Sapienza

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Non c’è niente da fare. Uscire dall’orizzonte dell’espulsione è difficile per tutti. Questa volta l’espulso è il Papa.
Il discorso che il Papa avrebbe dovuto pronunciare alla Sapienza è molto bello, e molto problematico. Pone questioni fondamentali, come quella della natura della verità e del rapporto tra fede e ragione. Ma è anche un discorso strano, con una fondamentale paradossalità in se stesso, poiché essendo rivolto ad un pubblico di credenti e non credenti si sforza di far accettare l’idea che solo il Cristianesimo consenta la vera scienza, permetta alla ragione di perseguire la verità come bene. Immagino che matematici e fisici sarebbero stati e saranno perplessi. In ogni caso, si tratta indubbiamente di un discorso per la componente umanistica dell’Università.

E’ significativo che il Papa inizi da una sorta di difesa preventiva del suo diritto a parlare nell’Università. L’argomento fondamentale sembra inquadrarsi entro una visione pluralista delle sapienze umane, ciascuna col suo diritto ad esprimersi e confrontarsi con i luoghi in cui si elaborano i saperi. Ratzinger dice:

Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.

Egli sarebbe il rappresentante di una comunità, di una determinata sapienza della vita, di un tesoro di conoscenza ed esperienze etiche, di una ragione etica. Ma il pluralismo non si addice al Cattolicesimo, se non in forma epifenomenica. E infatti gradualmente il Papa si presenta come portatore della sapienza della vita e della ragione etica. Ciò che, del resto, distingue infine il filosofo e il teologo è che il primo non sa dove lo porterà la sua indagine, il secondo lo sa prima ancora che la sua indagine inizi.

In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.

Dunque per Benedetto XVI la ragione, che si esprime anzitutto in filosofia e teologia, fiorisce pienamente solo se illuminata dalla fede. Ma poiché è evidente che nemmeno il Papa pensa ad un ritorno al medioevo (in cui peraltro era già evidente come dal Cristianesimo stesso germinasse l’idea della profanità del mondo) in cui la fede sia un presupposto generalizzato, ci si può chiedere che cosa intenda come traducibile nella pratica reale dell’Occidente contemporaneo.

La caduta nella disumanità di cui parla il pontefice si verifica da sempre. E’ il pericolo che minaccia gli umani fin dalla loro origine. Le religioni sono sorte esattamente per evitare questo pericolo della fuoriuscita degli umani da ciò che li costituisce come umani e lo sprofondamento nella violenza indifferenziata. Ma il rimedio generale trovato finora è stato solo quello della violenza differenziata (che tutte le religioni e i loro eredi profani hanno sempre legittimato – anche il Cristianesimo non condanna in assoluto tutte le guerre, né tutte le forme di esercizio della violenza). L’Europa contemporanea, che si pensa come profana, non è un ambiente più violento di quel che fosse duecento anni fa, quando la religione e la famiglia erano infinitamente più solidi. C’è molto da pensare, ancora.

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