Darwinismo, fondamentalismo

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È difficile essere critici. La criticità non piace ad alcun Sistema, giustamente: è nella natura dei sistemi, come di ogni organismo, preservarsi espellendo qualsiasi elemento possa apparire portatore di squilibrio e turbamento. La Scuola, ad esempio, è un Sistema. Sarà forse per questo che nei testi delle Riforme Scolastiche si parla poco di criticità, di spirito critico, ecc., mentre ne parlano continuamente certi insegnanti post-sessantottini, che però ne fanno poco uso nei confronti delle idee fruste che si portano addosso da decenni. Una specie in via di estinzione, peraltro, sostituita gradualmente da sissini, precari storici, precari virtuali, post-insegnanti postmoderni, giullari e cyborg. Un vero progresso.

Da poco in Italia s’è sollevato un certo polverone circa l’insegnamento della teoria darwiniana nella scuola. Pareva quasi di capire che Darwin fosse di sinistra, e al Ministero ci fossero degli Anti-darwiniani di destra (creazionisti o mullah, non so). Da noi tutto infatti deve sempre e comunque essere riportato alla dialettica destra-sinistra, quindi la teoria dell’evoluzione appariva progressista e di sinistra. Ma ve lo ricordate il darwinismo sociale e le implicazioni darwiniane in certi teorici dell’estrema destra tedesca del primo Novecento? Con questo non dico che Darwin fosse un pre-nazista, ma affermo l’ovvietà: che la sua teoria può dar luogo a diverse interpretazioni (e pratiche). Proprio come dà luogo a diverse interpretazioni (e pratiche), che al mio naso odorano fortemente di sacro, quella dell’altro grande santo laico, icona della modernità, Freud, che certo non avrebbe pensato che le sue idee avrebbero dato origine a forme parareligiose (come è accaduto in Francia, dove soprattutto nella forma derivata del lacanismo, la psicoanalisi si è fatta quasi religione di stato).

Propongo, nella mia traduzione, la lettura di una recensione di Bruce Thornton ad un libro che raccoglie scritti di vari autori, curato da William A. Dembski per la ISI Books, dal titolo Uncommon Dissent. Intellectuals Who Find Darwinism Unconvincing. Darwin e Freud sono due pilastri della visione del mondo costituita. Inconscio freudiano ed evoluzione darwiniana all’interno della struttura di plausibilità (Berger) occidentale contemporanea, ovvero nell’ambito del sapere sociale condiviso, appaiono dotati di un crisma di veridicità che funge da deterrente nei confronti di chi voglia assumere un atteggiamento critico. Questa situazione mi sembra avversa allo sviluppo del sapere critico. Acrobaticamente, mi compiaccio di porre come epigrafe una citazione da un testo acrobatico quant’altri mai, Ateismo nel cristianesimo di Ernst Bloch (Atheismus in Christentum -1968, trad.it. F. Coppellotti, Feltrinelli, Milano 1971).

Il nichilismo, pestifera manifestazione di una borghesia che tramonta e suo specchio, trova senza dubbio le sue premesse anche nel materialismo meccanico, nella tipica assenza di un fine e di uno scopo cosmologici. (p.298 )

UNA SFIDA AL FONDAMENTALISMO DARWINIANO

Se si dà retta a quello che si dice sui media dominanti, i critici della teoria darwiniana dell’evoluzione sono tutti creazionisti fanatici, i quali credono che il Genesi descriva letteralmente l’origine della vita, e così equivalgono, come scrive William Dembski nella sua Introduzione, a “negatori dell’Olocausto, sostenitori dell’idea che la Terra è piatta, o credenti negli oroscopi”. Schierati contro di loro sono quei presunti modelli di pensiero razionale che semplicemente credono in ciò che i fatti della scienza hanno stabilito come verità. Non ci vuol molto a cogliere quali siano per i media gli eroi della situazione – tutti quegli intellettuali avanzati e illuminati che ci proteggono dai fondamentalisti di mente ristretta smaniosi di riportare noi e i nostri figli alle epoche oscure dell’ignoranza e della superstizione.

