabbiano_comuneLa livrea del gabbiano comune mi è sempre piaciuta. Il colore della testa mi ha sempre ricordato la cioccolata. Più piccolo, più fedele alle acque, lo trovo decisamente più simpatico.
Il gabbiano reale reale non è quello della mia epifania infantile, è una bestia tremenda. Si adatta a tutto, si è espanso nell’entroterra, segue i trattori che arano i campi, per prendere vermi e altri animaletti. Ne ho visti uccidere a beccate i colombi per divorarli. Frequentano le discariche. Niente li ferma, opportunisti come le cornacchie. Quello sul comignolo non era un gabbiano di questo mondo.

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Miramar

Credo di aver capito che cosa mi attira nei libri scritti da persone dalla vita lunga, che hanno attraversato i loro secoli: mi interessano le lunghe parabole di esistenze che molto hanno conosciuto, che molto hanno visto, che molto hanno capito (non al modo di Hamsun, ma a quello di un Julien Green o di un Nagib Mahfuz). Mi interessa vedere come e in che cosa si muta un uomo, maturando fino agli anni tardi. Insomma, mi interessano coloro che sono diventati vecchi saggi, che sono diventati quello che ogni essere umano dovrebbe diventare se il Cielo gli donasse una lunga vita. Per questo, anche, mi piace leggere tutti i libri di un autore. Non che soffra di biografismo ingenuo: so che tra la vita e l’opera non c’è identità. Non c’è neppure estraneità, però, e in ogni caso i libri di un saggio non sono come i libri di uno stolto. Uno dei grandi errori dell’Occidente è stato quello di separare etica e arte. Un altro è stato quello di imporre all’arte delle etiche forzate. Etica e arte devono stare in un rapporto dialettico. Ma la cultura nel suo assieme, non che l’arte, non è vaccino contro le mostruosità della politica, ché altrimenti non avremmo avuto lezioni di letteratura a quattro passi dai forni crematori in azione. La cultura ha dimostrato nel paese più colto d’Europa di non essere un antidoto al Male.

C’è qualcosa di soffocante in Miramar di Nagib Mahfuz (1967, trad. it. I. Camera d’Afflitto, Edizioni Lavoro, Roma 2002). Sarà forse l’ambiente in cui si svolge la vicenda, la piccola pensione il cui nome dà il titolo, gestita da una ex tenutaria di bordello greca ad Alesssandria d’Egitto; sarà forse il fatto che la vicenda è narrata quattro volte in quattro versioni differenti attraverso le voci di quattro diversi pensionanti, di cui uno solo è vicino in spirito all’autore; sarà forse il fatto che la vigilia della disastrosa Guerra dei Sei Giorni determina un clima particolarmente allucinato, anche se nel romanzo non è presente alcuna diretta allusione al conflitto con Israele. In ogni caso, il tema della perenne frustrazione egiziana e araba mi sembra qui svolto con arte sottile. Mahfuz è un autore sobrio e umanamente ricco, che riesce a dar voce allo squallore di esistenze sostanzialmente fallite. Questa pensione protesa sul mare nella città più cosmopolita d’Egitto, con le sue poche stanze in cui i rapporti umani non riescono ad essere sani ed esplodono nel conflitto, mi sembra una metafora della vita dell’Egitto moderno, con le sue velleità di modernizzazione e di grande politica internazionale e il suo ricadere nelle povertà e negli estremismi.

