È poco più che una sceneggiatura per una fiction televisiva questo Nordest (edizioni e/o, Roma 2005) di Massimo Carlotto e Marco Videtta (che è infatti uno sceneggiatore) e credo voglia esser tale. Pure, e benché io non sia affatto un appassionato di noir, giudico la lettura di questo testo un’esperienza interessante. Esso pone delle questioni gravi, e anche abbastanza angoscianti per chi come me vive nel cuore dello stesso Nordest, a Treviso. Continua a leggere
Del noir 2
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La lettura del romanzo di Osvaldo Capraro Né padri né figli (edizioni E/O, Roma 2005) pone, cosa che di per sé già rappresenta un merito, alcune importanti questioni. Si tratta della storia di una mala formazione, evocata già dal titolo-negazione, nel senso di una formazione mancata di un ragazzo sfortunato, che ha un padre che vive di commercio illegale e abusa sessualmente di lui, e che finisce in quello che un tempo si chiamava riformatorio, e in seguito inevitabilmente tra le file della malavita organizzata. Continua a leggere
Del noir 1
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Negli ultimi tempi (un concetto per me alquanto relativo) ho letto, per interesse antropologico-letterario, alcuni noir italiani. Mi rileggo gli scritti relativi, in sequenza. Ho infatti cercato di individuarne la legge. Continua a leggere
Addii

«L’amore nasce per ragioni incongrue, ogni tanto per equivoco, è intempestivo, non è contemporaneo di se stesso e certe volte solo per caso si rivela» si legge a pag. 76 del bel romanzo di Elisabetta Rasy La scienza degli addii (Rizzoli, Milano 2005). Questo si può dire dell’amore tra due persone, ma anche dell’amore per un’attività, come quella dell’insegnante. Possiamo amare però solo quello che ai nostri occhi appare bello. Di qualunque bellezza si tratti, magari solo illusoria (ma perché quel “solo”, ogni bellezza non è illusione?). E la frattura del tempo è sempre associata alla bellezza, di cui si afferra la presenza solo quando essa si oscura e svanisce. Saper dire addio a ciò che abbiamo amato intensamente proprio perché era perduto, e forse illusorio fin dalle origini, è una delle forme superiori di sapienza.
Loto
“Non posso narrare quel che accadde a Hócin nelle lontane terre russe. Non perché non ricordi, bensì perché non voglio. Non vale la pena raccontare di terribili massacri, della paura dell’uomo, della bestialità degli uni e degli altri, non bisognerebbe ricordare né compiangere né glorificare. La cosa migliore è dimenticare, affinché muoia il ricordo umano di tutto ciò che è brutto e i bambini non intonino canti di vendetta”. Continua a leggere
Orley Farm
Dopo l’età classica del grande romanzo ottocentesco sono venuti molti ismi, e soprattutto il Modernismo, il Postmodernismo, e ora quella situazione che…. chiamiamola Globalismo o Postmillennialismo. Oggi, in teoria, gli scrittori godrebbero di grande libertà, non dovrebbero rispondere a princìpi di scuola, ma solo al pubblico e al Mercato. In realtà al pubblico dei lettori i romanzieri hanno dovuto rispondere sempre, anche quando il romanzo muoveva i primi passi… pena l’insuccesso.
Quando scriveva Anthony Trollope, il pubblico voleva storie corpose, lunghe, intrecci complessi, e vicende d’amore sfocianti sempre nel matrimonio. Un romanzo, un matrimonio. Pure, il genio di Trollope non è quello dell’ happy end. Nei suoi romanzi c’è sempre qualcuno o qualcuna che infine sposa l’amato o l’amata, ma ci sono anche molti fallimenti, c’è molta infelicità personale, cioè molta infelicità di singole persone, destini individuali legati ai caratteri distintivi delle persone. In fondo, il personaggio è la persona di una persona, cioè la maschera di una maschera. Se i tipi umani sono un numero limitato, quelle variazioni che creano la persona sono infinite, come si vede, nella realtà di tutti i giorni, dai volti: se si escludono i gemelli omozigoti, ogni volto umano è differente dagli altri. Il grande romanziere è un grande creatore di personaggi (in casi estremi di un solo vero personaggio, con una sua evoluzione rigorosa). E la persona-personaggio è legata alla memorabilità. I grandi romanzi ci lasciano la memoria dei personaggi. Se tu non ricordi nulla dei personaggi di un romanzo, quel romanzo è inconsistente. Prendete un romanzo di Trollope, come Orley Farm (trad. it di C. Mennella, Sellerio1999) : alla fine delle sue 856 pagine i personaggi sono nella vostra mente con autentica consistenza: stanno, insieme, lì, nella vostra mente.
Fate questo esperimento: leggete 10 noir di dieci romanzieri italiani contemporanei, uno dopo l’altro in rapida sequenza. Quindi, provate a richiamare alla mente i personaggi, con le loro caratteristiche di persona di persona: li confonderete l’uno con l’altro: ci sarà sempre l’investigatore mezzo-sfigato, la bella ragazza ecc.: copie di copie, non variazioni entro un tipo umano, ma replicanti, cloni. Se fate la fatica di leggere una decina di romanzi di Trollope, la galleria che avrete nella mente sarà ampia, variegata, e umanamente convincente, anche se si tratta di uomini e donne dell’età vittoriana, la loro vita personale rimane infinitamente più intensa. Si dirà che Trollope è un grande della letteratura, gli autori di noir praticanti di un sotto-genere commerciale. Non importa: il funzionamento del romanzo risponde alle stesse regole di fondo, sempre, nel variare dei sotto-generi e degli stili: ogni epos, per quanto degradato e lontano dall’origine rimanda ad essa: la narrazione nasce dalla memoria e richiede la memorabilità. E non c’è memorabilità se non c’è distinzione.
