Cesarotti su lingue e dialetti

di Eros Barone

La modernità della concezione e la limpidezza dell’esposizione, che contrassegnano il “Saggio sulla filosofia delle lingue” di Melchiorre Cesarotti (1785) e ne fanno il frutto più maturo dell’illuminismo italiano in campo linguistico, sono davvero sorprendenti. Una succinta illustrazione delle tesi che espone ed argomenta l’autore permette di cogliere il significato profondamente innovativo delle conseguenze che egli seppe trarre dall’applicazione della sua riflessione sulle lingue alla lingua italiana. Continua a leggere

Filosofie del populismo

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Ho letto l’interessante Filosofie del populismo di Nicolao Merker (Laterza 2009). Eccone tre passaggi.

Si può individuare il populista dal suo ricorrere, più o meno accentuato, a strumenti conoscitivi poco affinati, refrattari alle distínzíoní e analisi, tali dunque da scegliere strade relativamente facili. Sono di solito due: o una affrettata generalizzazione concettuale, cioè un salto logico che tramuta concetti molto particolari in concetti di (falsa) ampiezza universale; o la convinzione che l’unica chiave per capire l’essenza del mondo è rappresentata dall’immediatezza dell’intuizione e della divinazione. (p. 6)

Le varianti delle dottrine populiste sono un labirinto, potenziato anche dai contesti storico-politici in cui le ideologie del populismo si trovano inserite. Ma hanno una componente morfologica di fondo. Consiste, al di là del contenuto specifico di dottrine e programmi, in una opzione mentale: ovvero nella convinzione che il vero strumento per affrontare e risolvere i problemi dell’universo mondo sia il fideismo, inteso nelle sue espressioni più varie. (p. 9)

Nei dialetti l’ideologia dei vecchi localismi traspare tuttora. Basta saperlo; e, usando l’idioma locale, non servirsene come di un veicolo di contenuti e atteggiamenti sociali vecchi, ritenuti ancora funzionali mentre sono anacronistici perché regressivi. Occorre badare ad altro: all’eventuale positivo piacere estetico di coltivare l’idioma, e alle funzioni di sodalità che nei rapporti circoscritti alla sfera privata esso assolve benissimo. Riguardo però ad altre sfere di vita collettiva, di maggiore risonanza e articolazione, il regredire a ferrovie linguistiche di scartamento ridotto spacciate per avveniristíci veicoli di validità generale, sarebbe un ideologismo evidente, un pretendere il futuro retrocedendo non solo alle patrie del passato, ma alle più minuscole tra di esse. Appartiene a quel novero la moda (di strumentale ideologismo) dei cartelli stradali e toponomastici in dialetto locale. La moltiplicazione dei cartelli potrebbe teoricamente andare all’infinito, e assicurare duraturo lavoro ai produttori di cartelli, perché praticamente non c’è valle e agglomerato anche piccolo che non esibisca una qualche sua variante di dialetto e di idioma. Sembra perciò conservare attualità quel che cent’anni addietro notava a proposito del rapporto lingua-dialetto un socialista della Seconda Internazionale, Karl Kautsky. Ovvero che «una valle montana stretta e isolata, lontana dalle strade di grande traffico e che produce quanto basta per gli abitanti, può sviluppare una lingua particolare e mantenerla per secoli; gli abitanti della regione di un grande fiume, che serve loro come strada commerciale, facilmente finiranno invece per formare una più estesa comunità linguistica» [Kautsky 1908/1973: 114]. Quando il processo di genesi di una comunità nazionale culturale si concretizza nella comparsa di una comune lingua scritta, usata e compresa dalle molteplici comunità locali, allora gli idiomi della valle e del bacino fluviale, insomma «le lingue parlate dai singoli popoli nell’ambito di questa nuova comunità nazionale regrediscono a semplici dialetti» [ivi: 118]. Era l’avvertenza, già un secolo fa, che, come tutti gli strumenti, anche quelli linguistici hanno funzionalità diversificate. E che, se non si adopera il sacrosanto criterio delle distinzioni, se dunque il localismo e lo strumentario suo (compreso quello linguistico) vengono confusi con ambiti e strumenti di funzionalità più generale, gli esiti anche qui diventano deleteri. (p. 178)