Pan

Avevo letto, di Knut Hamsun, solo Fame, nel 1979 nell’edizione Adelphi – me l’aveva regalato una ragazza, ahi giovinezza tempo delle occasioni perdute – e non mi era piaciuto affatto. Il personaggio protagonista, anzi unico agonista, l’avevo trovato insopportabile, addirittura disumano. Solitamente, quando un autore mi dispiace al primo incontro non lo frequento più, e così è accaduto con Hamsun, nonostante le pagine di Claudio Magris su di lui mi avessero tentato, tempo addietro.  Poi, qualche anno fa, mi sono imbattuto nel bel libro di Per Olov Enquist Processo a Hamsun (sottotitolo Un racconto per film, si tratta della sceneggiatura scritta da Enquist per il film Hamsun di Jean Troell presentato a Venezia nel 1996 – Iperborea, Milano 1996) e mi sono trovato di fronte ad un ritratto bellissimo di questo vecchio scrittore processato per tradimento della sua patria, la Norvegia, e collaborazionismo con l’invasore nazista. Un libro, quello di Enquist, mosso da una pietà umana controllata ma proprio per questo persuasiva e affascinante, nei confronti di un uomo il cui unico titolo per meritarla è la vecchiezza, il suo stare ancora fisicamente vigoroso sul limite della vita. Ora nel giro di tre giorni, avendo ancora in bocca il sapore delle pagine di Enquist, ho letto Pan (1894, trad.it. F. Ferrari, Adelphi, Milano 2001), La regina di Saba (1897, trad.it. G. Paterniti, Iperborea, Milano 1999) e Per i sentieri dove cresce l’erba (1948, trad.it. M.V. D’Avino, Fazi Editore, Roma 1997). Pan, Fame, e Per i sentieri dove cresce l’erba sono considerati capolavori di Hamsun. Se una narrazione, per essere ancora viva, non si deve limitare ad essere testimonianza di una cultura, a fornire ad es. informazioni su modi di intendere vita e letteratura in certi ambienti nordico-germanici di fine Ottocento, ma deve comunicare al lettore una vita di entità fittizie – i personaggi – che ci appaia nella lettura vivissima e interessante, allora devo dire che i libri di Hamsun mi lasciano freddino. Prendiamo Pan: Thomas Glahn, voce narrante del diario che costituisce il corpus del libro e suo protagonista, è l’instabile vagabondo hamsuniano di tutti i libri di Hamsun: sradicato, senza misura, estraneo alla civiltà borghese e anarcoide, incapace di amare una donna, incapace di amare veramente anche la natura – non scherziamo, spara a tutti gli uccelli, anche ad un’aquila, non è nemmeno un vero cacciatore ( e questo mi fa davvero arrabbiare), uccide il suo fedele cane da caccia e ne manda il cadavere alla ragazza cui lo ha promesso in dono (vivo). Una bestia, un imbecille che se non morisse prematuramente ammazzato da un rivale sarebbe già pronto per diventare da vecchio un accolito dei nazisti, come – non c’è da sorprendersi a posteriori leggendone i libri – divenne a suo tempo il suo povero creatore.

Poesia della domenica

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L’alba dissolve

L’alba dissolve la languente dea
che la notte affannata concreava
con la mia mente, pallida sovrana
dei sogni liquefatti dell’amore. Continua a leggere

Il serpente di stelle

Il serpente di stelle (Le serpent d’étoiles, 1933, pubblicato in Italia da Guanda, Parma 2002, trad. di F. Bruno) è forse il romanzo in cui più trasparente si presenta la prospettiva panteistica di Jean Giono. Racconta di un rito teatrale-musicale pagano celebrato dai pastori sull’altopiano di Mallefugasse in Provenza, nella notte di San Giovanni. I pastori impersonano le forze della terra, la musica è fornita da strumenti primordiali che appaiono dotati di potenza magica, come le gargoulettes, flauti ad acqua, la cui musica

…ha un gran potere sugli animali; in un momento li manda in amore, tanto le femmine quanto i maschi; ha la forza della primavera. Se un uomo suona la gargoulette da solo sulla collina, si possono vedere, poco dopo, i raggi: le tracce nell’erba e tutte le zuffe amorose delle bestie che l’hanno sentito. Gli sfavillano attorno come razze di ruota. (p. 104)

In questo universo preistorico in cui esistono i pini lira, lo strumento musicale per eccellenza è l’arpa eolica, che si costruisce applicando corde a certi alberi sulla cresta delle colline, e che è destinata ad essere suonata dal vento. Nel cosmo gioniano, di cui il serpente di stelle che appare nel cielo è la cifra finale, il Dio incarnato dei cristiani non è che una particola del mondo sacro.

