Poesia della domenica

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Ecate o del sonno

I
Quale Sibilla dirà per me nell’antro materno
le parole di bronzo di una legge che duri
o quale angelo mai verrà dal cielo feroce
con la notizia della fine eterna? Continua a leggere

Fanatismo

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Oggi sui media si parla molto del fanatismo islamico, ma ve n’è di diverse specie, alligna anche nella scuola italiana. Chi non ha incontrato mai insegnanti, genitori e dirigenti fanatici? Gente convinta di aver capito tutto, di aver la verità in tasca, e che vede in coloro che pensano diversamente degli imbecilli, oppure persone in malafede. È ben vero che la parola fanatico viene spesso usata a sproposito, ma soprattutto come un’arma verbale, data l’umana tendenza ad attribuire all’altro le peggiori nefandezze. Continua a leggere

Il velo di Draupadi

drau.jpgIl velo di Draupadi (Le voile de Draupadi, 1993, trad. it. di M. Ferrara, Edizioni Lavoro, Roma 2004) di Ananda Devi è un romanzo che tiene fede al suo titolo. Sebbene sia scritto da un’autrice mauriziana di oggi (fatte salve le differenze, la Mauritius della Devi non può non ricordare la Trinidad di Naipaul: due isole con popolazione mista e molti Indiani immigrati da poche generazioni ), e in francese, esso ha un tema che non mi pare realmente colto dai pochi commenti cui ho potuto accedere, compresa la prefazione di Marie-José Hoyet: la questione del sacrificio della donna, inteso anzitutto nel suo senso più immediato e letterale.
Il riferimento al Mahabharata, di cui Draupadi è la principale figura femminile, è anche il riferimento all’intera cultura indù, cui appartiene la pratica del rogo della vedova, il sāti. La storia è qui quella di Anjali, una donna colta e abbastanza emancipata, che viene risucchiata nelle antiche usanze, cui non concede il suo assenso intellettuale, ma che la forzano comunque ad un consenso. Il figlio bambino è mortalmente malato, la medicina moderna impotente, i familiari e i parenti e il marito avvocato—che lei non ama più—la spingono inesorabilmente al sacrificio: dovrà camminare sul fuoco. Poiché, come dice un sacerdote, “…può chiedere a Dio di offrirle la vita di suo figlio. È però suo dovere dare in cambio una parte di sé per meritare quel dono infinito, quel dono divino”(p. 134). E lei ha, tragicamente, nella memoria la figura di una sua giovane amica, la mistica e innamorata Vasanti, considerata dai contadini una strega, e morta nelle fiamme durante un rito sacro. Le due fondamentali valenze del sacrificio, lo scambio e l’espulsione, sono entrambe presenti ad Ananda Devi. Nel brano che qui riporto, emerge da un lato l’alterità di Anjali rispetto al proprio ambiente, dall’altro il senso di tutti i rituali, compresi quelli più quotidiani e gestiti dalle donne, ovvero il differimento della violenza.

«Sono vissuta accanto a loro, sempre ai margini, né amica né nemica, partecipando talvolta alla loro vita formicolante, ma senza mai condividere la stretta parentela mentale che li univa, soprattutto in occasione delle feste.
Le donne che si affaccendano intorno agli enormi recipienti di stagno dove cuoce il riso, dove gorgogliano i vari curry spandendo il loro profumo forte e penetrante, soleggiato come le spezie messe a essiccare nell’ardore bianco di Port-Louis prima di macinarle; le pentole di smalto dove macera lenta­mente il latte cagliato dalla schiuma bionda; gli uomini eccita­ti dal rum che strappa risate a squarciagola, bestemmie pesan­ti, scherzi lascivi che interrompono solo in mia presenza — im­barazzati come bambini colti in fallo.
Non c’è un momento di pausa in questa vita. Anche in tempo normale, bisogna sempre spazzolare, pulire, lucidare, spolve­rare; condividere il piacere di mangiare quei piatti tradizionali la cui esatta e paziente preparazione diventa un punto d’onore, e poi ricominciare la pulizia degli utensili, delle stoviglie, del­la casa, con una sorta di ossessione.
Assoggettarsi a lavori banali e talvolta meschini che diventa­no un rito, una schiavitù quotidiana che non è sentita come ta­le solo perché rafforza i legami, dà un senso a una vita fatta di abitudini, stabilisce l’ordine e il contegno sotto un potere invi­sibile e tutto questo consente di pensare ad altro, di aspirare a una libertà qualsiasi.
In fondo, provo per loro una sorta di affetto impreciso, vago, che si alimenta di solidarietà occasionali, poi si dissolve, e poi, altre volte, si trasforma in una forte sensazione di differenza. Differenza, barriera, strana incomprensione che nasce dalla prossimità, che nasce da fedeltà temporali, incontrollabili. Dif­ferenze, similitudini, stessi lineamenti orientali, stesse abitudini di vestiario, e pensieri, mentalità che si situano a poli opposti.» (p. 133)

Il romanzo è scritto in prima persona, come moltissimi altri romanzi dell’ultimo secolo: tanto meno certa è la verità sopraindividuale, tanto più risuona, spesso confusa e confondente, la voce dell’io.