Come al solito, i media distorcono la realtà. Sebbene i creazionisti si servano del lavoro dei critici di Darwin, molti di costoro non esprimono una visione creazionista o comunque religiosa delle origini della vita. Al contrario, essi fanno proprio quello che si suppone debbano fare scienziati e intellettuali: esercitare “una mente affamata e una propensione a mettere in questione le opinioni ricevute”, come dice John Wilson nella sua Prefazione. Dopo tutto, non è forse questo il modo in cui funziona la scienza: attraverso un costante scetticismo, che assoggetta ciascuna teoria alla messa in questione dei suoi presupposti e delle sue tesi, e anche dell’evidenza che si suppone supportare entrambe? Come mostra questa raccolta di saggi, i migliori critici dell’evoluzione darwiniana sono precisamente intellettuali e scienziati che sottopongono ad analisi le tesi della teoria darwiniana, e mettono in luce i suoi difetti e punti deboli. Come afferma Edward Sisson nel suo Insegnare le pecche del neo-darwinismo, “I sostenitori di un disegno intelligente che trovo persuasivi non affermano che l’evoluzione debba essere soppressa a causa di un qualche conflitto con la Bibbia. Al contrario, essi argomentano che un’evoluzione inintelligente debba essere posta in questione per il fatto che l’evidenza scientifica che viene offerta a suo sostegno è debole”.

Di fatto, sono spesso i darwinisti quelli che esprimono un’intolleranza del dissenso ed un’insofferenza alla critica tipiche della mentalità fondamentalista, come si vede dalla prontezza con cui alcuni darwinisti ricorrono agli attacchi ad hominem e alla denigrazione di chi li critica. Una tattica è quella di evitare qualsiasi argomentazione e di etichettare ogni critica con l’allarmante epiteto di creazionista, come ha fatto il divulgatore ultra-darwinista Richard Dawkins in risposta all’articolo di David Berlinski su Commentary magazine (ripubblicato in Uncommon Dissent insieme con le risposte di altri lettori e le repliche di Berlinski). Altrove Dawkins aveva proclamato che “se si incontra qualcuno che afferma di non credere nell’evoluzione, quella persona è ignorante, stupida o malata (o perversa, ma non voglio considerare questa possibilità)”. Reazioni così aspre e immature dimostrano non un atteggiamento scientifico ma una sensibilità quasi religiosa, che avverte una minaccia all’ortodossia. Un altro dei modi per rifiutare qualsiasi critica del darwinismo è quello di affermare con soddisfazione che a tutte le critiche è stata data una risposta e che quindi esse non possono venir prese seriamente in considerazione. Per esempio, secondo l’idea di complessità irriducibile concepita da Michael Behe, il meccanismo biochimico finemente calibrato che regola la funzione cellulare non potrebbe essere stato creato mediante accumulo di mutazioni casuali selezionate in quanto valide per la sopravvivenza, dal momento che le molte parti che svolgono la funzione devono essere presenti nello stesso tempo. Come scrive Behe nel volume in questione, “i sistemi irriducibilmente complessi sono un tormento per la teoria darwiniana perché resistono all’idea di una produzione graduale, avvenuta un passo alla volta, come figurata da Darwin”.

E tuttavia secondo Andrea Bottaro, che scrive per il National Center for Science Education, l’idea di complessità irriducibile avrebbe “ricevuto un colpo fatale” da una simulazione al computer che ha utilizzato “mutazione e selezione casuale non diretta” per creare un risultato “irriducibilmente complesso”. Questa asserzione è supportata da due riferimenti, e tuttavia quando questi vengono analizzati, come fa Dembski nel suo saggio, il “colpo fatale” non risulta essere neppure una lieve ferita. Il primo riferimento, come nota Dembski si limita a rinviare “il lettore alle spiegazioni razionali impiegate dalla comunità biologica per eludere la minaccia posta dalla complessità irriducibile”. Il secondo rimanda alla simulazione al computer che “ha introdotto nella simulazione ciò di cui essi [gli autori] pensavano l’evoluzione avesse bisogno per funzionare” e così “ hanno presupposto esattamente il punto in questione”.

