La bestia umana

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L’imminente caduta del Secondo Impero riverbera una luce sanguinosa sui personaggi de La bestia umana (La Bête humaine, 1890, trad. it. di L. Collodi, Newton Compton, Roma 2003). Insieme al loro desiderio scatenato (sessuale anzitutto, e anche di denaro, di felicità e autoaffermazione – la chimera, lo sfuggente frutto che per tanti rami va perseguendo la fame dei mortali) è posta qui in scena la Modernità travolgente, travolta e sanguinante. Il suo segno è la ferrovia, il treno che passa come una folata di vento, portando con sé centinaia di persone, folla i cui volti appaiono per un attimo al casellante che vive isolato, uomini e donne trascinati nel gorgo della vita. E il treno si muove, è la macchina semovente, che annulla le distanze, che per la prima volta nella storia sembra rendere insignificante ciò che separa gli umani, lo spazio. Jacques Lantier il macchinista e la sua amante possono incontrarsi spessissimo, e godere della loro passione, grazie alla macchina che in poco tempo copre la distanza tra Le Havre e Parigi: una storia d’amore del tutto impossibile solo pochi anni prima, prima del trionfo della techne. È un amore mediato dalla locomotiva, a sua volta oggetto d’amore e vivente di una sua vita, di una sua personalità. La macchina che si muove appare animata, e con lei s’instaura un rapporto di devozione, una relazione con sfumature erotiche (fin dagli inizi dunque: è qualcosa di legato al movimento, le macchine che stanno ferme non suscitano vero amore come sanno fare locomotive, navi, automobili, aerei…). Nel narrare l’incidente ferroviario in cui muoiono molte persone e muore anche la Lison, la locomotiva, Zola attinge un livello espressivo di forte impatto emotivo (che dovrebbe indurre, come molti altri passi zoliani, i redattori dei testi scolastici ad una maggior prudenza, e forse a leggere i libri di cui parlano…). Quel climax era già stato anticipato nel racconto del primo incidente della Lison, fermata da un muro di neve.

Jacques si avvicinò e si chinò a sua volta. Aveva già notato, esaminando con cura la Lison, che era ferita. Nello spalare, si erano accorti che alcune traversine di legno, lasciate dai canto­nieri lungo la scarpata, erano scivolate, sotto l’azione della neve e del vento, sbarrando le rotaie, e anche la brusca fermata, dove­va dipendere in parte da quell’ostacolo, poiché la locomotiva ci aveva urtato contro. Si vedeva l’ammaccatura sulla scatola del cilindro, nel quale il pistone era leggermente spostato. Apparen­temente sembrava il solo danno, il che, in un primo momento, aveva rassicurato il macchinista. Forse, però, erano state causate anche gravi lesioni interne: non c’è nulla di più delicato del complicato meccanismo dei cassetti di distribuzione, dove batte il cuore, vive l’anima della locomotiva. Jacques risalì, fischiò, aprì il regolatore, per controllare le articolazioni della Lison. Fu lenta a mettersi in moto, come una persona, indolenzita da una caduta, che ritrova a fatica l’uso delle membra. Finalmente, con doloroso affanno, si mosse, girò le ruote, ancora stordita, pesan­te. Poteva andare, sarebbe riuscita a camminare, avrebbe fatto il viaggio. Jacques, però, scosse la testa: lui che la conosceva a fondo la sentiva strana sotto le mani, cambiata, invecchiata, feri­ta da qualche parte da un urto fatale. In mezzo alla neve aveva ricevuto quel colpo al cuore, nel freddo mortale, come quelle donne giovani, solidamente piantate, che se ne vanno in pochi mesi di mal di petto, per essere rincasate una sera dal ballo, sotto una pioggia ghiacciata. (p.184)

Se le potenti locomotive sono la cifra della techne dilagante, anche il desiderio non ha limiti e, non controllato, tende, quasi per intima necessità, a farsi omicida. Roubaud uccide l’antico amante di sua moglie Séverine, a coltellate, durante un viaggio in treno, aiutato dalla stessa ; Séverine, che ha partecipato a quel delitto, desidera che suo marito sia ucciso, e spinge il suo amante Jacques all’omicidio; Jacques ha in sé fortissima la pulsione a uccidere le donne, è un serial killer in potenza: sta per uccidere Flore che desidera, infine uccide Séverine; Flore causa una strage facendo deragliare il treno per uccidere Jacques, di cui è innamorata, e l’odiata Séverine; l’avido e miserabile Misard uccide la meschina avara Phasie mettendole del veleno per i topi nel liquido destinato al clistere; Pecqueux tenta di uccidere Jacques scaraventandolo giù dalla locomotiva e muore cadendo con lui. (Il film di Renoir è del 1938)