La strada

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La chiave di lettura dell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, The Road (Vintage Books, New York 2006), ci è data alla fine. Nell’ultimo paragrafo. Poiché questo è un libro sulla bellezza del mondo, e la bellezza per McCarthy si dà solo nella perdita, si rivela solo nella contemplazione di ciò che non è più. Come i salmerini nelle acque cristalline.

Once there were brook trout in the streams in the mountains. You could see them standing in the amber current where the white edges of their fins wimpled softly in the flow. They smelled of moss in your hand. Polished and muscular and torsional. On their backs were vermiculate patterns that were maps of the world in its becoming. Maps and mazes. Of a thing which could not be put back. Not be made right again. In the deep glens where they lived all things were older than man and they hummed of mystery.

Quest’idea di bellezza-perdita, che è ben presente in tutta l’opera di McCarthy e soprattutto nella Border Trilogy, viene qui portata fino in fondo: perché la bellezza del mondo possa manifestarsi pienamente, occorre che il mondo intero sia perduto, e che essa non ci sia più. E qui il mondo è davvero perduto, perché della sua bellezza e dei suoi colori non rimane più nulla: un cataclisma immane (certamente non naturale) lo ha letteralmente ridotto in cenere. Vi è cenere dovunque. Tutto è coperto di cenere, e una spessa nube grigia copre anche il sole, rendendo freddo e inospitale il pianeta. Gli unici esseri viventi sembrano essere gli sparuti e degenerati gruppi di umani che sono sopravvissuti, ma che per nutrirsi hanno a disposizione solo i cibi in scatola che si possono ancora trovare qua e là, e le carni di altri umani. Il cannibalismo dilaga. Gli animali sono scomparsi, pesci compresi. Le piante e le erbe non hanno resistito all’assenza della luce del sole. C’è un crepuscolo perenne. Gli umani che si vedono sono gli ultimi umani.
In questo scenario post-apocalittico, l’odissea del padre e del figlio che percorrono un lungo estenuante itinerario per raggiungere la costa e il mare, un’odissea o meglio un’anabasi in cui si esprime una solidarietà totale, un legame forte come la morte, ha ricevuto l’attenzione dei commentatori, focalizzata sul rapporto affettivo e sul suo significato di messaggio. I commentatori hanno voluto vedere in questo legame una novità positiva per quel che riguarda la visione del mondo dello scrittore americano, che sarebbe stata fino a questo punto dura e spietata, e, per dirla tutta, alquanto machista. Invece, bisogna ricordare che nell’opera di McCarthy non sono mai mancate figure di tenerezza e di amore generoso e gratuito. Come alcune figure femminili, ad esempio nella Border Trilogy, come ho rilevato altrove, e la tragica madre de Il buio fuori. Ma soprattutto occorre tener presente che McCarthy non dice apertamente e non nasconde, ma accenna, o, per dirla più chiaramente alla greca, semainei.
Poiché questo, oltre ad essere un libro sulla bellezza del mondo, è anche un libro sul segno. Come lo era già, in particolare, Meridiano di sangue, incentrato sulla violenza e la sua significazione. L’umano è scambio di segni, il circuito di produzione e ricezione continua di segni che origina un contesto significativo e sensato, che si allarga dal piccolo gruppo all’universo intero. Dato che la nostra specie ha come principale caratteristica quella di rappresentare il maggior pericolo per se stessa, quando due individui si incontrano la prima cosa è comprendere se l’altro sia amichevole od ostile, se rappresenta una risorsa o un pericolo. E gli incontri (rari) che capitano al padre e al figlio sono molto pericolosi: l’umanità qui è riportata ad una condizione di homo homini lupus. La società si è dissolta. Il contesto-mondo è stato distrutto, e anche il piccolo gruppo è privato di un orizzonte di senso. Ciò che si mostra all’altro è sottratto ad ogni criterio di verità. Il segno fondamentale è quello che dice “sono armato e posso ucciderti”. Ma la pistola a sei colpi del padre rimane con un solo proiettile nel tamburo, e lui ne carica cinque finti, fabbricati da lui, per ingannare i possibili nemici. E una pistola spara-razzi di segnalazione luminosi, che il padre trova in un relitto, diviene un’arma di offesa. Non deve più segnalare (cioè emettere un segno di relazione) ma deve colpire e uccidere.
Poiché questo, oltre ad essere un libro sulla bellezza e sul segno, è un libro sull’incubo eterno degli umani: l’autodistruzione del gruppo, della società, dell’umanità intera a causa della violenza. Qui l’evento c’è stato. Quel che resta sono residui di umanità, che non potranno resistere a lungo in un mondo privo di ogni forma di vita animale e vegetale. Il dissolvimento dell’intera umanità trascina nell’insignificanza e nel nulla l’intero mondo. Qui anche è palpabile la differenza essenziale tra l’umano e l’animale, tra natura e cultura, tra sfera mondana e sfera trascendentale del segno, tra appetito e desiderio. Non vederla fa parte della follia essenziale del nostro tempo.
Poiché questo, oltre ad essere un libro sulla bellezza del mondo, sul segno e sulla dissoluzione violenta, è anche un libro sull’irriducibilità dell’uomo alla dimensione animale. E qui io scrivo come uno che ha sperimentato quello cui McCarthy si riferisce nell’ultimo paragrafo. Infatti, anch’io ho colto nei salmerini di fonte (brook trout) una delle espressioni supreme della bellezza del mondo. Li ho pescati nei torrenti alpini e li ho tenuti in mano contemplando la loro magnifica livrea (prefazio al sapore delle carni rosa-arancio accompagnate dal vino Sylvaner). Ma i segni sul dorso dei salmerini, “maps of the world in its becoming”, sono anche labirinti, luoghi in cui il senso si perde. E tuttavia l’essere umano, l’unico che attribuisce alle cose un significato, non può non avvertire il mistero delle cose più antiche di lui. La fine di tutto richiama l’inizio, la dissoluzione dell’ordine interpella la sua origine.