“‘Il Gesù non è il colmo del cielo: è quel pezzettino di buio laggiù, con una stella, una sola.’ Dica questo a un bocia quindicenne che esce da cantare alla greppia: lui guarda la stella, guarda il dito che indica la stella; dice sì; non ha capito.
“Non ha capito tutto.

“Ma, quando è un uomo della mia età che lo rimugina per anni, tra sé e sé, e ogni volta un po’ più di esperienza di uomo va ad aggiungersi alla riflessione allora è possibile che il secondo significato si accenda come una lampada.
“Una stella; una soltanto; e adesso, guardi il buio tutto inondato di stelle!
“Esistono delle forze del mondo: ecco il segreto!
“Che voleva dire: ‘Piccino, hai sentito il nostro pastore d’anime. Ti ha raccontato la bella storia del bambinello che non è stato accolto dalle mani delle levatrici, ma dalla paglia, come vengono accolte le bestie. Ti ha detto che a farlo era stata una vergine: le bestie sono delle vergini; non sporcano gli atti che fanno la vita. Loro fanno la vita, semplicemente. Vanno nei cespugli e ne escono con i figli-bestie e subito quei figli tastano la vita con il fresco del muso e, subito, sono colmi di una grande saggezza che sorprende gli uomini. La greppia, la paglia, il bue, l’asinello, la vergine: quella nascita è, tra gli uomini, la nascita di una bestia sana. Ecco la grande lezione. Ecco perché gli uomini hanno crocifisso il bambino’. (p. 57-58)

Qui siamo agli antipodi di quei pensatori cristiani antichi che ritenevano che Cristo, quando morì sulla croce, non potesse avere meno di sessant’anni, visto che aveva conseguito la perfetta saggezza umana e filosofica…

Requiem per il campanaro

Gustaw Herling scrisse Requiem per il campanaro quando aveva ormai ottant’anni ed era vicino alla morte. Questo lungo racconto del 2000 (tradotto da V. Verdiani, L’ancora del mediterraneo, Napoli 2003), diviso in quindici capitoletti, appare particolarmente ricco e complesso. Come in tutti i racconti di Herling vi è una voce narrante, un io che rappresenta quello dell’autore, e come in tutti i racconti di Herling il tema è quello del Male, di un Male inteso in senso gnostico-manicheo, come una Potenza autonoma che insidia continuamente i singoli individui come i popoli e le nazioni.Qui il Male si incarna storicamente negli eventi di persecuzione subiti dagli Ebrei negli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Il titolo dell’edizione italiana non restituisce pienamente il significato dell’originale, che vuol dire Campane a morto per il campanaro ( e non è esattamente la stessa cosa) e che si riferisce ad un evento specifico narrato nel testo. Il campanaro è un misterioso fraticello, apparente minorato fisico e mentale, che il narratore incontra presso la chiesa di Santa Chiara a Napoli, un trovatello accolto dai frati, che non sa far nulla, se non suonare le campane. Il narratore riuscirà con grandi difficoltà a ricostruirne la storia: è un ebreo, che aveva due anni quando a Norimberga, dove viveva, vi fu “l’anteprima della Kristallnacht “, nel 1932. In quell’anno vi erano stati incendi di botteghe ebraiche e di case soprattutto nella periferia della città santa dei nazionalsocialisti. I genitori del piccolo Isacco (Abramo e Sara, i tre nomi non sono casuali) morirono tra le fiamme, ma in un ultimo spasimo la madre depose il piccolo vivo ai piedi del capo della squadraccia nazista, che non ebbe il coraggio di sopprimerlo. Il piccolo reagì murandosi in se stesso, non comunicando in alcun modo, per molti anni, e crebbe poco anche fisicamente. Finì in Italia, nel ruolo di campanaro in cui lo conosce il narratore. Dopo alcune peripezie torna in Germania. Durante un trattamento psicologico e analitico miracolosamente si riapre alla vita cosciente e di relazione, e in seguito prende i voti, diventando fra’ Isacco. Seguono ulteriori peripezie, finché il fraticello, poco prima di morire, suonerà ancora una volta le campane, ma non con il suo solito stile lieto, bensì “quasi a martello”, diffondendo “tra gli abitanti un’ondata di inquietudine”. Dopo il nostro Novecento “secolo maledetto”, questo è il suono che meglio si addice alle campane del nuovo millennio.