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Discorso sulla caccia 3

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Nel testo di Ortega c’è un capitoletto meraviglioso, il cui solo titolo mi ha incantato: D’un tratto, in queste pagine, si odono latrati. Poiché, in verità, la caccia per sua natura non è solitaria. La caccia solitaria è una derivazione, la caccia originaria è caccia di branco. L’umano, essere mimetico, ha prima di tutto imitato i lupi (il mito del licantropo ne è remoto segno). Poi ha associato a sé quella creatura che ancora, nella campagna, ad alcuni come me fa ribollire il sangue. La caccia di branco: la muta di cani, il gruppo di umani. Prima la vicenda artemisia, col suo risvolto dionisiaco, poi la narrazione. La narratività umana deriva dalla caccia, non dalla raccolta delle bacche. Ortega sembra aver vissuto un incontro ravvicinato con lo Spirito della Caccia. Continua a leggere

Discorso sulla caccia 2

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Scipione Emiliano fu probabilmente il più grande dei Romani. Attorno a lui si elaborò il fondamentale concetto dell’ humanitas, che sbocciò nell’opera di Terenzio, Cicerone e Seneca. Scipione Emiliano è anche l’esemplare dell’amico perfetto. E l’amicizia, non certo l’amore romantico, è per gli antichi (e per me nel mio piccolo) ciò che di più alto si può realizzare nella vita. Scipione e Polibio diventano amici perché cacciatori. Mi era sempre sfuggito, l’ho scoperto in Ortega, che cita un passo di Polibio. Continua a leggere

Discorso sulla caccia 1

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Ho sempre saputo che la caccia è per eccellenza la forma della vita felice. Non per teoresi, ma per esperienza. Ritrovo quest’idea sviluppata nel bellissimo testo di José Ortega y Gasset Discorso sulla caccia (Sobre la caza, trad. it. di A. Vitali, Editoriale Olimpia 2007). In questa che in realtà è una lunga e articolata prefazione ad un libro del suo amico grande cacciatore conte di Yebes, Ortega indaga filosoficamente la natura della caccia. Arrivando alla conclusione che essa non è mutata in migliaia di anni. Ora che viviamo nel momento del suo tramonto, essa può rivelare che cosa è stata: la perfetta forma della vita felice. Continua a leggere

La notte bianca dell’amore

herli.jpgGustaw Herling, La notte bianca dell’amore (biała noc miłości, 1999), a cura di Marta Herling, L’ancora del mediterraneo, Napoli 2004. Dostoevskji , Čechov e e Pirandello sono gli ispiratori dell’unico (breve e tardo) romanzo di Herling.
Si tratta di una narrazione densissima, in cui sono conflate in uno quasi tutte le tematiche fondamentali della Modernità e Postmodernità: dall’impossibilità dell’amore di coppia, che insieme rappresenta l’orizzonte ultimo di senso dell’uomo occidentale, all’assoluta relatività di tutti i significati; dalla teatralità (il protagonista Luca è un uomo di teatro, e il sottotitolo è romanzo teatrale) come ri-presentazione della vita al testo come fonte insieme sacra e manipolabile; dalla visione fisica a quella mentale (il protagonista diventa cieco in tarda età); dal senso di colpa (forse l’amata Ursula è la sorellastra, forse per lei Luca ragazzo ha lasciato morire affogato il rivale) alla fuga dalla realtà nel sogno; dal viaggio (a Venezia) alla scrittura come riscrittura senza fine; dalla crisi della famiglia alla maschera che copre ogni volto… e via enumerando. Questo è anche un romanzo sulla letteratura, un metaromanzo, come i numerosissimi riferimenti ad opere e scrittori testimoniano ad ogni passo. Mi colpisce, in particolare, l’ostinazione di Luca regista nel voler correggere i finali di Dostoevskji, di cui ha adattato per il teatro Le notti bianche, e Čechov. In fondo, chi corregge si pone su di un piano più alto, in qualche modo, e per correggere i due grandi russi ci vuole un bel coraggio, una sorta di hybris… o una incapacità di capire fino in fondo. Propendo per la seconda ipotesi. I due epiloghi, l’uno più desolato dell’altro, che infine il romanzo propone, sono un ulteriore tributo alla relatività del tutto e all’indifferente Postmodernità da cui stiamo forse, molto faticosamente, uscendo. Trovo molto bello l’epilogo secondo.

