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La rosa è di Dio
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Colui che dice “io” nel romanzo di Tahar Ben Jelloun Il libro del buio (Cette aveuglante absence de lumière, 2001, trad. italiana Y. Melaouah, Einaudi, Torino 2001) è una finzione dell’autore. Nessuno scrittore, credo, può riuscire ad identificarsi in modo convincente in un’esperienza di totale e prolungata disumanità (la detenzione dei prigionieri politici a Tazmamart in Marocco avviene in condizioni inenarrabili, più atroci di quelle di qualsiasi altro racconto, perfino della Kolyma di Šalamov – diciotto anni in una stretta cella sotterranea nel deserto al buio totale, con le guardie che attendono con ansia la morte dei prigionieri per poter tornare alla vita normale: si può immaginare qualcosa di peggio?) se non l’ha vissuta in prima persona, come Levi, Šalamov, Solženicyn, Herling, ecc. Continua a leggere
Aprile spezzato di Ismail Kadaré (trad. italiana di F. Celotto, Guanda, Parma 1993) è un romanzo molto interessante dal punto di vista antropologico. Come romanzo in sé lo trovo solo parzialmente riuscito: bello nella parte strettamente “albanese”, con la natura selvaggia e soprattutto con le istituzioni che regolano la vita sull’altopiano facendone un unicum umano; abbastanza scontato e debole nella parte “sentimentale” con la coppia intellettuale raffinato – moglie bellissima in viaggio tra i “selvaggi”, tra curiosità intellettuale e snobismo, fino al naufragio di un amore evidentemente fragile. Continua a leggere
Individuare nei fenomeni storici in atto il bene e il male è sempre problematico. Se un allievo mi chiede se secondo me l’unità politica dell’Europa sia un bene o un male non so rispondere, e pratico una bella epoché. Mi metto nei panni di un abitante della Sassonia nel 1860: se mi avessero chiesto allora se l’unità della Germania fosse un bene, avrei sicuramente risposto di sì. Gli esseri umani tendono infatti sempre a pensare che l’unità sia un bene. È stato un bene? Continua a leggere
L’attesa
Ho atteso di vederti nell’aurora
ma ti ho perduta perché tu non eri
un’ombra ma la stessa luce. Continua a leggere
Il sorriso eterno di Pär Lagerkvist (1920, trad. it. G. Prampolini, Iperborea, Milano 1990) è un romanzo anomalo, in apparenza. Lagerkvist è uno di quegli atei usciti dal luteranesimo nordico che vivono drammaticamente l’impossibilità di un ritorno alla fede dei padri, e che anelano alla trascendenza, ad un luogo supremo di conciliazione. Qui la storia si svolge tra i morti. Come tutti i moderni, Lagerkvist non riesce a rappresentare in modo poeticamente convincente il mondo dei defunti, l’altro mondo. E qui abbiamo un aldilà spoglio, in cui i morti sono sospesi in una condizione larvale, o meglio appaiono fissati nel ricordo della vita che hanno vissuto. Siedono nel buio, metafora del nulla, però parlano, sebbene paiano non ascoltarsi l’un l’altro per davvero. Ad un certo punto decidono di alzarsi e partire alla ricerca di Dio (che il traduttore, chissà perché scrive con l’iniziale minuscola). Camminano per un tempo lunghissimo, in folla innumerabile (dunque agiscono, e il tempo esiste per loro – filosoficamente parlando, il romanzo non sta in piedi). Infine trovano Dio. È un vecchio lavoratore manuale, immagine di demiurgo stanco e vecchio ma ancora valido e attivo, che risponde alle disperate richieste dei morti con dei ripetuti “sono un uomo semplice”, “ho fatto meglio che ho potuto”. Secondo Claudio Magris, che scrive la prefazione, il dialogo tra questo Dio e la massa dei morti è la cosa più poetica del romanzo. Sarà. A me pare un’immagine assai debole, come la consolazione finale dei morti appare sospesa sul nulla. Ma forse il far risaltare l’impotenza del divino, e della narrazione moderna del divino, che non può che farlo coincidere con l’umano, era un obiettivo di Lagerkvist. Ai miei occhi il romanzo è un romanzo fallito, e il suo fallimento è determinato anzitutto dal voler rappresentare Dio, mantenendo nel contempo un tono generale serio, tra l’elegiaco e il tragico, mentre il Dio rappresentato in quanto tale tende piuttosto al comico. Quindi, in fondo il romanzo tanto anomalo non è.
Un pomeriggio di alcuni anni fa. Sono all’ospedale, in geriatria, al capezzale di una mia anziana zia, 83 anni, sorella di mia madre. C’è il marito, mio zio, che ha assunto come infermiera una cinquantenne romena, bionda e procace, che continuerà ad assistere mia zia anche dopo il suo ritorno a casa, per mesi, fino alla sua morte. C’è anche lei, la bionda. Mio zio ride e scherza con lei, dandole del tu. Quando lei finisce il suo turno e se ne va, le dice “stammi bene, cara”.