Benché si tratti di un racconto, i personaggi non sono pochi, e sono interessanti, ed anche portatori di valori simbolici. Vi è il generoso psichiatra infantile dottor Kurt Marburg, che si occupa di bambini in condizioni disperate nella sua clinica La lacrima di un bambino innocente, collezionando più fallimenti che successi (impotenza della scienza di fronte al Male?). Vi è il vecchissimo priore fra’ Manfredo, incapace di afferrare pienamente il senso della situazione nonostante la sua bontà (l’inadeguatezza della Chiesa?). C’è il dotto fra’ Nicola (forse un riferimento all’amico Chiaromonte?) con cui il narratore frequenta gli incontri che un certo don C. tiene mensilmente per leggere e commentare l’opera di Plotino (espressione del distacco della tradizione filosofica dalla vera questione fondamentale degli umani?). Non credo che questo nome sia casuale, forse occorrerebbe indagare su questo punto, come pure sul rapporto personale all’ebraismo, che Herling passò sempre sotto silenzio, pur essendo figlio di genitori ebrei.

Relitto del pogrom, Isacco rappresenta nelle sue carni l’abbattersi sull’umanità di un Male radicale, assoluto, il male contagioso del totalitarismo violento, il male delle masse, il nostro male: quello per cui sibillinamente – ma non tanto, basta aver orecchie per udire – Herling ebbe a dire che “il rimedio principale…è la solitudine”.

La normalità non esiste

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Elisabetta Liguori ha scritto per Bibliosofia un pezzo su Anne Tyler. Comincia così:

Ci sono giorni che vorrei essere lei: normale, arguta, ironica.
Scrivere come lei, vivere la scrittura come lei, non mescolare letteratura e vita in un’unica ricetta burrosa e calorica, ma trasformare l’osservazione in letteratura, così che tutto quello che mi accade trovi naturalmente un’applicazione di tipo letterario. Lei è Anne Tyler e ho saputo della sua esistenza per caso, leggendo un’intervista a Nick Hornby. Ne parlava come di un’amica importante. Nell’ intervista s’intuiva che lui ne rideva incantato. Mi è parsa, questa, una circostanza straordinaria. È molto bello e raro che qualcuno rida grazie a te, invece che di te. È stato così che ho scoperto che questa donna, nata nel 1941, ha scritto una quantità incredibile di romanzi e che ciò che caratterizza i suoi lavori è una sorta di “fantasia coerente e stupita”. Di fronte alla vita della gente comune, la Tyler è sorpresa. Continua a leggere

Religion and Empire

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Non è un testo nuovo, questo Religion and Empire (che reca il sottotitolo The dynamics of Aztec and Inca expansionism e viene continuamente ristampato dalla Cambridge University Press, io ho in mano l’edizione del 2001) di Geoffrey Conrad ed Arthur Demarest. È un testo del 1984, e non mi risulta che sia mai stato tradotto in italiano, ma forse mi sbaglio. Vi sono giunto a causa del mio interesse per la pratica religiosa del sacrificio, nata in anni ormai lontani dalla lettura di Homo necans di Burkert e de La violenza e il sacro di Girard. Gli Aztechi – o più precisamente i Mexica – sono stati il popolo sacrificale per eccellenza, e hanno espresso anche – credo – la struttura statale più lontana dalla mentalità occidentale, insieme agli Incas.  Due grandi stati creati nel giro di pochissimi anni, e già in crisi quando arrivarono i conquistadores di Cortés e Pizarro. Due stati con due ideologie religioso-politiche che, secondo Conrad e Demarest, devono essere assolutamente tenute ben presenti da chi voglia comprendere come Aztechi e Incas si siano potuti espandere in un modo così fulmineo e virulento.

