Requiem per il campanaro

Gustaw Herling scrisse Requiem per il campanaro quando aveva ormai ottant’anni ed era vicino alla morte. Questo lungo racconto del 2000 (tradotto da V. Verdiani, L’ancora del mediterraneo, Napoli 2003), diviso in quindici capitoletti, appare particolarmente ricco e complesso. Come in tutti i racconti di Herling vi è una voce narrante, un io che rappresenta quello dell’autore, e come in tutti i racconti di Herling il tema è quello del Male, di un Male inteso in senso gnostico-manicheo, come una Potenza autonoma che insidia continuamente i singoli individui come i popoli e le nazioni.Qui il Male si incarna storicamente negli eventi di persecuzione subiti dagli Ebrei negli anni Trenta e Quaranta del Novecento. Il titolo dell’edizione italiana non restituisce pienamente il significato dell’originale, che vuol dire Campane a morto per il campanaro ( e non è esattamente la stessa cosa) e che si riferisce ad un evento specifico narrato nel testo. Il campanaro è un misterioso fraticello, apparente minorato fisico e mentale, che il narratore incontra presso la chiesa di Santa Chiara a Napoli, un trovatello accolto dai frati, che non sa far nulla, se non suonare le campane. Il narratore riuscirà con grandi difficoltà a ricostruirne la storia: è un ebreo, che aveva due anni quando a Norimberga, dove viveva, vi fu “l’anteprima della Kristallnacht “, nel 1932. In quell’anno vi erano stati incendi di botteghe ebraiche e di case soprattutto nella periferia della città santa dei nazionalsocialisti. I genitori del piccolo Isacco (Abramo e Sara, i tre nomi non sono casuali) morirono tra le fiamme, ma in un ultimo spasimo la madre depose il piccolo vivo ai piedi del capo della squadraccia nazista, che non ebbe il coraggio di sopprimerlo. Il piccolo reagì murandosi in se stesso, non comunicando in alcun modo, per molti anni, e crebbe poco anche fisicamente. Finì in Italia, nel ruolo di campanaro in cui lo conosce il narratore. Dopo alcune peripezie torna in Germania. Durante un trattamento psicologico e analitico miracolosamente si riapre alla vita cosciente e di relazione, e in seguito prende i voti, diventando fra’ Isacco. Seguono ulteriori peripezie, finché il fraticello, poco prima di morire, suonerà ancora una volta le campane, ma non con il suo solito stile lieto, bensì “quasi a martello”, diffondendo “tra gli abitanti un’ondata di inquietudine”. Dopo il nostro Novecento “secolo maledetto”, questo è il suono che meglio si addice alle campane del nuovo millennio.

Benché si tratti di un racconto, i personaggi non sono pochi, e sono interessanti, ed anche portatori di valori simbolici. Vi è il generoso psichiatra infantile dottor Kurt Marburg, che si occupa di bambini in condizioni disperate nella sua clinica La lacrima di un bambino innocente, collezionando più fallimenti che successi (impotenza della scienza di fronte al Male?). Vi è il vecchissimo priore fra’ Manfredo, incapace di afferrare pienamente il senso della situazione nonostante la sua bontà (l’inadeguatezza della Chiesa?). C’è il dotto fra’ Nicola (forse un riferimento all’amico Chiaromonte?) con cui il narratore frequenta gli incontri che un certo don C. tiene mensilmente per leggere e commentare l’opera di Plotino (espressione del distacco della tradizione filosofica dalla vera questione fondamentale degli umani?). Non credo che questo nome sia casuale, forse occorrerebbe indagare su questo punto, come pure sul rapporto personale all’ebraismo, che Herling passò sempre sotto silenzio, pur essendo figlio di genitori ebrei.

Relitto del pogrom, Isacco rappresenta nelle sue carni l’abbattersi sull’umanità di un Male radicale, assoluto, il male contagioso del totalitarismo violento, il male delle masse, il nostro male: quello per cui sibillinamente – ma non tanto, basta aver orecchie per udire – Herling ebbe a dire che “il rimedio principale…è la solitudine”.

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