La casa del felice ritorno

L’oscura attlander.jpgrazione che antichi riti sacrificali pagani possono esercitare ancora su uomini della nostra epoca, e addirittura su pastori protestanti nordici già missionari in Africa, è un tema piuttosto interessante. Ne potrebbe uscire anche un grande romanzo, soprattutto se questo tema fosse sapientemente intrecciato con il clima postbellico di una Finlandia e ha vissuto l’alleanza con Hitler ed una serie di eventi feroci e di pulizie etniche spietate. Il romanzo di Leena Lander La casa del felice ritorno (Iloisen kotiinpaluun asuinsijat, 2000, trad. it. di D. Sessa, Iperborea, Milano 2002) non è un grande romanzo per due motivi principali: manca nella strutturazione generale, troppo cinematografica e in fondo poco originale, con quell’imperversare dei flash-back che da decenni è quasi di rigore in buona parte della narrativa europea corrente; e manca nell’approfondimento dei caratteri dei personaggi, i cui moventi appaiono abbastanza gratuiti (anche questo è un elemento generico del romanzo postmoderno, tuttavia). Il personaggio più importante in una narrazione che si pone il tremendo tema dello scontro tra paganesimo e umanesimo cristiano-occidentale, il pastore protestante che durante la missione in Africa ha sentito il richiamo del cuore di tenebra, avrebbe richiesto una mano più potente di quella della Lander, brava scrittrice ma non adatta all’alto volo.

Tuttavia, questo è un romanzo che merita di essere letto. La storia è avvincente: la misteriosa trovatella Hanna che divenuta adolescente scompare, e che per la sua migliore amica si è tramutata in cigno (o che lo era), è una presenza inquietante; lo sfondo storico presenta molti elementi significativi, e fa pensare ancora una volta a come sia difficile l’Europa. L’antropologo si sente stimolato e poi non pienamente soddisfatto, ma deve ammettere che alcune pagine rapiscono.

C’è un’epigrafe , a pag. 9, che riporto.  «Di tali spiriti, ove benevoli, ove malvagi, la credenza voleva pullulasse l’intero mondo della natura, l’aria, la terra e perfino i recessi sotterranei. Non v’era lago, isola, penisola o baia; né bosco, remota palude, landa, radura o valle; né colle, vetta o altura; né sorgente, rapida, fiume o ruscello; né arbusto, prato o fiore; né uomo o altra creatura vivente, che non avesse un proprio spirito. All’acqua e al ferro, al fuoco, al vento e al gelo, finanche a entità quali il sonno e la morte, era legato un demone peculiare a ciascuno.»
Elias Lönnrot, Antichi poemi magici del popolo finnico, 1880

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