Conrad e Demarest sono fautori di un approccio olistico allo studio delle civiltà antiche, un approccio per cui bisogna tendere ad una comprensione dell’insieme, e non si può di conseguenza prescindere dai moventi delle azioni di quei popoli. Moventi che sono prevalentemente religiosi, ove la religione non sia concepita nel modo occidentale moderno, ovviamente, ovvero come una sfera privata tra le tante sfere. Il nemico fondamentale dei due autori è l’impostazione organicistica che vede il popolo come appunto un organismo, e valuta i suoi comportamenti e le sue istituzioni come risposte ai bisogni dell’intero, della collettività intesa come un insieme onnicomprensivo. Nella sfera dell’umano, secondo Conrad e Demarest, bisogna invece tener conto di un vasto numero di fattori, tra cui gli interessi immediati di singoli gruppi e di singoli individui. Ad esempio, nell’impero inca è evidente il conflitto di interessi tra le corti dei re morti (che continuano ad esistere come corti, con tanto di cerimoniali, visite della mummia del padre morto a quella del figlio morto nel palazzo di quest’ultimo e viceversa, possedimenti terrieri dei re morti, con tasse, rendite, ecc. ecc.) e la corte dell’unico re vivente, che quindi è spinto ad una politica imperialistica dalla necessità di procurarsi rendite adeguate, fino al prevedibile collasso finale di un impero la cui ideologia è insieme la sua forza e la sua debolezza.

L’ideologia politico-religiosa degli Aztechi è una delle costruzioni umane più affascinanti e terribili. È a tal punto fondata sull’idea di guerra che anche le donne morte di parto sono assimilate ai guerrieri morti e fatte assurgere al corteggio del dio Huitzilopochtli (il Sole). Che, come è noto, per rimanere forte e sconfiggere sempre di nuovo la Notte, necessita di sangue, di sangue eletto, del sangue dei guerrieri. Di qui le guerre, fatte per procurarsi prigionieri da sacrificare nei celebri rituali sui templi a gradinate. Con un risvolto decisamente anti-economico: i maschi validi che venivano massicciamente sacrificati – e mangiati dall’élite guerriera dei Mexica – avrebbero potuto garantire come pagatori di tasse e tributi un elevato apporto di cibo. Potenza dell’ideologia!

A proposito, siccome gli Occidentali sono sempre gli arci-cattivi, qualche autore ha sostenuto che i sacrifici di massa sono un’invenzione dell’Inquisizione spagnola, ignorando la ricchissima documentazione scientifica: potenza dell’ideologia! D’altra parte io stesso ho udito uno stimatissimo collega sostenere che le vittime dei sacrifici mesoamericani erano volontarie, convinte di passare mediante il sacrificio ad uno stadio di vita più elevato. Perché – ovviamente – il livello spirituale dei precolombiani è da intendersi a priori come superiore a quello degli Occidentali. Ove non si capisce, perché, allora, dovrei condannare l’Inquisizione. Forse che il livello spirituale di Torquemada è inferiore al mio? Potenza dell’ideologia!

Il pellegrino della libertà

Il principe costante è un testo che Gustaw Herling scrisse nel 1956, tutto dominato dalla dialettica tra due figure di antifascisti, lo scrittore Guido Battaglia e il principe Gaetano Santoni. Lo troviamo nella piccola antologia Il pellegrino della libertà, edito dall’ancora del mediterraneo. La narrazione di un rapporto reale tra queste due figure ed Herling è bellissima, ma vi è un passo in particolare che merita riflessione. Tornato da Londra in Italia, Guido Battaglia scopre che gli Italiani hanno subito una mutazione profonda.