Considerazioni di un impolitico

  

di Eros Barone

Nelle sue “Considerazioni di un impolitico” (1918) Thomas Mann ha diagnosticato con acutezza straordinaria il ‘male oscuro’ che corrode la fibra intellettuale e morale del nostro paese. Il dannunzianesimo politico, che allora prefigurava il successivo mussolinismo, e oggi il berlusconismo sono, infatti, le superfetazioni politico-culturali di quel nesso contraddittorio fra arretratezza e modernità, che la storia e l’antropologia italiane hanno prodotto e riprodotto con un tasso più o meno alto di volgarità, rozzezza, pacchianeria e, ‘last but not least’, di violenza reale e simbolica. Un merito non secondario di Mann, che certo deriva dalla sua ottica elitistica, è la chiarezza analitica con cui il grande scrittore tedesco ha individuato, nelle democrazie tardive della Germania e dell’Italia, la presenza delle  pulsioni populistiche verso il dominio oclocratico: il nazifascismo come dittatura del capitale finanziario e come ‘sole nero’ dei poveri e degli emarginati. Continua a leggere

Lingua veneta

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Il localismo produce altro localismo che produce altro localismo. In Veneto buona parte della popolazione si esprime nella vita quotidiana in dialetto veneto, anzi in lingua veneta. Ma questa lingua presenta innumerevoli varianti. E in effetti non si parla mai una pura lingua veneta, ma sempre una delle sue numerose varianti. E nessuna ha la forza di imporsi come normativa a livello regionale.

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Le sventure della caccia 2

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Nell’interpretazione “storico-religiosa” del mito di Adone sviluppata da G. Piccaluga, la comparazione con differenti società arcaiche (dal Nord-ovest canadese ai pigmei della foresta equatoriale) porta a delineare una configurazione mitica della caccia, un mitologema costruito sulla divisione tra due periodi culturali nella Storia dell’uomo. Da una parte, la caccia autentica: l’attività cinegetica nella sua funzione primordiale e fondamentale quale s’impone ad un’umanità la cui economia dipende interamente dalla caccia, alla quale vengono ad aggiungersi solo in via complementare i frutti della raccolta. Dall’altra, in un’epoca culturale della storia dell’uomo dominata dalla produzione di piante coltivate, la caccia regressiva come attività che l’economia incentrata sui cereali rende desueta e anacronistica. Continua a leggere

Le sventure della caccia 1

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Con G. Piccaluga la critica si fa radicale, in nome di una Storia la cui originalità di fondo pare essere costituita dalla vocazione comparativa. Partendo dal principio per cui la comparazione è legittima quando “si applica a ciò che è comparabile storicamente perché radicato in tradizioni culturali simili”, l’analisi “storico-religiosa” della scuola di Roma cui si rifà G. Piccaluga afferma in linea di principio che un sistema di pensiero religioso è sempre una realtà storica la cui formazione e il cui sviluppo non si lasciano precisare se non quando si siano spiegate le corrispondenze e le intersezioni storico-culturali offerte dall’etnologia. Continua a leggere

Il grand’uomo della massa

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Nella mia visione, il duraturo successo politico di Berlusconi, e il il favore con cui gli Italiani guardano alla sua figura pubblico-privata di uomo di potere che coniuga l’esercizio del medesimo coi piaceri della carne, dipendono in larga misura dal fatto che nelle genti italiche il cattolicesimo è sempre stato anzitutto una superstitio e un paganesimo riverniciato. Infatti la fede religiosa italiana è anzitutto rivolta ai protettori (dalla Madonna a Padre Pio), e si costituisce come pratica rivolta all’ottenimento di grazie e protezione. Continua a leggere

