Brucia la città

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Di fronte al romanzo di Giuseppe Culicchia Brucia la città (Mondadori 2009) la prima parola che mi viene in mente è distanza. In effetti i modelli letterari cui Culicchia guarda sono lontani dai miei gusti, ma soprattutto mi sono totalmente estranei il mondo dei dj, la loro musica, la società che vive intorno a loro, e l’ambiente dei creativi che si intreccia alla politica. E il romanzo narra questo mondo dei dj cocainomani e sessuomani, totalmente dominati dalle mode e dal culto dell’immagine.  Nella città di Torino. Il mondo culturale dei talebani probabilmente mi sarebbe più vicino. Ma forse la distanza aiuta la comprensione, o consente una visione più distaccata e oggettiva.

Prima annotazione: il romanzo è tutto in prima persona, il dj Iaio è la voce narrante. I cinque punti fermi della sua vita sono il mostruoso SUV Hummer H3 e i capi d’abbigliamento limited edition; la sua ragazza Allegra, tossicodipendente e disperata, che è scomparsa; la sua (per me orribile e nefanda) musica; la cocaina da cui dice di volersi liberare ma che assume a dosi massicce; il sesso – ridotto a rituale vuoto e ripetitivo. Iaio dipinge un ambiente frenetico, stravolto dal denaro che scorre come la coca, privo di qualsiasi freno morale. Ma appunto, l’ambiente è descritto attraverso la coscienza di Iaio: che garanzie vi sono circa la sua realtà oggettiva? Nessuna. E i dubbi aumentano di fronte ai cognomi fumettistici degli assessori Mintasco, Mincenso ecc., dell’onnipotente famiglia Deturpi ecc.

Seconda annotazione: il tempo della narrazione è il presente. Come ho già rilevato altrove, l’uso del presente è problematico, quando coinvolge l’intera storia. Esso presuppone infatti una contemporaneità della coscienza dell’io narrante agli eventi narrati, e una non conoscenza della fine della catena degli eventi che costituiscono l’oggetto  narrato, che quindi si costituisce come potenzialmente in-finito. La narrazione è per sua natura post eventum, anche nel caso che esso sia fictum. La narrazione contemporanea all’evento è l’enunciazione dei fatti quali sono visti da un testimone, è cronaca. E in effetti questo romanzo è privo di una fine vera e propria. E tuttavia esso non ha un finale aperto, perché la coscienza di Iaio non subisce alcuna modificazione nel corso degli eventi. Ma il modificarsi del personaggio durante la vicenda narrata è essenziale al romanzesco. Se nulla cambia non c’è romanzo. Qui nulla cambia. E questa è la terza annotazione.

Una quarta: Iaio è l’unico personaggio, gli altri sono sue proiezioni. Ma qui troviamo una qualche – remota – somiglianza con la Coscienza di Zeno. Tra l’autore e la Torino del testo c’è Iaio che filtra ambienti ed eventi. E alcune epifanie distruttive, come lo straripamento delle acque che trascinano tutto con sé, che il protagonista vive, sembrano evocare lo sprofondamento della società nell’abisso dell’indifferenziazione. Ci sono passi  che presentano segni particolarmente significativi dell’indifferenziazione caotica che è il terrore di ogni gruppo umano organizzato: le cameriere che portano tutte i capelli allo stesso modo e gli stessi tatuaggi sul fondo schiena, le ragazzine che tutte sono disposte a fare sesso per una riga di coca, la massa dei discotecari, le orge sessuali in cui tutti portano una parrucca colorata che li rende indistinguibili… Se c’è questo, le vittime sacrificali non possono mancare, e in effetti ci sono.

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