Poeti italiani 3

di Eros Barone

È semplicemente un dato di fatto, ormai stabilmente acquisito dalla storiografia letteraria, che Franco Fortini (1917-1994) è uno dei maggiori poeti e saggisti italiani della seconda metà del Novecento. Tre ‘flash’ possono risultare utili ad illuminare la singolare personalità di un esponente eretico della sinistra politica e intellettuale italiana, sospeso tra apocalisse e profezia, quale fu questo scrittore fiorentino di origine ebraica.

Il primo ‘flash’ scatta (o, se si vuole, scocca) dall’intervento che Fortini pronunciò al convegno di studi su don Milani, tenuto a Firenze nell’aprile del 1980: “Da sempre il servo è padrone del concreto e del contingente; ed è servo dell’astratto”. È un’affermazione sinistramente profetica, una sorta di epicedio dei ‘nuovi credenti’ entusiasti delle “magnifiche sorti e progressive” (riassunte nel trinomio ‘impresa, inglese e informatica’) di una società finalmente emancipata dalla fatica di scegliere, di decidere, di criticare, di revocare in dubbio: di opporsi. Fortini con questa proposizione così secca e percussiva ci ricorda che il controllo perfetto del dato meccanico è un antico sigillo del dominio e che, al contrario, è l’astratto che dischiude una prospettiva di libertà.

Un suo allievo (ecco il secondo ‘flash’) il quale, alcuni giorni prima che morisse, andò a trovare Fortini in un piccolo ospedale tra Milano e Pavia, dove il poeta era stato ricoverato, racconta che, oppresso dalla sorda rabbia di doversi congedare da quelle giornate indimenticabili in cui Fortini gli aveva fatto provare la vertigine della cultura, nello stringergli la mano lo sentì pronunciare delle parole che non avrebbe più scordato: “Non mi auguro in voi. Sono felice di sapere che non vivrò nel mondo che si sta preparando”.

Un altro giovane, che ebbe la fortuna di essere suo allievo, ricorda il professor Franco Fortini, insegnante di italiano alle scuole superiori, che in un’epoca di scapigliato anticonformismo sessantottino entrava in classe con il suo impeccabile completo blu, su cui risaltavano ancor più gli argentei capelli e la montatura dorata degli occhiali: un professore che dava del lei, mentre gli studenti avrebbero voluto dare del tu a tutti i docenti. Lo stesso giovane, che confessa di non aver capito molto delle lezioni di Fortini, esposte nondimeno con trascinante eloquenza e intarsiate di aneddoti personali, ricorda che l’insegnante-poeta talvolta leggeva i suoi versi agli allievi, versi scritti magari la sera prima, dopo aver corretto i compiti. E confessa quanto gli piacevano quelle immagini incise, nitidamente classiche, quella poesia che, pur nella severità della forma, non dissimulava né le occasioni della sua origine né il bisogno, così fortemente sentito dal poeta, di riportare sulla pagina i problemi e i conflitti della realtà esterna.

Questo terzo ‘flash’ getta una viva luce sul carattere paradigmatico dell’operazione che poneva in atto Fortini, il quale prendeva i due poli dell’antinomia che la lirica stava allora vivendo, la tradizione illustre e il disordine della storia, e li faceva deflagrare. Ne uscivano un po’ strapazzati il lirismo e la soggettività novecenteschi con le loro pretese di totalità, anche se proprio in Fortini sopravviveva una nostalgia della Poesia con la P maiuscola. Fra il “Tasso mato” e il “Goethe grando” della contrapposizione istituita da Giacomo Noventa, il poeta veneto (1898-1960) che fu uno dei suoi maestri, lui sceglieva senza esitazione il secondo, ma non rinunciava a calare quella grandezza, pur nostalgicamente evocata, sulla terra della storia e perfino della cronaca.

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