Religion and Empire

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Non è un testo nuovo, questo Religion and Empire (che reca il sottotitolo The dynamics of Aztec and Inca expansionism e viene continuamente ristampato dalla Cambridge University Press, io ho in mano l’edizione del 2001) di Geoffrey Conrad ed Arthur Demarest. È un testo del 1984, e non mi risulta che sia mai stato tradotto in italiano, ma forse mi sbaglio. Vi sono giunto a causa del mio interesse per la pratica religiosa del sacrificio, nata in anni ormai lontani dalla lettura di Homo necans di Burkert e de La violenza e il sacro di Girard. Gli Aztechi – o più precisamente i Mexica – sono stati il popolo sacrificale per eccellenza, e hanno espresso anche – credo – la struttura statale più lontana dalla mentalità occidentale, insieme agli Incas.  Due grandi stati creati nel giro di pochissimi anni, e già in crisi quando arrivarono i conquistadores di Cortés e Pizarro. Due stati con due ideologie religioso-politiche che, secondo Conrad e Demarest, devono essere assolutamente tenute ben presenti da chi voglia comprendere come Aztechi e Incas si siano potuti espandere in un modo così fulmineo e virulento.

Conrad e Demarest sono fautori di un approccio olistico allo studio delle civiltà antiche, un approccio per cui bisogna tendere ad una comprensione dell’insieme, e non si può di conseguenza prescindere dai moventi delle azioni di quei popoli. Moventi che sono prevalentemente religiosi, ove la religione non sia concepita nel modo occidentale moderno, ovviamente, ovvero come una sfera privata tra le tante sfere. Il nemico fondamentale dei due autori è l’impostazione organicistica che vede il popolo come appunto un organismo, e valuta i suoi comportamenti e le sue istituzioni come risposte ai bisogni dell’intero, della collettività intesa come un insieme onnicomprensivo. Nella sfera dell’umano, secondo Conrad e Demarest, bisogna invece tener conto di un vasto numero di fattori, tra cui gli interessi immediati di singoli gruppi e di singoli individui. Ad esempio, nell’impero inca è evidente il conflitto di interessi tra le corti dei re morti (che continuano ad esistere come corti, con tanto di cerimoniali, visite della mummia del padre morto a quella del figlio morto nel palazzo di quest’ultimo e viceversa, possedimenti terrieri dei re morti, con tasse, rendite, ecc. ecc.) e la corte dell’unico re vivente, che quindi è spinto ad una politica imperialistica dalla necessità di procurarsi rendite adeguate, fino al prevedibile collasso finale di un impero la cui ideologia è insieme la sua forza e la sua debolezza.

L’ideologia politico-religiosa degli Aztechi è una delle costruzioni umane più affascinanti e terribili. È a tal punto fondata sull’idea di guerra che anche le donne morte di parto sono assimilate ai guerrieri morti e fatte assurgere al corteggio del dio Huitzilopochtli (il Sole). Che, come è noto, per rimanere forte e sconfiggere sempre di nuovo la Notte, necessita di sangue, di sangue eletto, del sangue dei guerrieri. Di qui le guerre, fatte per procurarsi prigionieri da sacrificare nei celebri rituali sui templi a gradinate. Con un risvolto decisamente anti-economico: i maschi validi che venivano massicciamente sacrificati – e mangiati dall’élite guerriera dei Mexica – avrebbero potuto garantire come pagatori di tasse e tributi un elevato apporto di cibo. Potenza dell’ideologia!

A proposito, siccome gli Occidentali sono sempre gli arci-cattivi, qualche autore ha sostenuto che i sacrifici di massa sono un’invenzione dell’Inquisizione spagnola, ignorando la ricchissima documentazione scientifica: potenza dell’ideologia! D’altra parte io stesso ho udito uno stimatissimo collega sostenere che le vittime dei sacrifici mesoamericani erano volontarie, convinte di passare mediante il sacrificio ad uno stadio di vita più elevato. Perché – ovviamente – il livello spirituale dei precolombiani è da intendersi a priori come superiore a quello degli Occidentali. Ove non si capisce, perché, allora, dovrei condannare l’Inquisizione. Forse che il livello spirituale di Torquemada è inferiore al mio? Potenza dell’ideologia!