In verità, per molti difensori dell’evoluzione il darwinismo è parte di un sistema religioso, i cui fondamenti non derivano solo dalla ragione ma anche da una fede. Questa religione è l’ateismo, una credenza che non sorge dall’evidenza ma è un fatto di fede, come può spiegare chiunque abbia un minimo di preparazione filosofica. Il primo principio dell’ateismo è il materialismo: la credenza, ugualmente non provata dalla scienza, che tutta la realtà sia materiale, e quindi tutto debba essere spiegato da cause materiali e forze cieche che seguono le leggi della fisica. In altre parole, come nota Robert C. Koons, “il darwinismo è stato parte di un attacco metafisico all’idea stessa – che ha avuto corso per duemila anni – di un soggetto agente, sia umano che sovrumano”.

Così il darwinismo, come il freudismo e il marxismo, è un esempio dell’attacco della modernità all’idea stessa dell’umano, una riduzione delle persone a pure cose in un mondo completamente determinato dalle forze brute della natura. Non occorre dire che il rifiuto di una volontà libera e di una realtà spirituale non è una pretesa scientifica, ma piuttosto filosofica o religiosa: “Quello che gli esponenti del Center for Science Education propongono di insegnare come evoluzione,” nota Phillip E. Johnson “e qualificano come un fatto, è basato non su una qualche evidenza empirica incontrovertibile, ma su di una presupposizione filosofica altamente controversa”. Dio, tuttavia, non è stato liquidato dall’evoluzione. Tutte le sue capacità creative e intenzionali non gli sono state conferite da mutazioni casuali e selezione naturale.

Il riconoscimento delle radici non scientifiche dell’adesione al darwinismo aiuta a spiegare la riluttanza di molti a trattare dei problemi della teoria. Alcuni di questi sono di natura logica, come il ragionamento circolare della evoluzione darwiniana. “Continuamente” scrive David Berlinski “i biologi … spiegano la sopravvivenza di un organismo riferendosi alla sua capacità adattativa, e la capacità adattativa di un organismo riferendosi alla sua sopravvivenza”. Mi viene in mente Pangloss, che credeva che il naso fosse stato fatto così com’è per poter reggere gli occhiali. O si considerino i problemi creati dall’adesione all’idea di un universo privo di finalità. Il processo evolutivo è condotto da mutazioni casuali che per mero accidente migliorano le capacità di sopravvivenza di un essere e ne determinano il successo riproduttivo. Ma la spinta a sopravvivere e riprodursi non è forse un’intenzione mirata, che si dovrebbe presupporre impossibile entro lo schema darwiniano? “Che cos’è” chiede James Barham “che fa sì che la materia vivente si preoccupi di autoconservarsi?” Potrebbe esserci una risposta scientifica a questa domanda, ma fino a questo momento la teoria dell’evoluzione non l’ha fornita.

Poi c’è la tormentosa mancanza di evidenze fossili che supportino l’evoluzione. “È molto difficile” nota Johnson “conciliare l’evidenza fossile con lo scenario darwinista. Se tutte le specie viventi discendono da antenati comuni mediante un accumulo di piccoli progressi, un tempo deve essere esistito un vero e proprio universo di forme intermedie di transizione, colleganti gli odierni organismi ben differenziati tra loro, come farfalle alberi e umani, con quegli ipotetici antenati comuni”. E tuttavia, quando sono costretti a riconoscere che nelle testimonianze fossili compaiono numerose specie già ben formate, come nella esplosione cambriana delle specie avvenuta 600 milioni di anni fa, gli apologeti dell’evoluzione avanzano un’argomentazione del tipo “il compito l’ho dimenticato a casa”: c’è un vuoto nella documentazione fossile perché per qualche motivo i fossili non sono sopravvissuti. Il punto non è che qualche fossile apparentemente transizionale, come quello del dinosauro piumato archaeopteryx, esiste, ma che milioni di altri non esistono.

