Del padre

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Che la figura del padre nel corso dell’ultimo secolo abbia subito un’eclissi nelle società occidentali è un’assoluta evidenza. L’aspetto forse più rilevante del mondo occidentale contemporaneo è il suo essere una società senza padre (La “società senza padre” preconizzata da Alexander Mitscherlich nel 1963) . Nello stesso tempo, l’Occidente è il luogo in cui la liberazione del desiderio, resa possibile dallo svanire della figura repressiva del padre, è diventata il fondamento anche della struttura economica. Il sistema produttivo delle società tecnotroniche non reggerebbe se la spirale dei desideri crescenti subisse una qualche interruzione. Tutti, in linea di principio, devono poter credere che i loro desideri potranno essere prima o poi soddisfatti, almeno indirettamente o per via vicaria. Devono comunque pensare che i desideri abbiano il diritto di essere soddisfatti, e che siano tutti leciti, salvo isole di non permissione (il cui fondamento è però relativistico e quindi fragile e precario). Devono credere che la repressione del desiderio sia la fonte di ogni male. La pubblicità, che della società del libero scambio è l’anima, si basa su questa ideologia. Il desiderio, non il petrolio, è il carburante del sistema capitalistico contemporaneo. Sviluppo del capitalismo e caduta della figura del padre non stanno insieme per caso, ma per intima necessità.

Dopo l’Undici Settembre ci troviamo dunque chiaramente di fronte ad uno scontro di civiltà, che non è affatto esploso per motivi di ordine meramente economico, né a causa della povertà, e neppure per una causa religiosa in senso stretto – anche se Israele tende pur sempre ad essere costituito come capro espiatorio a livello mondiale. Il vero motivo è culturale. Una cultura a fondamento patriarcale non può né generare né accogliere il libero flusso dei desideri che è consustanziale al sistema di libero mercato, pena il proprio annichilimento. Il movimento islamista ha visto questo pericolo con estrema lucidità, e ha deciso che nessun prezzo è abbastanza alto da non poter essere pagato per una battaglia contro una cultura portatrice di caos, la nostra attuale, in cui addirittura uomini sposano uomini e donne sposano donne. Per gli islamisti il patriarcato è l’unica forma sociale degna dell’essere umano.

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Da sempre la figura del padre e quella del maestro sono contigue. Sono entrambe figure che per avere un senso hanno bisogno di autorevolezza. E non a caso, ancora, entrambe sono coinvolte nella stessa caduta. Infatti il sistema della cultura occidentale (aperto, polimorfo e cangiante sì, ma lungo ben precise direttrici) ha portato un attacco ad entrambe le figure contemporaneamente, e in particolare lo ha fatto mediante la letteratura ed il cinema. Le figure paterne nel romanzo degli ultimi due secoli, ad esempio, sono quasi in toto negative, come le figure di insegnanti e maestri. Nel cinema è sostanzialmente lo stesso, e quando un padre o un insegnante appaiono connotati positivamente, lo sono per dei loro caratteri in qualche modo fraterni e sostanzialmente immaturi, comunque estranei al ruolo tradizionale. Come a dire: l’unica figura virile accettabile per i giovani e sensata è quella che si spoglia della maturità, della pienezza dell’essere virile, per farsi in qualche modo coetanea. Questo è il modello che è passato, quello vincente, quello che è espresso dopo il 1945 dalla cultura giovanilistica e vittimistica del nostro Occidente. Un modello che, secondo me, è clamorosamente fallito. Questo mi è venuto in mente considerando il romanzo di Eraldo Affinati Secoli di gioventù (Mondadori, Milano 2004). Romanzo, detto tra parentesi, che mi pare presenti diverse caratteristiche della produzione letteraria media italiana di questi anni, soprattutto per quel che riguarda la costruzione complessiva e i modi della narrazione. Il protagonista è un insegnante quarantaseienne che ha la vocazione del padre e, non essendolo biologicamente, dirige la propria tensione d’amor paterno verso i propri allievi, in particolare verso uno di questi disabile, e verso un giovane tedesco destinato ad espiare, in qualche modo, le colpe del nonno nazista. Un romanzo che affronta un tema importante – che cosa significa essere padri? – senza avere tutti i mezzi per una siffatta impresa. Un libro riuscito a metà (ho il sospetto poi che gli editors siano ormai la peste delle lettere mondiali), con qualche parte interessante. Noterò, incidentalmente, come quando la scuola compare in un romanzo sia sempre vista in dettagli negativi, oppure sotto angolature che non ne fanno cogliere la problematica d’insieme. Qui non è del tutto così: l’insegnante, di italiano e storia in un professionale, deve tener testa a una classe difficile. Composta però di ragazzi facili da comprendere. “Mi creda, è il nostro sguardo a complicarli. Gli adolescenti cresciuti nel vuoto degli affetti piombati – genitori simili a etichette sentimentali, famiglie consunte, passioni recise – sa di cosa avrebbero bisogno? Di un nemico” (p. 13). Affinati, che ha letto Girard, conosce la natura polemica dell’essere umano, e in particolare del maschio, e sa che non esistono facili vie d’uscita e soluzioni irenistiche a buon mercato. Il suo insegnante è in qualche modo un guerriero dell’educazione, che sa combattere la sua battaglia col necessario distacco, in modo da difendersi dal contagio mimetico, cui neppure i docenti sono immuni. Le righe che riporto qui contengono un concetto che condivido pienamente: insegnante al centro, distanza critica, resistenza ai richiami – al flusso caotico dei desideri e delle pulsioni.

Signor Mayer, sono sdraiato sul letto dell’albergo, anco­ra frastornato dopo la visita al tempio. Ho bevuto diver­se lattine di birra e credo di essere andato fuori giri. Vor­rei poter riuscire a dirle perché suo figlio è diventato anche un po’ il mio. Vede, io faccio l’insegnante e ogni volta che entro in aula, chiudendomi la porta alle spalle, mi trasformo nella controfigura del padre. È come un’as­se d’equilibrio: i giovani alle estremità, io al centro; il che significa restare a una distanza di sicurezza dal fuoco delle passioni. Se non lo accetti, per i ragazzi diventi inaffidabile. Tu sei la misura della maturità: lo scandalo necessario. Provando la tua resistenza ai richiami cui lo­ro non sono ancora in grado di opporsi, capiscono se de­vono seguirti oppure no. (p. 133)

4 pensieri su “Del padre

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