Dei professori
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Aprire Delfi? Far sì che almeno una parte degli studenti delle ultime generazioni abbia accesso al mondo della cultura alta, e non sia relegata in sub-culture più o meno impermeabili tra loro, tutte assoggettate agli idola fori della società mediatizzata e bloccata in cui viviamo? Una missione quasi impossibile, in cui oggi non crede quasi nessuno, a cominciare dai sommi gradi. Soprattutto se ne vengono incaricati i professori. Continua a leggere
Il generale dell’armata morta
Il generale dell’armata morta di Ismail Kadaré (Le général de l’armée morte, 1970, trad. it. di A. Donaudy, Corbaccio, Milano 2004). Bisognerebbe coniare la categoria di romanzo di esumazione, per poter collocare questo romanzo di Kadaré in un sottogenere adeguato.
La storia narrata è quella di un generale italiano, che in compagnia di un prete che ben conosce gli Albanesi e i loro costumi (e che di cristiano sembra avere ben poco, e pare un semplice funzionario), a vent’anni dalla fine dell’ultima guerra trascorre molti difficili mesi nel paese delle aquile, per recuperare e poi riportare in Italia i corpi di migliaia di caduti. Non è un compito facile, e la popolazione non è amichevole. La storia è quanto mai desolata e lascia nel lettore un profondo senso di vuoto e di estraneità. Il personaggio del generale non è simpatico, è un uomo rigido e ligio al dovere, e non molto portato alla comprensione dell’altro, che qui è davvero altro per usi, costumi, senso della vita, della morte e dell’onore. Basti pensare alla vicenda della morte di Nik Martini, che il giorno dello sbarco italiano sulle coste albanesi prende il fucile e da solo si reca a combattere gli invasori. Questo è un romanzo per tutti coloro che vogliono fuggire i luoghi comuni e pensare l’alterità tra gli umani.
“È sorprendente” disse il generale (…) che un uomo solo possa pensare di combattere contro un esercito.”
“Ritengono un onore combattere isolati”, replicò il prete. “È una loro antica tradizione.” (pp.140-141)
Sapienza
Non c’è niente da fare. Uscire dall’orizzonte dell’espulsione è difficile per tutti. Questa volta l’espulso è il Papa.
Il discorso che il Papa avrebbe dovuto pronunciare alla Sapienza è molto bello, e molto problematico. Pone questioni fondamentali, come quella della natura della verità e del rapporto tra fede e ragione. Ma è anche un discorso strano, con una fondamentale paradossalità in se stesso, poiché essendo rivolto ad un pubblico di credenti e non credenti si sforza di far accettare l’idea che solo il Cristianesimo consenta la vera scienza, permetta alla ragione di perseguire la verità come bene. Immagino che matematici e fisici sarebbero stati e saranno perplessi. In ogni caso, si tratta indubbiamente di un discorso per la componente umanistica dell’Università. Continua a leggere
La società del risentimento
Il risentimento omnium erga omnes è un dato di fatto della nostra società di massa, ne rappresenta uno dei caratteri distintivi. Proprio perché sono venute meno le gerarchie (il 1968 in ciò è stato un passaggio importantissimo) la situazione è ora tale per cui tutti possono sentirsi pari a tutti gli altri, e la parità, l’uguaglianza sentita come assoluta, può generare soltanto rivalità. E così è. Il totalmente diverso infatti non è veramente rivale, e le lotte più feroci sono quelle tra coloro che ben si conoscono.
Quanto più vicini si è all’identità, tanto maggiore e più violenta è la rivalità. Anche la vita politica italiana ne è oggi l’illustrazione: Destra e Sinistra presentano molti più aspetti di somiglianza che di differenza, massime sul terreno della scuola, come abbiamo sempre sostenuto. Ma proprio perché si assomigliano, si odiano. Questo principio fondante dell’antropologia mimetica è ben presente nel libro di Stefano Tomelleri, La società del risentimento, Meltemi editore, Roma 2004. La tavola imbandita della Modernità può essere paragonata al sapienziale convito che Dante voleva preparare per gli insipienti desiderosi di apprendere del suo tempo, un banchetto da cui molti erano esclusi, elitario e gerarchico, e per questo pacifico. Il banchetto moderno si presenta aperto a tutti, ma proprio per questo è massimamente mimetico e generatore di risentimento. In luogo del dantesco pane degli angeli, vi si serve l’acerba uva della contesa senza fine.
Dalla lezione dei due autori presi in esame [Nietzsche e Scheler], facciamo l’esperienza di una chiara e lucida immagine del risentimento moderno, troppo attento a criticare le imperfezioni altrui per potersi riconoscere esso stesso immerso in tali manchevolezze. È l’immagine di un grande affresco sulla modernità, dove è dipinto un ricco banchetto. Gli invitati sono in molti, ciascuno con una propria biografia, e alcuni siedono fronteggiandosi: gli “schiavi”, i “signori” da un lato, gli “asceti”, i “borghesi”, gli “uomini comuni” dall’altro. Il banchetto è apparecchiato con cura: sul tavolo sono appoggiati oggetti preziosi, la “morale giudaico-cristiana”, la “democrazia”, il “progresso”. Gli invitati sono al calduccio e con la pancia piena, ma non sono felici, si accusano vicendevolmente, in un andirivieni di rappresaglie dove ciascuno gioca a essere ostacolo per l’altro: sono in fermento. Il ricco banchetto riserva una scatola a sorpresa che tradisce un inganno: l’unico piatto servito è dell’uva acerba. (pp.63-64)