The Invisible Dragon

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Come Americani, noi siamo cittadini di una democrazia ampia, secolare e commerciale: senza sosta siamo portati innnanzi sulla corrente del mutamento storico e continuamente siamo spinti a lato dalle esigenze dei sogni e del commercio. Noi siamo privi degli elementi comuni interiorizzati della razza, della cultura, del linguaggio, della regione e della religione che tradizionalmente definiscono i “popoli”. Come tali, noi siamo creature sociali gravate del compito di inventarsi le condizioni della loro stessa socialità a partire dalla fragile risorsa dei loro piaceri privati e desideri segreti. Così, mancando dei termini per la comunicazione, noi ci correliamo.
Ci raduniamo intorno ad icone del mondo della moda, dello sport, delle arti e dell’intrattenimento come intorno ad un focolare. E intorno a questi oggetti attraenti tracciamo infinite linee di transito. Ci organizziamo in comunità di desiderio non-esclusive, entro le quali rimaniamo o da cui usciamo seguendo i capricci della passione o il clima dei tempi. Questo modello di organizzazione sociale del tipo “carta meteorologica”  potrebbe essere interpretato come affascinante o sconvolgente, ma non può essere negata la sua efficacia, né la sua pertinenza, né la sua origine.

Dave Hickey, The Invisible Dragon. Essays on Beauty (revised and expanded), The University of Chicago Press, 2009,  pp. 74-75.

Poeti italiani 2

 di Eros Barone

Una tagliente denuncia del clima ideologico termidoriano, che, a partire dal bicentenario della rivoluzione francese, pervade la società nei paesi capitalistici, si trova in un testo di Arnaldo Bianchi, che vive a Varese e lavora presso la biblioteca civica del capoluogo di questa provincia lombarda. Si tratta di una poesia intitolata “Termidoro / contro i vecchi e i nuovi anti-giacobini*”, la quale, a distanza di alcuni anni dalla sua pubblicazione, non cessa di colpirmi per la passione etico-politica che la ànima, per l’onore che rende, sia pure indirettamente, alla figura di Robespierre (il “dittatore d’Arras”) e, infine, per il rigore stilistico che non la rende indegna del paragone con il carducciano “Ça ira”, cioè con l’unico esempio di poesia filo-giacobina che esista nella nostra tradizione letteraria (caratterizzata, invero, da una profonda incomprensione della rivoluzione francese). Continua a leggere

Rileggo Simone Weil 59

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Mito dell’uomo rotondo, che si muoveva roteando, e che è stato tagliato in due e costretto a camminare eretto per effetto del peccato originale d’orgoglio. L’amore è il bisogno di uscire da ciò che gli Indù chiamano stato di dualità, la separazione tra il soggetto e l’oggetto; di imitare la Trinità in cui amato e amante sono una cosa sola, in cui l’amante. mediante il medesimo atto,   crea, conosce e ama l’amato che è lui stesso. Continua a leggere

Poeti italiani 1

di Eros Barone

Se la funzione degl’intellettuali è quella di mantenere viva la forza critica della ragione di fronte all’avvilimento cinico della ragione, di fronte al suo asservimento meretricio e, più in generale, di fronte allo squallore della omologazione, va detto allora che la testimonianza di rigore formale e di impegno civile offerta, a suo tempo, da Giovanni Raboni con il classico sonetto qui appresso riportato fa onore alla cultura italiana contemporanea e, in particolare, alla poesia italiana che ne costituisce, a mio modesto avviso, il settore più vitale. Continua a leggere

Guerra

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In Afghanistan la situazione è di guerra. Lo dimostrano le azioni militari in corso da tempo e il numero dei caduti anche tra le file della NATO (15 inglesi in pochi giorni, tanto per dire). E’ assolutamente chiaro che il contingente italiano sta partecipando ad una guerra. Che si tratti di una guerra giusta e santa o di una sporca guerra, questo è un problema successivo, Anzitutto occorre constatare che siamo in guerra. Americani, Olandesi, Tedeschi, Italiani, Inglesi stanno partecipando ad una guerra, che ovviamente non ha il carattere delle guerre classiche, ma tutti quelli delle guerre asimmetriche dei nostri tempi. Non c’è un fronte, ma ci sono le mine che esplodono sulle strade, ci sono i rastrellamenti e le imboscate e i bombardamenti dal cielo. Continua a leggere

