Discorso sulla caccia 2

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Scipione Emiliano fu probabilmente il più grande dei Romani. Attorno a lui si elaborò il fondamentale concetto dell’ humanitas, che sbocciò nell’opera di Terenzio, Cicerone e Seneca. Scipione Emiliano è anche l’esemplare dell’amico perfetto. E l’amicizia, non certo l’amore romantico, è per gli antichi (e per me nel mio piccolo) ciò che di più alto si può realizzare nella vita. Scipione e Polibio diventano amici perché cacciatori. Mi era sempre sfuggito, l’ho scoperto in Ortega, che cita un passo di Polibio.

Forse la differenza più profonda tra l’uomo antico e quello che gli succedette in Occidente, cioè noi, sta nel fatto che l’antico mancava stranamente di intimità. È quindi un testo in molti sensi eccezionale, del quale conviene riprodurre il passo riguardante la caccia, giacché esso è uno dei fatti culminanti nella storia universale dell’uomo cacciatore.

“E poiché si presenta l’occasione di parlare di questa illustre famiglia, manterrò la promessa, fatta nel primo libro, di dire quando, come e perché Scipione acquistò in Roma una reputazione superiore alla sua età, e in che modo si strinse la nostra amicizia, fino al punto di essere conosciuta non soltanto in Italia e in Grecia, ma anche nelle nazioni più remote.”

«Ho già detto che le nostre relazioni cominciarono conversando intorno ai libri che mi prestava…». Dopo aver riprodotto qualcuno dei primi colloqui ed aver descritto ampiamente le virtù di Scipione, aggiunge:

“Gli mancava di distinguersi per forza e valore, qualità che si stimano sopra le altre in quasi tutti i popoli, ma specialmente a Roma. Gli occorreva esercitarsi molto e la Fortuna gli presentò l’occasione propizia. I re della Macedonia erano oltremodo amanti della caccia ed avevano parchi pieni di animali. Durante la guerra Perseo, preso da cose di maggiore importanza, non si curò di cacciare, e in questi quattro anni la selvaggina si moltiplicò straordinariamente. Terminata la guerra, Paolo Emilio, persuaso che quello era il divertimento più utile e più nobile per i suoi figli, dette a Scipione gli inservienti che il re teneva per il detto esercizio e la libertà di cacciare quanto voleva. Considerandosi come un re, il giovine, per tutto il tempo che le legioni rimasero in Macedonia dopo la battaglia, non si occupò di altro e approfittò tanto più della libertà concessa in quanto che, trovandosi nel vigore della gioventù, era naturalmente portato a questo esercizio, e, come nobile levriero, infaticabile nel praticarlo. Tornato a Roma, trovò in me la stessa passione per la caccia, il che fece aumentare la sua; di modo che, mentre gli altri giovani romani impiegavano il tempo nel patrocinare cause, blandire i giudici o frequentare il Foro, cercando di acquistar fama con queste occupazioni, Scipione, tutto dedito alla caccia, acquistava maggior reputazione di loro con qualche rischiosa impresa di questo tipo; perché l’attività forense danneggia sempre almeno un cittadino, quello che perde la causa, mentre l’attività perseguita da Scipione non nuoce a nessuno, aspirando egli ad essere dei primi, non per i discorsi, ma per le azioni. Vero è che in poco tempo superò in fama tutti i romani della sua età, non essendoci stato nessuno più stimato di lui, anche se per esserlo prese un altro cammino da quello che di solito seguivano a Roma.” (pp. 31-32)

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