Nei giorni di bel tempo, quando l’angolo sotto gli olmi era deserto, si disponevano in cerchio attorno alla tomba, tenendosi per mano e can­tando sottovoce. Che cosa cantavano? Nel canto in­fantile ricorreva un ritornello inglese: «They remarried on the mortal carpet». Mary li accompagnava con un ritornello in dialetto indu, probabilmente originario di una parte dell’India dove per le vedove vigeva ancora l’obbligo della concremazione. Come poi risultò, era più lungo della versione inglese:

I defunti, uniti in nuovo matrimonio sul tappeto fune­bre, si amino nei secoli dei secoli. I vivi che li onorano dan­zando intorno al rogo finché non si consumi, continuino a vivere in nome di un amore eterno, che la morte non può spezzare. In nome di un amore che apre la porta di una vita nuova e diversa. (p. 129)

Del padre

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Che la figura del padre nel corso dell’ultimo secolo abbia subito un’eclissi nelle società occidentali è un’assoluta evidenza. L’aspetto forse più rilevante del mondo occidentale contemporaneo è il suo essere una società senza padre (La “società senza padre” preconizzata da Alexander Mitscherlich nel 1963) . Nello stesso tempo, l’Occidente è il luogo in cui la liberazione del desiderio, resa possibile dallo svanire della figura repressiva del padre, è diventata il fondamento anche della struttura economica. Continua a leggere

Se fossi in te

green.jpgJulien Green, Se fossi in te… (Si j’étais vous…, 1947-1970), trad. it. di Clio Pizzingrilli, Quodlibet, Macerata 2003. La storia narrata è quella di un patto col diavolo, dal quale il protagonista riceve il dono di poter entrare, col solo recitare una formula all’orecchio di un’altra persona, nel corpo di questa, sloggiandone l’io, e sostituendolo col proprio, mentre l’io dell’altro, a sua volta, viene infuso nel corpo del protagonista. Uno scambio fulmineo, che non è che il punto di partenza di una catena di scambi, potenzialmente infinita.  Ho scritto io, ma in realtà ciò che Fabien prende dagli altri in successione non è solo il corpo, ma anche le attitudini, le pulsioni, insomma la psiche. Cosa dunque passa dall’uno all’altro? Questo romanzo, il più problematico tra tutti quelli scritti da Green, evidenzia tutte le difficoltà di un’antropologia dualistica, che divide radicalmente nel concetto l’anima dal corpo. In effetti, soprattutto in alcune di queste successive incarnazioni, i confini tra le identità appaiono quanto mai labili, e “Fabien” tende a svanire, perfino il ricordo della formula si annebbia progressivamente in “lui”. Visionario e soffocante, come tutti i romanzi del Green precedente la grande trilogia della vecchiaia, che io chiamo della conciliazione, ci presenta nella figura della giovane Élise, vanamente innamorata, una degli avatara di Adrienne Mesurat. Questo è un romanzo della vanità, nel senso dell’Ecclesiaste. Vano è l’amore di Élise, vano è lo scontento iniziale di sé, che porta Fabien, pencolante tra una sensualità che lo alletta ed un cattolicesimo di formalistico rigore, a porgere orecchio a Brittomart, ambigua figura del Tentatore. Vane sono le successive incarnazioni. Vano è anche il ritorno a se stesso, come mostra il nebbioso finale, poiché lo stesso non è mai stato veramente tale. Questo è un libro del vuoto. E c’è una senso di vecchio cattolicesimo, quello poi che fornisce il quadro generale ai grandi scrittori francesi che vengono etichettati come cattolici—Bernanos, Mauriac, Green, ecc.—un cattolicesimo ossessionato dal senso del peccato (un peccato tutto legato ai sensi) e dalla perdizione dell’anima, e assetato di grazia, e insieme atterrito dalla difficoltà dell’ottenerla e del conservarla. Ma qui infine ci si chiede: che cosa c’è di sostanziale che possa perdersi, stante la fragilità dell’io, la sua tendenza a farsi altro e a svanire? Dove sta l’anima? Cosa c’è di veramente unico e stabile nel tempo, che possa essere graziato? Fabien è un intellettuale annoiato di sé.

E ancora una volta gli venne lo strano pensiero di non voler più essere se stesso; in modo inesplicabile sentiva che questo pensiero lo avrebbe arricchito. (p. 65)

E Brittomart demonio sa parlare, come sempre, in un modo che l’intellettuale trova irresistibile.

Essere eternamente gli stessi non è sopportabile per spiriti affinati dalla riflessione. Uscire da sé, divenire un altro, non è uno dei sogni più intelligenti che l’uomo abbia custodito in sé? (p.75)

Spazzatura

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Prodi si sveglia all’improvviso dal torpore (come Fafner, dormiva sul tesoretto) e vuole mobilitare l’esercito. Il buon Napolitano, che è napoletano, ma finora ha dormito il sonno del giusto, si dice “allarmato”. Pecoraro Scanio, che all’ambiente pensa molto, è campano: si vedono i risultati. Campano è Mastella. La Jervolino gracchia qualcosa, e rimane appollaiata sul suo ramo. Bassolino-basilisco fuma una cicca dopo l’altra, e non si schioda (chissà se, come tutti i fumatori, le butta qua e là): un quadro davvero esaltante. Se buon governo significa anzitutto guardare avanti nel futuro, e porre argini e dighe per le eventuali future alluvioni, che modo di governare è quello di oggi in Italia? Continua a leggere