L’evoluzione darwiniana assomiglia sempre più alla vecchia immagine tolemaica dell’universo, in cui tutti i pianeti giravano intorno ad una Terra immobile. Nel corso degli anni, quelli che aderivano a questa visione sulla base della fede nell’autorità biblica aggiustarono il modello per dar conto della nuova evidenza, finché l’evidenza contro il modello divenne così schiacciante che il suo assunto centrale, l’immobilità della Terra, dovette essere abbandonato. Un nuovo strumento, il telescopio, fornì la nuova evidenza che liquidava il cosmo geocentrico. Così è anche oggi: nuovi strumenti di osservazione hanno rivelato le basi biochimiche e genetiche della vita, la cui complessità davvero intricata costituisce una potente sfida al quadro darwiniano di mutamenti casuali accumulati gradualmente.

Le proteine, ad esempio, debbono assumere una configurazione particolare, ripiegandosi prima di poter svolgere una funzione nella cellula. Ma, come osserva Roland F. Hirsch, questo processo di ripiegamento è possibile solo se guidato. Un processo di ripiegamento in cui la catena proteica si curva in modi casuali non potrebbe formare in un periodo di tempo utile la configurazione funzionale di quella proteina”. Se si considera il numero incredibile di proteine che sono necessarie per far funzionare una sola cellula, per non menzionare le loro interconnessioni, ci si trova davanti alla questione sollevata da Hirsch: “Come è possibile che una funzione che richiede una molteplicità di proteine in un meccanismo cellulare emerga mediante le mutazioni casuali richieste, che hanno sviluppato una molecola proteica alla volta e in modo graduale, mutazioni che non hanno fornito alcun prodotto intermedio con una qualsiasi funzione che permetta alla selezione naturale darwiniana di operare?”.

Così è anche col DNA, che mette in codice la struttura di circa 250 amminoacidi che costituiscono una proteina. Secondo una stima citata da Berlinski, il numero di proteine vitali si colloca intorno a dieci alla quindicesima potenza – la materia prima di tutta la vita che è esistita nel tempo. E tuttavia il numero di “tutte le possibili proteine di una determinata dimensione si calcola moltiplicando venti per se stesso 250 volte (venti alla duecentocinquantesima potenza)”. Ciononostante dovremmo credere che la piccola sottoclasse di proteine che rende possibili tutti gli esseri viventi sia scaturita per accidente da quel vasto oceano di possibilità. Questo è tanto probabile quanto il fatto che un migliaio di scimmie che battono a caso i tasti di un computer producano anche soltanto un verso di Shakespeare, il che non può accadere a meno che qualcosa salvi le lettere giuste quando esse siano accidentalmente battute, perché quel qualcosa sa quale verso deve riuscire. Nell’evoluzione, quel qualcosa è la selezione naturale, alla quale ora vengono attribuiti i poteri di fine, intenzione e disegno un tempo riservati a Dio.

Le conclusioni di questo testo importante non vanno, contrariamente a quello che vorrebbero far credere i media, nel senso di sostenere l’insegnamento scolastico del racconto biblico della creazione. Piuttosto, il senso del discorso è che gli scienziati dovrebbero comportarsi da scienziati ed essere pronti a mettere in discussione i loro stessi assunti e affrontare le critiche con un’argomentazione ragionata invece che con insulti, caricature e appelli all’autorità. Lo scetticismo è l’arma più importante della scienza: la sua assenza in troppi difensori dell’evoluzione darwiniana indica che le loro credenze sono guidate da qualcosa di diverso dalla scienza.

Bruce Thornton

Concludo citando Ernst Jünger, di cui ecco una sentenza sulla quale mi sembra possibile meditare.

