Miramar

Credo di aver capito che cosa mi attira nei libri scritti da persone dalla vita lunga, che hanno attraversato i loro secoli: mi interessano le lunghe parabole di esistenze che molto hanno conosciuto, che molto hanno visto, che molto hanno capito (non al modo di Hamsun, ma a quello di un Julien Green o di un Nagib Mahfuz). Mi interessa vedere come e in che cosa si muta un uomo, maturando fino agli anni tardi. Insomma, mi interessano coloro che sono diventati vecchi saggi, che sono diventati quello che ogni essere umano dovrebbe diventare se il Cielo gli donasse una lunga vita. Per questo, anche, mi piace leggere tutti i libri di un autore. Non che soffra di biografismo ingenuo: so che tra la vita e l’opera non c’è identità. Non c’è neppure estraneità, però, e in ogni caso i libri di un saggio non sono come i libri di uno stolto. Uno dei grandi errori dell’Occidente è stato quello di separare etica e arte. Un altro è stato quello di imporre all’arte delle etiche forzate. Etica e arte devono stare in un rapporto dialettico. Ma la cultura nel suo assieme, non che l’arte, non è vaccino contro le mostruosità della politica, ché altrimenti non avremmo avuto lezioni di letteratura a quattro passi dai forni crematori in azione. La cultura ha dimostrato nel paese più colto d’Europa di non essere un antidoto al Male.

C’è qualcosa di soffocante in Miramar di Nagib Mahfuz (1967, trad. it. I. Camera d’Afflitto, Edizioni Lavoro, Roma 2002). Sarà forse l’ambiente in cui si svolge la vicenda, la piccola pensione il cui nome dà il titolo, gestita da una ex tenutaria di bordello greca ad Alesssandria d’Egitto; sarà forse il fatto che la vicenda è narrata quattro volte in quattro versioni differenti attraverso le voci di quattro diversi pensionanti, di cui uno solo è vicino in spirito all’autore; sarà forse il fatto che la vigilia della disastrosa Guerra dei Sei Giorni determina un clima particolarmente allucinato, anche se nel romanzo non è presente alcuna diretta allusione al conflitto con Israele. In ogni caso, il tema della perenne frustrazione egiziana e araba mi sembra qui svolto con arte sottile. Mahfuz è un autore sobrio e umanamente ricco, che riesce a dar voce allo squallore di esistenze sostanzialmente fallite. Questa pensione protesa sul mare nella città più cosmopolita d’Egitto, con le sue poche stanze in cui i rapporti umani non riescono ad essere sani ed esplodono nel conflitto, mi sembra una metafora della vita dell’Egitto moderno, con le sue velleità di modernizzazione e di grande politica internazionale e il suo ricadere nelle povertà e negli estremismi.

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