Orme nel cielo

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Saga familiare che veramente ha il diritto di chiamarsi saga, questo Orme nel cielo di Einar Már Gudmundsson (Fótspor á himnum, 1997, trad. it. di Fulvio Ferrari, Iperborea, Milano 2003). Una tipica postmodernità della costruzione (con l’incrociarsi continuo dei piani temporali tra i brevi capitoletti) si unisce ad un linguaggio scarno, con poche concessioni allo psicologismo. Come rileva il traduttore nella sua postfazione, quest’opera si inscrive in quel numero di romanzi nordici che ri-presentano il mondo della fame, che sembra oggi remoto ma è dell’altro ieri: in Islanda, nella Scandinavia, nella campagna padana. Incastrati nella narrazione troviamo relitti preistorici, come la storia della donna-foca, che ci fa pensare alla fanciulla-cigno del romanzo di Leena Lander La casa del felice ritorno. Tutte le storie di uomini-animali che ad un certo punto abbandonano la loro pelle e la riprendono, o la perdono per sempre, rimandano ad un passato sacrificale, in cui il debole confine tra l’umano e l’animale è attraversato e riattraversato, e l’evento di espulsione violenta o di sacrificio è travestito nel mito come accaduto per intervento di forze impersonali o soverchianti (come il fiume, il mare, ecc.).

