Il pellegrino della libertà

Il principe costante è un testo che Gustaw Herling scrisse nel 1956, tutto dominato dalla dialettica tra due figure di antifascisti, lo scrittore Guido Battaglia e il principe Gaetano Santoni. Lo troviamo nella piccola antologia Il pellegrino della libertà, edito dall’ancora del mediterraneo. La narrazione di un rapporto reale tra queste due figure ed Herling è bellissima, ma vi è un passo in particolare che merita riflessione. Tornato da Londra in Italia, Guido Battaglia scopre che gli Italiani hanno subito una mutazione profonda.

«Che era successo durante quei vent’anni in Italia? Quasi tutti avevano cambiato pelle ed erano diventati fascisti. Perché? Li aveva sedotti Mussolini coi suoi imperiali schiamazzi? No, no. Non si trattava di questo. Le persone che avevano coperto di escrementi il cadavere del dittatore in piazza Loreto a Milano, lo avevano fatto sinceramente: vuotando i loro vasi da notte avevano buttato via le loro speranze deluse, le loro illusioni perdute di piccolo-borghesi e di proletari. Ma appena caduto il fascismo, quelle stesse persone avevano ripreso a covare sui loro vasi da notte nuove speranze e nuove illusioni. Nel 1945 si diceva che “era suonata l’ora del socialismo”. Infatti da tutte le parti fioccavano le richieste di iscrizione al partito. Le assicuro che non venivano soltanto da parte dei socialisti. Ma nello stesso tempo? Nello stesso tempo il partito comunista si gonfiava di camicie nere tinte di rosso durante la notte. Nello stesso tempo un attorucolo e commediante di seconda categoria, dotato di monocolo riusciva a creare dal niente il Partito dell’ Uomo qualunque raccogliendo un milione di voti. Nello stesso tempo il fiore dell’intelligenza di Giustizia e Libertà usciva per strada sotto gli stendardi del Partito d’Azione. Di quale azione si trattasse, nessuno lo sapeva esattamente. Bastava che fosse azione, azione, azione! Il Partito dell’uomo qualunque si dissolverà come un grattacielo fatto di manifesti propagandistici appiccicati insieme e il vento spazzerà via il suo capo riportandolo al teatro: sì, questo è vero. Tuttavia rimarrà il qualunquismo psichico ereditato dal fascismo. Tra dieci anni nessuno si ricorderà che è esistito il Partito d’Azione. Tuttavia continuerà a esistere la mania dell’Azione con l’A maiuscola, anch’essa ereditata dal fascismo. Sa perché? Sa perché?».

Ripeteva quella domanda con la disperata ostinazione di un uomo che ha bevuto troppo e vuole immediatamente rivelare un importante segreto tenuto nascosto per troppo tempo.

«Le dirò perché. Perché è finita l’epoca della politica sul serio, l’epoca dell’ideologia sul serio. Mussolini aveva intuito istintivamente questa verità. Dopo la Seconda guerra mondiale questa verità era già scritta su tutti i muri a lettere cubitali. Si era irrimediabilmente spezzato qualcosa di prezioso e di essenziale. Nelle strade si erano riversate non le masse, non il popolo, ma una folla stupida, fanatica, impaziente e disperata. È questa folla che durante la notte cambia il colore della pelle senza cambiare la pelle, che cade in ginocchio davanti a ogni altare della demagogia, che sogna di marciare in riga e con invisibili uniformi. Cosa sono oggi i partiti di “massa”? Enormi macchine al servizio del proprio stato o di una potenza straniera, con un apparato di partito che ha sostituito l’ideologia. Supponiamo che qualcuno tenti di fondare un partito e annunci di voler rimanere indipendente e con le mani pulite. Nel migliore dei casi tentenneranno la testa in segno di compassione; nel peggiore lo derideranno e gli prepareranno un necrologio prima ancora della nascita. Un partito, “un vero partito di massa”, deve usare la demagogia e le false promesse per proteggere la gente dalla terribile insicurezza economica, deve far tacere nei suoi membri le ragioni della coscienza, della logica e del buon senso; se un giorno il suo “apparato” si guasta e lascia uscire da qualche fessura troppo gas puzzolente, la folla passa alla parte avversa. Quelli che come me hanno imparato a considerare la lotta politica come una rivalità di ideologie, sono persone che hanno fatto tardi e sono rimaste sul marciapiede della stazione con un biglietto che non è valido per il treno successivo. Le discussioni ideologiche oggi sono una gara per vedere chi ha il volume più alto e gli altoparlanti propagandistici più potenti. » (pp. 97-98)

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