African Inferno

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 Una colossale bevuta in compagnia dell’amico congolese artista e seduttore, con conseguente sbornia e notte di sesso con due fanciulle abbordate al bar, provoca la rottura del matrimonio di Sandro, il protagonista di African Inferno di Piersandro Pallavicini (Feltrinelli 2009). La moglie del protagonista e voce narrante, figlia del migliore avvocato di Pavia, non ne vuol  più sapere di lui, che l’ama tuttavia, come ama perdutamente la figlia treenne. Una sbandata irresponsabile gli ha distrutto la vita, e non c’è scampo: le sue fortune sono finite, come dimostra la perdita della lussuosa Bentley pagata dal suocero e il passaggio ad una mini scassata. Finisce per vivere in un appartamento condiviso con due africani, uno evanescente, Modestin, l’altro assai presente e attivo, ma in parte anche lui misterioso, Richard. Quello che appare evidente in tutto il corso della vicenda è il fatto che Sandro è dominato da un impulso di totale benevolenza, di assoluta accondiscendenza nei confronti degli africani, in quanto tali. Può essere che in lui, da giovane militante di sinistra vicino ai Centri Sociali, ciò sia un frutto dell’incosciente senso di colpa bianco nei confronti dei neri immigrati. Che tra l’altro, ci dice questo romanzo, non sono genericamente africani. Sono, ad esempio, camerunesi come Richard o congolesi come Joyce. E camerunesi e congolesi non si amano, preda anch’essi come tutti gli umani di stereotipi culturali e pregiudizi.
African Inferno è un romanzo interessante per i suoi contenuti, per la sua antropologia. Non certo per la forma o la scrittura, che sono di medio livello, possiamo dire, e seguono le leggi non scritte del romanzo italiano di questi anni (narrazione in prima persona, ahimè,  e alternanza temporale, con scene collocate a turno in due anni differenti, particolari inutili – come la descrizione dell’attacco di diarrea del protagonista in questura). Ciò che rende tuttavia interessante questo romanzo è l’abbandono della convenzione narrativa e filmica italiana dell’immigrato buono in quanto tale. Qui ci sono persone brutte e moralmente ripugnanti tanto tra gli africani quanto tra gli italici. Anzi, in fondo vi è un realismo antropologico che inclina semmai verso il pessimismo. L’amico Richard, ad esempio, per cui Sandro sarebbe disposto a dare il sangue, si rivela un pessimo soggetto: la irresistibile tendenza del protagonista a giustificare gli africani in ogni situazione, a comprenderli nel senso di addossarsi, quasi maternamente, ogni loro fallo, è però, a ben guardare, un errore speculare, anche se umanamente ben più perdonabile, rispetto al razzismo di tanti italiani che vediamo nel romanzo. In fondo, è un modo anche questo per non porre il nero sullo stesso piano del bianco. Pallavicini mostra invece che neri e bianchi sono umani allo stesso modo, ovvero pronti al rifiuto dell’altro (anche quando ha lo stesso colore della pelle), e all’affermazione della propria superiorità. Ad esempio il luogo comune della superiorità sessuale dei neri, largamente diffuso tra le loro file, unito ad una misoginia altrettanto diffusa, porta molti africani a pensare che se una nera ama un bianco lo faccia solo per i suoi soldi, visto che i bianchetti sessualmente non valgono nulla: ergo quella ragazza nera è una puttana. Come si vede, presso ogni razza ed etnia i pregiudizi regnano sovrani.
Penso che vi siano limiti artistici (il lieto fine di amore inter-razziale mi sembra un po’ forzato, anche se la ventenne venere africana ben tornita esprime bene anche la reale tendenza erotica del protagonista, il suo desiderio nascosto, che ad un’analisi attenta potrebbe anche confermarsi pregno di pregiudizio analogo a quello africano di cui sopra). Ma nostante questi limiti il romanzo di Pallavicini mi pare un buon segno di vitalità e forza conoscitiva del romanzo italiano contemporaneo.