«Che era successo durante quei vent’anni in Italia? Quasi tutti avevano cambiato pelle ed erano diventati fascisti. Perché? Li aveva sedotti Mussolini coi suoi imperiali schiamazzi? No, no. Non si trattava di questo. Le persone che avevano coperto di escrementi il cadavere del dittatore in piazza Loreto a Milano, lo avevano fatto sinceramente: vuotando i loro vasi da notte avevano buttato via le loro speranze deluse, le loro illusioni perdute di piccolo-borghesi e di proletari. Ma appena caduto il fascismo, quelle stesse persone avevano ripreso a covare sui loro vasi da notte nuove speranze e nuove illusioni. Nel 1945 si diceva che “era suonata l’ora del socialismo”. Infatti da tutte le parti fioccavano le richieste di iscrizione al partito. Le assicuro che non venivano soltanto da parte dei socialisti. Ma nello stesso tempo? Nello stesso tempo il partito comunista si gonfiava di camicie nere tinte di rosso durante la notte. Nello stesso tempo un attorucolo e commediante di seconda categoria, dotato di monocolo riusciva a creare dal niente il Partito dell’ Uomo qualunque raccogliendo un milione di voti. Nello stesso tempo il fiore dell’intelligenza di Giustizia e Libertà usciva per strada sotto gli stendardi del Partito d’Azione. Di quale azione si trattasse, nessuno lo sapeva esattamente. Bastava che fosse azione, azione, azione! Il Partito dell’uomo qualunque si dissolverà come un grattacielo fatto di manifesti propagandistici appiccicati insieme e il vento spazzerà via il suo capo riportandolo al teatro: sì, questo è vero. Tuttavia rimarrà il qualunquismo psichico ereditato dal fascismo. Tra dieci anni nessuno si ricorderà che è esistito il Partito d’Azione. Tuttavia continuerà a esistere la mania dell’Azione con l’A maiuscola, anch’essa ereditata dal fascismo. Sa perché? Sa perché?».

Ripeteva quella domanda con la disperata ostinazione di un uomo che ha bevuto troppo e vuole immediatamente rivelare un importante segreto tenuto nascosto per troppo tempo.

«Le dirò perché. Perché è finita l’epoca della politica sul serio, l’epoca dell’ideologia sul serio. Mussolini aveva intuito istintivamente questa verità. Dopo la Seconda guerra mondiale questa verità era già scritta su tutti i muri a lettere cubitali. Si era irrimediabilmente spezzato qualcosa di prezioso e di essenziale. Nelle strade si erano riversate non le masse, non il popolo, ma una folla stupida, fanatica, impaziente e disperata. È questa folla che durante la notte cambia il colore della pelle senza cambiare la pelle, che cade in ginocchio davanti a ogni altare della demagogia, che sogna di marciare in riga e con invisibili uniformi. Cosa sono oggi i partiti di “massa”? Enormi macchine al servizio del proprio stato o di una potenza straniera, con un apparato di partito che ha sostituito l’ideologia. Supponiamo che qualcuno tenti di fondare un partito e annunci di voler rimanere indipendente e con le mani pulite. Nel migliore dei casi tentenneranno la testa in segno di compassione; nel peggiore lo derideranno e gli prepareranno un necrologio prima ancora della nascita. Un partito, “un vero partito di massa”, deve usare la demagogia e le false promesse per proteggere la gente dalla terribile insicurezza economica, deve far tacere nei suoi membri le ragioni della coscienza, della logica e del buon senso; se un giorno il suo “apparato” si guasta e lascia uscire da qualche fessura troppo gas puzzolente, la folla passa alla parte avversa. Quelli che come me hanno imparato a considerare la lotta politica come una rivalità di ideologie, sono persone che hanno fatto tardi e sono rimaste sul marciapiede della stazione con un biglietto che non è valido per il treno successivo. Le discussioni ideologiche oggi sono una gara per vedere chi ha il volume più alto e gli altoparlanti propagandistici più potenti. » (pp. 97-98)