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10 thoughts on “Religion and Empire

  1. So che Dawson si è molto interessato del rapporto tra religione, cultura e politica, ma non ho letto nulla di suo. Non mi risulta che si sia occupato di Aztechi, ma forse mi sbaglio. Dal canto mio, sono sempre più convinto della “primarietà” della religione anche rispetto all’economia, e della derivazione dell’economico dal religioso iniziale, con buona pace di Marx e compagnia.

  2. Io non penso che la religione sia una “sovrastruttura”. Penso, viceversa, che essa sia originariamente legata alle altre sfere dell’umano, con un ruolo decisivo nella formazione e nel mantenimento delle comunità umane.
    Marvin Harris pensa in modo terribilmente schematico, o meglio a mio parere fraintende lo specifico umano secondo un tipico schema di una parte della scienza moderna. Il riferire il cannibalismo a carenze proteiche nell’alimentazione è paragonabile allo “spiegare” le guerre con l’abbondanza di testosterone. Da quando il beato regime della caccia è stato sostituito dall’agricoltura, le carenze proteiche sono state diffuse ovunque, e non risulta che il cannibalismo sia stato ovunque diffuso.

  3. Beh, potremmo ruotare il vecchio schema di 90 gradi ed affiancare semplicemente i due livelli, senza porne alcuno in subordinazione “a priori”. Io non ho trovato Harris così schematico: mi pare che non “riduca” affatto l’ideologico al materiale (svuotandone così le logiche autonome) ma piuttosto metta in evidenza dei vincoli materiali ai quali la “creatività ideologica” sembra rispondere con sorprendente regolarità. Posso concordare benissimo sul ruolo fondamentale della religione nella “ominazione” (anche se attenderei evidenze migliori) ma non concordo con la caricaturizzazione delle idee di Harris, che possono certo essere contestate ma non liquidate frettolosamente.
    Un saluto Fabio, sta venendo decisamente bene il tuo blog :-)

  4. Il potere-politico-religioso, i sacrifici umani , il cannibalismo, la guerra, l’oro, la ricchezza, sono delle costanti da una parte all’altra della terra, anche tra popolazioni che non potevano comunicare tra loro. C’è stato poi il lento cambiamento e il riconoscimento l’un dell’altro, come esseri umani, non come polli arrosto. E se Vico avesse ragione e ,a causa dei corsi e ricorsi, stessimo per tornare a quei tempi inconsapevolmente sanguinari? Una volta un amico, si fa per dire, mi ha rivolto una violenta critica accusandomi di personalizzare l’interpretazione dei testi letterari, di film,di opere d’arte , ma specialmente per l’uso che spesso mi capita di fare delle opere intoccabili, secondo lui. Invece, penso che la lettura o la fruizione delle opere d’arte debba stimolare il pensiero individuale. Altrimenti a che servono? Forse i pensieri in libertà infastidiscono?

  5. La libertà di pensiero, condizione necessaria perché il pensiero sia veramente tale, infastidisce sempre, Isabella. Infatti in tutti i documenti ministeriali che riguardano la scuola non se ne parla mai…

  6. L’ideologia politico-religiosa è sempre “pericolosa”, se per “pericoloso” intendiamo ciò che è in relazione con la violenza. Ma nessuno Stato può prescindere da una ideologia, e quella religiosa può essere sostituita da una non-religiosa, che però mantiene i caratteri del sacro. D’altra parte, il pericolo non è necessariamente universale. Ciò che è pericoloso per me non lo è per un mafioso…

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