Al sanatorio, Ólafur raccontò a Gudný la storia di suo nonno Magnús Árnason: una bellissima notte d’autunno, quando il chiaro di luna si cullava sulle onde e le stelle del cielo brillavano come lampadine, camminava sulla riva ingioiellata di lava, dove frequentemente si incontravano le foche.Tutt’a un tratto si trovò davanti all’entrata di una grot­ta e sentì venire da dentro i suoni allegri di una festa, fuori dalla grotta erano distese delle pelli di foca. Ma­gnús raccolse una di quelle pelli e se la portò via, tornò a casa e la chiuse in una cassa, poi andò a letto, ma non riuscì ad addormentarsi.Ogni volta che stava per prendere sonno si ritrovava all’ingresso della grotta e rabbrividiva al freddo della notte autunnale. Così uscì di nuovo, nell’oscurità. Le stelle erano scomparse, e anche il chiaro di luna. All’ingresso della grotta le pelli di foca non c’erano più, c’era un gran silenzio, una donna nuda stava seduta su un sasso e piangeva. Ma­gnús la accompagnò a casa, la confortò e la scaldò.Così passarono i giorni. Così passarono le notti.
Ma­gnús e la donna, che si chiamava Erla, si sposaro­no ed ebbero quattro figli, due femmine e due maschi. A Erla piaceva scendere al mare con i bambini. Nei suoi occhi c’era uno sguardo che guardava lontano, i capelli fluttuavano come onde e il mare le schiumava nelle vene.
Un giorno Erla non si sentiva bene ed era stanca, e Ma­gnús andò in chiesa con i bambini. Quando tornò a casa trovò aperta la cassa, la pelle era scomparsa insieme alla donna. Vennero giorni bui, senza squarci di sereno e senza luce. Un giorno, poco più tardi, i bambini stavano ritornando da Reykjavík0, tutti tranne Haraldur che era in barca con suo padre.
“Conoscevano un punto dove si potevano tirare a riva le barche, nella loro campagna, sul promontorio”, disse Ólafur, “e lì la loro mamma andava a fare il bu­cato.”
Un ruscello entrava nella baia e si spingeva in mare. I1 ruscello ora era in piena. Correva veloce, color ruggi­ne, e trascinava con sé pezzi di ghiaccio. Aveva nevicato molto ed era tempo di disgelo. I bambini cercarono di attraversare il ruscello, ma l’impeto della corrente li afferrò e li scaraventò in mare.
Ma­gnús, il proprietario terriero, era fuori di sé. Pian­geva a dirotto, il suo dolore era terribile. Diceva che sua moglie era una balenottera nel mare e i suoi figli tre cuc­cioli di foca. Ma­gnús si lasciò sfuggire la terra dalle mani e si ridusse quasi a chiedere l’elemosina. Allora Haral­dur, suo figlio, raccolse le proprie cose e andò ad abitare nella casa di torba all’approdo di Grandi.
Il nonno raccontava spesso questa storia alla nonna. Ogni volta era più rifinita ed elaborata. Quando stava per morire guardò in direzione della nonna senza vedere altro che contorni confusi, sorrise debolmente e disse:
“Può darsi che mia nonna viva negli abissi del mare, ma non ha nessun senso venirci a dire che abbiamo occhi da foca: le foche hanno occhi umani”
(pp. 182-184)

Darwinismo, fondamentalismo

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È difficile essere critici. La criticità non piace ad alcun Sistema, giustamente: è nella natura dei sistemi, come di ogni organismo, preservarsi espellendo qualsiasi elemento possa apparire portatore di squilibrio e turbamento. La Scuola, ad esempio, è un Sistema. Sarà forse per questo che nei testi delle Riforme Scolastiche si parla poco di criticità, di spirito critico, ecc., mentre ne parlano continuamente certi insegnanti post-sessantottini, che però ne fanno poco uso nei confronti delle idee fruste che si portano addosso da decenni. Una specie in via di estinzione, peraltro, sostituita gradualmente da sissini, precari storici, precari virtuali, post-insegnanti postmoderni, giullari e cyborg. Un vero progresso. Continua a leggere

La casa del felice ritorno

L’oscura attlander.jpgrazione che antichi riti sacrificali pagani possono esercitare ancora su uomini della nostra epoca, e addirittura su pastori protestanti nordici già missionari in Africa, è un tema piuttosto interessante. Ne potrebbe uscire anche un grande romanzo, soprattutto se questo tema fosse sapientemente intrecciato con il clima postbellico di una Finlandia e ha vissuto l’alleanza con Hitler ed una serie di eventi feroci e di pulizie etniche spietate. Il romanzo di Leena Lander La casa del felice ritorno (Iloisen kotiinpaluun asuinsijat, 2000, trad. it. di D. Sessa, Iperborea, Milano 2002) non è un grande romanzo per due motivi principali: manca nella strutturazione generale, troppo cinematografica e in fondo poco originale, con quell’imperversare dei flash-back che da decenni è quasi di rigore in buona parte della narrativa europea corrente; e manca nell’approfondimento dei caratteri dei personaggi, i cui moventi appaiono abbastanza gratuiti (anche questo è un elemento generico del romanzo postmoderno, tuttavia). Il personaggio più importante in una narrazione che si pone il tremendo tema dello scontro tra paganesimo e umanesimo cristiano-occidentale, il pastore protestante che durante la missione in Africa ha sentito il richiamo del cuore di tenebra, avrebbe richiesto una mano più potente di quella della Lander, brava scrittrice ma non adatta all’alto volo.

