La notte bianca dell’amore

herli.jpgGustaw Herling, La notte bianca dell’amore (biała noc miłości, 1999), a cura di Marta Herling, L’ancora del mediterraneo, Napoli 2004. Dostoevskji , Čechov e e Pirandello sono gli ispiratori dell’unico (breve e tardo) romanzo di Herling.
Si tratta di una narrazione densissima, in cui sono conflate in uno quasi tutte le tematiche fondamentali della Modernità e Postmodernità: dall’impossibilità dell’amore di coppia, che insieme rappresenta l’orizzonte ultimo di senso dell’uomo occidentale, all’assoluta relatività di tutti i significati; dalla teatralità (il protagonista Luca è un uomo di teatro, e il sottotitolo è romanzo teatrale) come ri-presentazione della vita al testo come fonte insieme sacra e manipolabile; dalla visione fisica a quella mentale (il protagonista diventa cieco in tarda età); dal senso di colpa (forse l’amata Ursula è la sorellastra, forse per lei Luca ragazzo ha lasciato morire affogato il rivale) alla fuga dalla realtà nel sogno; dal viaggio (a Venezia) alla scrittura come riscrittura senza fine; dalla crisi della famiglia alla maschera che copre ogni volto… e via enumerando. Questo è anche un romanzo sulla letteratura, un metaromanzo, come i numerosissimi riferimenti ad opere e scrittori testimoniano ad ogni passo. Mi colpisce, in particolare, l’ostinazione di Luca regista nel voler correggere i finali di Dostoevskji, di cui ha adattato per il teatro Le notti bianche, e Čechov. In fondo, chi corregge si pone su di un piano più alto, in qualche modo, e per correggere i due grandi russi ci vuole un bel coraggio, una sorta di hybris… o una incapacità di capire fino in fondo. Propendo per la seconda ipotesi. I due epiloghi, l’uno più desolato dell’altro, che infine il romanzo propone, sono un ulteriore tributo alla relatività del tutto e all’indifferente Postmodernità da cui stiamo forse, molto faticosamente, uscendo. Trovo molto bello l’epilogo secondo.

Nei giorni di bel tempo, quando l’angolo sotto gli olmi era deserto, si disponevano in cerchio attorno alla tomba, tenendosi per mano e can­tando sottovoce. Che cosa cantavano? Nel canto in­fantile ricorreva un ritornello inglese: «They remarried on the mortal carpet». Mary li accompagnava con un ritornello in dialetto indu, probabilmente originario di una parte dell’India dove per le vedove vigeva ancora l’obbligo della concremazione. Come poi risultò, era più lungo della versione inglese:

I defunti, uniti in nuovo matrimonio sul tappeto fune­bre, si amino nei secoli dei secoli. I vivi che li onorano dan­zando intorno al rogo finché non si consumi, continuino a vivere in nome di un amore eterno, che la morte non può spezzare. In nome di un amore che apre la porta di una vita nuova e diversa. (p. 129)

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