La crocifissione di Cristo

quodcristCapita che siano stampati dei libri mirabili, e che pochi se ne accorgano. Devo la conoscenza e la lettura del testo di James G. Frazer La crocifissione di Cristo, seguito da La crocifissione di Aman di Edgar Wind (Quodlibet, Macerata 2007) alla gentilezza del curatore Andrea Damascelli, che mi ha donato una copia del libro. In verità, i testi di Frazer e di Wind sono datati, ma al loro interno è possibile scoprire cose ancora molto interessanti, e anche degli spunti ancora utili all’avanzamento della conoscenza religiosa e antropologica.

Tuttavia, ciò che rende il libro imperdibile ai miei occhi è il saggio splendido di Damascelli che occupa tutta la seconda metà  (su 254 pagine complessive, a partire dalla 129). Modestamente intitolato Purim e Passione. Note in margine ai testi di Frazer e Wind, è un’indagine appassionata e rigorosissima, che mostra quanto l’immaginario occidentale, e la storia ahimé anche sanguinosa dell’Occidente, sia debitore delle due grandi tradizioni bibliche e delle usanze rituali che nei secoli si sono formate. La festa ebraica di Purim è legata al Libro di Ester, e nel Libro di Ester si narra una storia di persecuzione, e di una persecuzione in cui i ruoli si scambiano: Aman, l’arcipersecutore della schiatta di Amalek, viene infine appeso e “crocifisso”. Damascelli con finezza e metodo critico esemplare segue le intersezioni tra la tradizione ebraica che si sviluppa intorno ad Ester ed Aman e quella cristiana corrispondente, trovando un cardine nella Lettera ai Galati 3, 13, e illuminando infine anche momenti tragici a noi vicini come la storia dell’antisemitimo nazista. Il saggio si conclude con uno sguardo sul presente israeliano, che mi sembra bello qui riportare.

Nel corso degli anni ottanta del Novecento, a Hebron – che nel 1929 era stata teatro di un massacro in cui avevano trovato la morte una settantina di ebrei -, la festa di Purim è stata occasione di provocazioni dei coloni nei confronti degli arabi, e il giorno di Purim del 1994 (25 febbraio), un colono di origine americana, Baruch Goldstein, aprìil fuoco sui musulmani in preghiera alla tomba dei Patriarchi uccidendone ventinove, prima di essere ucciso a sua volta. Qualche settimana prima, il presidente dello Stato di Israele Ezer Weizman – che avrebbe parlato del massacro di Hebron come della «cosa più terribile nella storia del sionismo» – aveva visitato Kyriat Arba, la colonia ebraica presso Hebron, dove era stato accolto con insulti da militanti di estrema destra. Fra i dimostranti c’era Baruch Goldstein il quale si era messo sul petto una stella gialla e all’indirizzo di Weizman urlava «Nazista! ». La sua foto era stata pubblicata sui giornali. Da un po’ di tempo, si sarebbe appreso in seguito, Goldstein aveva preso l’abitudine di visitare due volte al mese la prigione di Ayalon, dove arringava i prigionieri dicendo loro che bisognava espellere e addirittura sterminare gli arabi «perché sono degli amaleciti». Riflettendo sul fatto che la notte prima del massacro Goldstein aveva letto la megillà di Purim, il rotolo di Ester, Michael Walzer ha osservato che molti ebrei credono che il Libro di Ester si concluda con l’impiccagione di Aman: il permesso, accordato agli ebrei persiani, di vendicarsi dei nemici non fa parte della storia di Purim come viene raccontata. «Ma io sospetto – ha scritto Walzer – che esso costituisse la parte cruciale della vicenda per Baruch Goldstein, che vi trovò conferma al suo zelo religioso. Quando i suoi sostenitori proclamano che il giudaismo è una religione di vendetta, non sono matti o non solo matti: vi sono testi che sostengono il loro modo di vedere»`.
Così Walzer. A giustificazione del gesto del loro beniamino, i sostenitori di Goldstein hanno addotto, oltre al capitolo 9 di Ester, il comandamento di cancellare «la memoria di Amalek sotto al cielo». Ma – ha fatto notare il rabbino Michael Lerner, fondatore e direttore della rivista «Tikkun» – il passo biblico in realtà «non ordina la cancellazione di Amalek ma solo quella della memoria di Amalek. E dove vive quella memoria? Precisamente nella nostra tendenza a fare agli altri ciò che fu fatto a noi».
(pp. 252 – 254)