Tuttavia, questo è un romanzo che merita di essere letto. La storia è avvincente: la misteriosa trovatella Hanna che divenuta adolescente scompare, e che per la sua migliore amica si è tramutata in cigno (o che lo era), è una presenza inquietante; lo sfondo storico presenta molti elementi significativi, e fa pensare ancora una volta a come sia difficile l’Europa. L’antropologo si sente stimolato e poi non pienamente soddisfatto, ma deve ammettere che alcune pagine rapiscono.

C’è un’epigrafe , a pag. 9, che riporto.  «Di tali spiriti, ove benevoli, ove malvagi, la credenza voleva pullulasse l’intero mondo della natura, l’aria, la terra e perfino i recessi sotterranei. Non v’era lago, isola, penisola o baia; né bosco, remota palude, landa, radura o valle; né colle, vetta o altura; né sorgente, rapida, fiume o ruscello; né arbusto, prato o fiore; né uomo o altra creatura vivente, che non avesse un proprio spirito. All’acqua e al ferro, al fuoco, al vento e al gelo, finanche a entità quali il sonno e la morte, era legato un demone peculiare a ciascuno.»
Elias Lönnrot, Antichi poemi magici del popolo finnico, 1880

Molti Peter Pan

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L’Isola che non c’è esiste, è qui fra noi, è l’Italia di oggi, è l’Occidente di oggi. È il luogo dove l’adolescenza non esiste più in senso classico, come passaggio tra l’infanzia e l’età adulta, ma si offre come condizione permanente e intrascendibile. Continua a leggere

Crepuscolo a Delhi

copj131.jpgGiaceva nel letto in uno stato comatoso, troppo insensi­bile per alzarsi a sedere o anche soltanto per pensare. Il sole calò e nascose il volto dietro l’orizzonte. I corvi gracchiaro­no e volarono via. I passeri tornarono ai loro nidi. La notte si avvicinò in fretta, a grandi passi, lasciando una scia di silenzio, e ricoprì gli imperi del mondo con il suo manto di tenebra e desolazione. (p. 289)

Questa sequenza potentemente lirica chiude il romanzo di Ahmed Ali Crepuscolo a Delhi (Twilight in Delhi, 1940, trad. it. e postfazione di V. Mingiardi, Neri Pozza Editore, Vicenza 2004). Si può leggerlo da differenti punti di vista, anche come documento di una fase storica dell’India, come emblema di un incontro di due mondi culturali, della difficoltà di essere un uomo con due matrici, ecc. A me di Ahmed Ali piace la vena elegiaca, la continua evocazione della vanità delle cose, il senso dell’inesorabile tendenza di tutto a finire. Mi piace anche il quadro di una vecchia Delhi in cui fioriscono attività del tutto sottratte alla presa dell’utile, come l’allevamento e l’addestramento di colombi da parte di molti abitanti, con gli stormi che si librano a gara nel cielo sopra la città, seguendo ciascuno gli ordini del proprio addestratore, che cerca di attrarre e inglobare anche uccelli altrui nel proprio stormo, accrescendolo a spese degli altri. Spettacolo mirabile, e conflitto continuo in cui la rivalità si estetizza. Come nelle gare di aquiloni, che anch’essi dai tetti si levano nel cielo, e confliggono, ciascuno guidato ad abbattere gli altri. Ove si vede che le forme più liberamente estetiche di fruizione del tempo tra gli umani si possono sottrarre al dominio dell’economico (in parte), ma mai a quello della mimesi conflittuale.

Le donne del romanzo sono soggette alla legge del parda, ovvero, confinate in una parte della casa, possono mostrarsi solo ai parenti più stretti: è una Delhi islamica nella quale la vita si svolge in un modo che non dispiacerebbe molto ad un fondamentalista odierno. E tuttavia, comandino i mughal o i sayyed o i farangi, il vero signore è l’ineluttabile tempo.

Mir Nihal tornò a casa con il cuore colmo di tristezza, consapevole della natura vana ed effimera del mondo. Ma formidabili sono le devastazioni del Tempo, e nessuno può opporsi alla sua forza inarrestabile. I re muoiono, le dina­stie cadono. Passano secoli e millenni, e mai un sorriso illu­mina l’imperscrutabile volto del Tempo. La vita procede con spietata continuità, e, sempre alla ricerca del nuovo, schiaccia mondi e ideali sotto i suoi talloni crudeli; distrug­ge, ricostruisce e demolisce di nuovo con la capricciosità dissennata di un fanciullo che innalza un castello di sabbia solo per raderlo al suolo… (p. 165)