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La chiarezza enigmatica

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Conversazione su Giuseppe Pontiggia è il sottotitolo de La chiarezza enigmatica, un bel libretto di Roberto Michilli e Simone Gambacorta (Galaad Edizioni, 2009). Attraverso una serie di domande e risposte (le prime di Gambacorta), vi viene delineato un bel ritratto del grande scrittore scomparso nel 2003, un ritratto umano e letterario, nel quale umanità e scrittura si manifestano intrecciate, come inevitabilmente deve accadere  in un autore moralista come Pontiggia. E io qui uso il termine nella sua vera accezione, non in quella italiota.
Gambacorta è un intervistatore abile e non invadente, che consente a Michilli di svelare il suo debito umano e artistico nei confronti di Pontiggia, finendo per illuminare due scrittori, il maestro e l’allievo. Nel corso della conversazione emergono alcune delle questioni fondamentali della letteratura contemporanea, da quella dello stile a quella del rapporto tra scrittore e mondo letterario-editoriale. A me interessa particolarmente quella del rapporto tra scrittura e verità.

Come Pontiggia ribadisce nel saggio su Daumal, l’uso di un linguaggio corrente per esprimere verità lontane rispetto ai luoghi comuni è il compito principale della narrativa contemporanea. (p. 35)

Michilli ricorda che Pontiggia gli disse che scrivere è anche “fare appello alle proprie risorse etiche”. E alla domanda di chiarimento da parte di Gambacorta risponde:

Nel senso che la voce di uno scrittore, cioè quello che lui scrive sulla pagina, deve essere filtrata e convalidata da quei criteri di verità che hanno dimora nella sua esperienza di uomo. Quindi bisogna essere responsabili del linguaggio che si adopera, riconoscersi in quel linguaggio. Scrivere in modo responsabile significa sforzarsi di non essere acquiescenti e passivi ed evitare che, per imitazione o per suggestione dei modelli, si finisca per usare parole che non corrispondono a quello che noi vogliamo dire, alla nostra esperienza, al nostro mondo. È necessaria pertanto un’attenzione scrupolosa a quello che si fa, e una continua riflessione su quello che s’è scritto. Si scrive per scoprire un linguaggio nel quale riconoscersi; si scopre di avere un mondo da esprimere, e lo si scopre attraverso la costruzione del proprio linguaggio. (p. 36)

Infine questo libro, come per lo più accade in questi casi, è insieme un libro sul maestro Pontiggia e sull’allievo Michilli. Entrambi vedono l’atto dello scrivere narrativa come un atto essenzialmente e prima di tutto etico-conoscitivo. Da ciò la responsabilità dello scrittore. Se guardo il panorama della letteratura italiana contemporanea, in cui predominano una stilistica approssimativa e contenuti narrativi vieti e ritriti, mi vien da pensare che quella delineata in questo libretto sia una posizione di stretta minoranza.

Elvidio Prisco

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Elvidio Prisco… dedicò sin dalla giovinezza il suo ingegno eccezionale agli studi più elevati, non come fanno i più per nascondere sotto un nome illustre vani ozi, ma per prendere in mano gli affari pubblici assicurandosi meglio contro il caso. Seguì i maestri di sapienza: per loro non c’è altro bene che la nobiltà morale, altro male che il disonore, essi non pongono la potenza, la nascita e tutti gli altri valori esterni all’anima né tra i beni né tra i mali… Dai costumi del suocero non trasse nient’altro che la libertà; fu cittadino, senatore, marito, genero, amico, assolse egualmente tutti i doveri della vita, disprezzò le ricchezze, si ostinò nel retto cammino, restò impassibile di fronte alla paura. Alcuni gli rimproveravano un eccessivo desiderio di fama: il fatto è che anche per i saggi il desiderio della gloria è l’ultimo di cui ci si spoglia.

Tacito, Storie IV, 5-6