Gli chiedo come mai le dia del tu, visto che alla fedele collaboratrice domestica, che lavora da anni a casa sua, dà rigorosamente del lei. “Ma è tanto giovane!” risponde. Non posso ancora sapere che la bionda infermiera diventerà compagna inseparabile del mio vispo e danaroso zio, cattolico integerrimo e sessuofobo, prima ancora che la zia lasci questo mondo. Lo guardo perplesso.
Nella stanza ci sono sei letti. Donne molto vecchie, una sembra una mummia, dorme tutto il giorno, ma all’ora del pasto riesce ancora a ingoiare una specie di pappa. Un’altra si lamenta per dolori terribili, cui nessuna infermiera sembra far caso. Del resto, passano raramente anche i medici. Sembra che il dolore dei molto anziani non interessi a nessuno. Geriatria è un reparto in cui i pazienti sembrano mal tollerati. Ho l’impressione che i medici pensino che se il reparto fosse senza malati ci vivrebbero benissimo. E non siamo una società senza classi. Lo zio può pagare l’infermiera romena bionda. Io non potrei.
Un’anziana nel letto d’angolo emette un lamento flebile, borbotta parole che non si capiscono, all’improvviso tenta di staccarsi il catetere. Vado in cerca di un medico o di un’infermiera. Quando torno la donna sta invocando la sua mamma con urla terribili. Fa così tutti i giorni, mi dice la figlia, appena arrivata. “Crede anche di vederla vicino al letto”, soggiunge, ” è tornata piccola”. “Ma le danno qualcosa per i dolori?” le chiedo. “Mah, non lo so, forse”.
Il giorno dopo, quando torno a trovare la zia, il letto d’angolo è vuoto. “La signora là è morta” mi dice la bionda rumena seduta accanto alla zia, sollevando lo sguardo da Chi.
Le Edizioni Lavoro di Roma sono benemerite per la loro pubblicazione di testi di autori non euroamericani. Ho letto con interesse il romanzo di Arthur Maimane Vittime (Victims, 1976, trad. italiana di C. Corsi, 1992), che è anche l’unico di questo intellettuale nero sudafricano costretto a lasciare il suo paese a causa dell’apartheid nel 1958. La storia è ambientata nel sobborgo di Sophiatown negli anni Cinquanta, agli inizi della segregazione razziale, e vede come protagonisti di una vicenda parallela un giovane nero inquieto e ribelle, con doti intellettuali ma attratto dalla malavita, e la giovane donna bianca da lui violentata in un vicolo nascosto, non per pulsione sessuale né per odio nei suoi confronti, ma per la volontà di identificarsi in qualche modo entro l’atroce situazione che si sta creando tra bianchi e neri. La donna, poi, resta incinta e non vuole rinunciare, nonostante la fortissima pressione ambientale, alla maternità e al nascituro kleurling, e perde per questo il marito che le chiede di abortire, e si trova emarginata. Il nero trova una ragazza che lo sposa e lo aiuta a prendere coscienza della comune umanità di bianchi e neri, un’umanità vera ma estremamente problematica. Non è un romanzo a tesi, né predicatorio, e neanche di lotta. È un romanzo antropologico, un vero romanzo. Peccato che Maimane non ne abbia scritti altri. Particolarmente interessanti le note sulla malavita nera sudafricana, con il suo gergo e le sue gerarchie (i maschi della specie umana sono classificati, in ordine di valore crescente come: nullità – che nemmeno vengono prese in considerazione – opportunisti, furbastri, die manne, die real manne, e die really real manne), che sono palesemente legate alla disposizione alla violenza e alla prontezza all’uso delle armi. Un uomo è veramente uomo se sa uccidere senza patemi. Phillip Mokone, il protagonista, riesce a sfuggire alla fascinazione di questa umanità vittimaria e a capire le ragioni della sua personale vittima. Un testo complesso, che merita di essere letto.
All’inizio del Novecento i Turchi non avevano il cognome, come era ed è costume degli Occidentali. Nel suo sforzo di modernizzazione della Turchia, Kemal Atatürk impose a tutti di scegliersi un cognome e di registrarlo all’anagrafe. Anche il protagonista principale del romanzo di Orhan Pamuk La casa del silenzio (Sessiz Ev, 1996, trad. it. di F. Bruno, Einaudi, Torino 2007) se ne sceglie uno: Darvinoğlu, da Charles Darwin, emblema della cultura europea e della Modernità, che egli adora e vorrebbe portare in Turchia. È un gesto supremamente significativo. In realtà, al tempo in cui si svolge la vicenda il dottor Selâhattin è morto da anni, ma il suo fantasma di medico fallito e alcolista, che si ritira dal mondo per scrivere una enciclopedia che dovrebbe rivoluzionare l’Oriente, incombe nei pensieri della moglie ormai novantenne, e sui figli illegittimi e sui nipoti. La narrazione si serve di alcuni io narranti, che sono i personaggi principali: ne risulta un testo ricco e complesso, ricco di umanità e che offre una visione della realtà turca, nella sua infinita transizione.
