Poeti italiani 2

 di Eros Barone

Una tagliente denuncia del clima ideologico termidoriano, che, a partire dal bicentenario della rivoluzione francese, pervade la società nei paesi capitalistici, si trova in un testo di Arnaldo Bianchi, che vive a Varese e lavora presso la biblioteca civica del capoluogo di questa provincia lombarda. Si tratta di una poesia intitolata “Termidoro / contro i vecchi e i nuovi anti-giacobini*”, la quale, a distanza di alcuni anni dalla sua pubblicazione, non cessa di colpirmi per la passione etico-politica che la ànima, per l’onore che rende, sia pure indirettamente, alla figura di Robespierre (il “dittatore d’Arras”) e, infine, per il rigore stilistico che non la rende indegna del paragone con il carducciano “Ça ira”, cioè con l’unico esempio di poesia filo-giacobina che esista nella nostra tradizione letteraria (caratterizzata, invero, da una profonda incomprensione della rivoluzione francese).

Il vecchio ex-ambasciatore diceva:
“Cittadini bisogna cercare,
con pazienza,
di dare un equilibrio alla virtù”.
Rispondevano nella recita i figliocci:
“Con pazienza, con pazienza
ora tempo non ce n’è più
della virtù si può anche fare senza
del tiranno dateci la testa.
Da troppi anni il sangue scorre,
la dolce nostra patria
è un oceano pieno di terrore
e si confonde nel popolo di Francia il concetto,
ciò che è nostro e ciò che è vostro
deve restare netto.
Sulla proprietà e il commercio si fonda la nazione
si turba il nostro animo con la nostra digestione:
su del dittatore d’Arras dateci la testa
e, per sempre, chiudiamo questa oscena festa”.

* Il motto di Robespierre era “Virtù e terrore”; gli anti-giacobini accusano il terrore per distruggere la virtù.

(Arnaldo Bianchi, Esercizi e appunti della sera; Varese 2000)

2 risposte a "Poeti italiani 2"

  1. La Rivoluzione voleva essere anzitutto un ritorno all’ideale della democrazia greca. C’era questa utopia politica condivisa dagli attori politici dell’epoca, che vi trovavano un’alternativa alla monarchia e al cristianesimo. Con lo scoppio della Rivoluzione, si creano ovunque luoghi detti “sezioni” il cui compito consiste essenzialmente nell’esaminare tutte le questioni riguardanti gli affari pubblici, parlandone, discutendone, scambiando opinioni e senza necessariamente arrivare a delle mozioni, petizioni o messaggi. Si tratta quindi di uno spazio non destinato a governare o a essere governato, uno spazio simile a quello della polis dell’antichità greca, in cui il pensiero si allarga e si esercita la facoltà di essere, se non proprio perfettamente liberi e uguali, perlomeno uno come gli altri.

    Tuttavia si produce ben presto un cambiamento del paradigma del politico. Anna Arendt ne vede la causa: l’apparizione del Popolo sulla scena politica. Più esattamente, è la non soddisfazione dei bisogni vitali degli infelici che diventa il primo oggetto politico. ( Qualcosa del genere succede da qualche anno in Iran con Ahmedinejad, che più che alla democrazia e al mercato, fa appello alla Virtù, nel suo caso quella islamica ). Il nuovo principio della Rivoluzione è la Felicità del Popolo. Non è più la Libertà che serve da ideale regolatore, come all’inizio della Rivoluzione, ma anzitutto la Felicità di tutti i cittadini. Diventa impensabile riferire la Rivoluzione alla democrazia ateniese, perché la separazione dei bisogni vitali non vale più.

    E’ principalmente Rosbepierre che conduce questo nuovo orientamento durante il Terrore. Egli escogiterà tutti i mezzi giudiziari ed extragiudiziari per realizzare la Felicità del Popolo. E vorrà rispondere alla voce del popolo con il suo zelo compassionevole. La sua politica si baserà sulla compassione e non sulla discussione. Questa misura politica comporterà la morte del politico. Non solo perché la compassione resta senza conseguenze, ma specialmente perché abolisce la distanza tra gli uomini; che tuttavia è una delle condizioni necessarie dello spazio politico. Inoltre, poiché è solo la voce di Rosbepierre a rappresentare la Voce del Popolo, gli infelici sanculotti che invadono la scena della Rivoluzione non appaiono come cittadini con i quali i dirigenti politici possono discutere degli affari pubblici, ma come l’immensa folla con la quale i vari capi e capetti virtuosi soffrono in pubblico. Alla capacità tutta politica di essere se stessi come gli altri si sostituisce la capacità di soffrire con la massa immensa senza nome né figura.

    Questo porta a quello che Arendt chiama: “insensibilità carica di emozione nei confronti della realtà dell’altro”. Malgrado la compassione illimitata, o forse proprio perché animato da compassione illimitata, il capo del Terrore non tiene conto del dolore dell’altro. E’ quello che noterà, tra gli altri, anche Sade, che su questo punto essenziale si oppone a Robespierre. Sade non cesserà di sottolineare il dolore ( suo e degli altri) come limite alla sua pratica del pensiero. Dove Sade si ferma, Rosbepierre non si ferma. E può senza alcuna contrizione massacrare numerosi innocenti conservando una compassione illimitata per il Popolo.
    La Virtù promossa da Rosbepierre è il dovere imperativo di mostrare il proprio cuore in pubblico. L’ “incorruttibile” comanda a ciascuno, con fanatismo tranquillo, di dare prova della Virtù e di non tradire la Rivoluzione. Il capo del Terrore s’identifica così all’Essere supremo incarnato sotto la figura della Virtù. Virtù che finisce con l’imporre un consenso pubblico a Rosbepierre, le cui spie a Parigi sono disseminate ovunque.

    La conseguenza è che invece di realizzare la Felicità, Rosbepierre compie il massacro degli obbedienti e dei disobbedienti alla sua volontà unica. In tal modo lo spazio politico è cancellato dalla stessa persona che abolisce lo spazio del dolore. Per follia o per miracolo si aprì uno spazio di parola libera e di azione efficace nel Terrore, e anche Rosbepierre finì ghigliottinato. Se qualcosa li opprime, gli uomini e le donne prima o poi si ribellano. Sembra andare da sé, ma non sempre accade di essere davvero responsabilmente liberi dai “virtuosi “tiranni che ci governano, o che perlomeno ci provano. ( Oggi, in sempre più numerosi paesi, “ in nome di Allah”, del Mercato o di altre Virtù).

    BIBLIOGRAFIA
    H. Arendt, “ Essai sur la Révolution”, Paris, Gallimard, 1993.
    Daisuke Fukuda, ‘ L’engagement politique du marquis de Sade’, in “ Savoirs et clinique”, n. 8, oct. 2007.

  2. Discorso molto interessante. Il Popolo come il Proletariato e altre entità astratte hanno indubbiamente svolto un ruolo eminentemente sacrificale nei processi rivoluzionari degli ultimi secoli. Pensiamo, ad esempio, a come le rivoluzioni marxiste abbiano negato nella realtà la figura del contadino-produttore che esaltavano nella propaganda. In questo scorgo anche la presenza della disperata volontà di introdurre nella complessità delle dinamiche storiche un principio unico e unificante. Tutte le volte che ciò avviene spuntano capri espiatori e scorre il sangue.

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