Quegli stessi spiriti che si erano ritenuti abbastanza forti per sottrarsi ai vincoli dell’antica religione degli avi furono soggiogati dalla magia di barbari idoli. (Sulle scogliere di marmo, Auf den Marmorklippen, 1939, trad. it. A. Pellegrini, Ugo Guanda Editore, Parma 2002, p. 35)

13 pensieri su “Darwinismo, fondamentalismo

  1. Mah … io mi sono letto con grande calma ed attenzione “L’idea pericolosa di Darwin” dell’antipatico Dennett, anche alla luce delle critiche portate a tale opera dal simpatico Stephen Jay Gould (che si professava darwinista ma ci teneva a distinguersi dagli ultra-darwinisti come Dennett e Dawkins). Molto serenamente, affermo che ho trovato assai più persuasive, cioè di qualità migliore, le ragioni del primo. Complessivamente, non mi sembra affatto vero che, come insinua l’articolo, i problemi della teoria darwiniana non vengano affrontati ma siano ormai diventati articoli di fede. La concorrenza nel campo scientifico è tale che se uno trovasse davvero delle evidenze inconfutabili sulle quali far leva, abbandonerebbe di certo qualsiasi cautela mimetica, per correre verso il Nobel.

  2. Diciamo delle “solide evidenze”, ché l’inconfutabilità non mi sembra predicabile delle teorie scientifiche di cui qui si parla. Non essendo uno scienziato, posso solo opinare filosoficamente, fiutando però dove gli scienziati, e massime i biologi, sconfinano nella teoresi filosofica, in cui si dimostrano, come dire, maldestri.

  3. Quella di Behe è un’affermazione gratuita, che non trova supporti logici validi, intesa nell’accezione di una irriduciilità assoluta di ciò che complesso E’ ovvio che più elemeti che intereagiscono danno origine a fuzioni che le singole parti discrete non possono avere, ma questo non può implicare che un sistema non abbia origine nei suoi singoli elementi e nelle loro interazioni. Pericolose trascendenze.

  4. Ho pubblicato la traduzione dell’articolo di Thornton non perché io ne condivida i singoli passi e citazioni, e nemmeno perché io sia un nemico ideologico della teoria darwiniana nel suo insieme, ma come esempio della necessità di pensare criticamente, e di non produrre ideologia scientifica, che è altra cosa dalla scienza. Personalmente, peraltro, io tendo a pensare che sia necessario pensare ad una differenza fondamentale tra “sistemi” naturali e “sistemi” culturali. E pensare che anche i “sistemi naturali” sono pensati, cioè culturalmente mediati. Ma qui il discorso si fa veramente, come dire, complesso.

  5. @ Fabio
    siamo d’accordo sul valore del pensiero critico che oggi sta venendo a mancare.
    Il fatto che i sistemi naturali siano pensati nel senso che sono intrpretati e capiti in base all’azione della mente dell’uomo apre le porte a questioni veramente complesse come dici giustamente tu.
    buon 2008!

  6. Molto bello…posso suggerire di farne un video articolo? sarebbe bellissimo da mettere su youtube, il regno del Neodarwinismo.
    Io sono videomaker, se posso essere utile con consigli, eccomi qui, altrimenti se sei di Milano ti vengo io a fare le riprese mentre parli di questo soggetto.

  7. Condivido quasi in toto il contenuto dell’articolo. Salvo cieco fideismo, è impossibile aderire alla religione neodarwiniana. Dawkins, poi, e figuri della medesima risma, oscillano tra l’ossessione e l’inquisizione.
    Ci sono anche ragioni puramente logiche che rendono il neo darwinismo impossibile, eccone una: se ab initio era il caos, e questo è mancanza di informazione, come può la vita – che è informazione – sorgere dalla sua assenza? Come può una non cosa diventare una cosa? Come può il mutare di niente produrre altro che niente? Qui, il Vecchio con la barba non c’entra; in qualsiasi modo abbia avuto inizio la vita, certissimamente non è stato attraverso un processo neodarwiniano. L’evoluzione esiste, ovvio, è un particolare aspetto del mutamento; ma questo è altro discorso.
    Parce sepulto.

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