Poeti italiani 3

di Eros Barone

È semplicemente un dato di fatto, ormai stabilmente acquisito dalla storiografia letteraria, che Franco Fortini (1917-1994) è uno dei maggiori poeti e saggisti italiani della seconda metà del Novecento. Tre ‘flash’ possono risultare utili ad illuminare la singolare personalità di un esponente eretico della sinistra politica e intellettuale italiana, sospeso tra apocalisse e profezia, quale fu questo scrittore fiorentino di origine ebraica. Continua a leggere

Brucia la città

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Di fronte al romanzo di Giuseppe Culicchia Brucia la città (Mondadori 2009) la prima parola che mi viene in mente è distanza. In effetti i modelli letterari cui Culicchia guarda sono lontani dai miei gusti, ma soprattutto mi sono totalmente estranei il mondo dei dj, la loro musica, la società che vive intorno a loro, e l’ambiente dei creativi che si intreccia alla politica. E il romanzo narra questo mondo dei dj cocainomani e sessuomani, totalmente dominati dalle mode e dal culto dell’immagine.  Nella città di Torino. Il mondo culturale dei talebani probabilmente mi sarebbe più vicino. Ma forse la distanza aiuta la comprensione, o consente una visione più distaccata e oggettiva.

Prima annotazione: il romanzo è tutto in prima persona, il dj Iaio è la voce narrante. I cinque punti fermi della sua vita sono il mostruoso SUV Hummer H3 e i capi d’abbigliamento limited edition; la sua ragazza Allegra, tossicodipendente e disperata, che è scomparsa; la sua (per me orribile e nefanda) musica; la cocaina da cui dice di volersi liberare ma che assume a dosi massicce; il sesso – ridotto a rituale vuoto e ripetitivo. Iaio dipinge un ambiente frenetico, stravolto dal denaro che scorre come la coca, privo di qualsiasi freno morale. Ma appunto, l’ambiente è descritto attraverso la coscienza di Iaio: che garanzie vi sono circa la sua realtà oggettiva? Nessuna. E i dubbi aumentano di fronte ai cognomi fumettistici degli assessori Mintasco, Mincenso ecc., dell’onnipotente famiglia Deturpi ecc.

Seconda annotazione: il tempo della narrazione è il presente. Come ho già rilevato altrove, l’uso del presente è problematico, quando coinvolge l’intera storia. Esso presuppone infatti una contemporaneità della coscienza dell’io narrante agli eventi narrati, e una non conoscenza della fine della catena degli eventi che costituiscono l’oggetto  narrato, che quindi si costituisce come potenzialmente in-finito. La narrazione è per sua natura post eventum, anche nel caso che esso sia fictum. La narrazione contemporanea all’evento è l’enunciazione dei fatti quali sono visti da un testimone, è cronaca. E in effetti questo romanzo è privo di una fine vera e propria. E tuttavia esso non ha un finale aperto, perché la coscienza di Iaio non subisce alcuna modificazione nel corso degli eventi. Ma il modificarsi del personaggio durante la vicenda narrata è essenziale al romanzesco. Se nulla cambia non c’è romanzo. Qui nulla cambia. E questa è la terza annotazione.

Una quarta: Iaio è l’unico personaggio, gli altri sono sue proiezioni. Ma qui troviamo una qualche – remota – somiglianza con la Coscienza di Zeno. Tra l’autore e la Torino del testo c’è Iaio che filtra ambienti ed eventi. E alcune epifanie distruttive, come lo straripamento delle acque che trascinano tutto con sé, che il protagonista vive, sembrano evocare lo sprofondamento della società nell’abisso dell’indifferenziazione. Ci sono passi  che presentano segni particolarmente significativi dell’indifferenziazione caotica che è il terrore di ogni gruppo umano organizzato: le cameriere che portano tutte i capelli allo stesso modo e gli stessi tatuaggi sul fondo schiena, le ragazzine che tutte sono disposte a fare sesso per una riga di coca, la massa dei discotecari, le orge sessuali in cui tutti portano una parrucca colorata che li rende indistinguibili… Se c’è questo, le vittime sacrificali non possono mancare, e in effetti ci sono.