Leggendo questo libro, mi sono reso conto una volta di più di come sia difficile per i popoli che un tempo sono stati potenti e rispettati e temuti gestire un presente in cui non sono più grandi, in cui la potenza è passata ad altri: mutatis mutandis, Russia, Giappone, Germania, ecc. hanno dovuto e devono affrontare situazioni analoghe. E anche l’Italia, sebbene non lo voglia riconoscere.
I personaggi de La casa del silenzio sono tutti, ciascuno a suo modo, dei falliti. E questo pone Pamuk nell’ampio alveo di una fondamentale tradizione del genere romanzo (il figlio di Selâhattin è già morto alcolizzato anche lui prima dell’inizio della vicenda; il nipote, uno storico, beve dalla mattina alla sera, e il suo fato sembra deciso; l’anziana Fatma passa le giornate e le notti nel risentimento e nel gelo interiore, ecc.). Solo il nano Recep mantiene una piena umanità, vivendo in una sobria accettazione della realtà e dando alla narrazione uno sfondo chiaro, su cui si proiettano le ombre più nere degli altri personaggi.
Filtrato dai ricordi della moglie Fatma, il dottor Selâhattin giganteggia nella sua lucida follia. Egli si convince di essere il primo orientale che ha raggiunto il piano su cui si trova l’Occidente, e che per lui è caratterizzato dal rapporto alla morte. Mentre gli Orientali non riescono a pensare la morte come radicale annullamento, gli Occidentali ci riescono, ed è qui che si fondano la loro scienza e la loro superiorità. Dunque per Selâhattin occorre abbandonare Dio e divenire come gli Occidentali.
«Dobbiamo raggiungerli! Dobbiamo! Svelta, sbrighiamoci!» E aveva afferrato la sveglietta, l’aveva scagliata sul letto. Continuava a gridare: «Fra loro e noi ci sono forse mille anni di distanza. Ma possiamo riacchiapparli, Fatma, ci riusciremo, perché non hanno piú segreti per noi, noi abbiamo imparato tutto su di loro, conosciamo le basi della loro realtà. E, quella realtà, io la spiegherò quanto prima a questi sventurati in un opuscolo! Poveri idioti! Non hanno ancora capito di avere una sola vita! M’infurio quando ci penso. Vivono senza avere mai il minimo dubbio, ignorando perfino la vita che fanno, trovando normale il mondo che li circonda, felici e giudiziosi, vivono in pace! Ma io li scuoterò! Ci riuscirò, ispirando loro la paura della morte! Impareranno a conoscersi; ad aver paura di loro stessi, a provare disgusto per loro stessi! Hai mai conosciuto un musulmano capace di odiarsi, un orientale che provi avversione per se stesso? Il fatto è che non si aspettano niente da loro stessi, non sanno distinguersi dal gregge. Si sottomettono a una corrente, a un modo di vivere che non analizzano, e chiamano follia o anomalia il desiderio di cambiare qualcosa nella vita. Insegnerò loro ad avere paura, non della solitudine, ma della morte, Fatma! Allora potranno tenere testa alla solitudine, preferiranno i tormenti di quella solitudine alla sciocca serenità del gregge! Soltanto allora impareranno a considerarsi come il centro dell’universo. Non sentiranno piú la fierezza, ma la vergogna d’essere rimasti gli stessi uomini per tutta la vita; si faranno domande; s’interrogheranno basandosi non sui loro criteri religiosi, ma su quelli morali. Tutto questo si realizzerà, Fatma, io li desterò da quel sonno felice e sereno che dura da migliaia d’anni! Colmerò il loro cuore della paura della morte, di quello spavento che soffoca, che fa perdere la ragione, insinuerò quella paura nelle loro teste, all’occorrenza con la forza… (pp. 335 – 336)
“Entrare in Europa”. Si è detto anche in Italia e dell’Italia, non molto tempo fa. La dialettica tra il desiderio di integrazione in un contesto più ampio e potente e l’orgoglio della propria differenza resterà a lungo e per molti.
Nella mia vita due Patriarchi di Venezia che sarebbero diventati papi.
Nel 1958, nella chiesa di S.Giacomo dell’Orio, ho ricevuto la cresima da Angelo Roncalli, che sarebbe divenuto Giovanni XXIII. Ricordo la mia felicità di bambino alla notizia dell’elezione. Continua a leggere