La misura delle cose

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Può capitare che leggendo un libro ti si illumini la ragione del tuo amore per un altro libro, per la scrittura di un altro autore. Mi è capitato così, leggendo La misura delle cose di Eduardo Rebulla (Sellerio 2008), di capire perché io ami tanto l’opera di Cormac McCarthy. Uno dei motivi è senz’altro nel fatto che nei romanzi del grande scrittore americano l’interiorità dei personaggi è assente, non vi compaiono i loro pensieri, ma il senso sta e si manifesta in quel che i personaggi fanno e in quel che dicono. L’accesso diretto al pensiero del personaggio pone il narratore come onnisciente, posizione oggi rifiutata dalla maggioranza degli scrittori. Ma poiché quasi tutti gli scrittori con ambizioni artistiche pensano di dover mettere in scena l’interiorità, ecco il prevalere degli io narranti nella narrativa contemporanea. Perché se l’interior homo è quello di chi narra, la questione dell’onniscienza non si pone. Ed emerge, invece, quella dell’oggettività, dell’inter-soggettività, del soggettivismo e del relativismo.
La misura delle cose fin dal titolo si offre come un libro dalle alte pretese, col suo riferimento ad uno dei passaggi critici della filosofia greca antica, e col suo porre la protagonista Tea come attuale incarnazione di Antigone. La storia è quella di un uomo, Nick, che a Stoccolma giace in una bara-contenitore, in ospedale, colpito da una malattia invalidante, di cui si trova allo stadio estremo. Nick, ridotto ad una mente senza più corpo, manda un messaggio alla sorellastra Tea perché venga a liberarlo. E Tea sente il dovere di farlo, va a Stoccolma, lo trasporta quindi all’isola della loro giovinezza, la greca Lindos, e là, secondo la volontà di lui, gli stacca la spina. Intorno ai due personaggi principali si muove una piccola schiera di comprimari, messa in scena con una tecnica particolare, ovvero mediante una oscillazione tra narratore onnisciente e plurale, che dice noi, e gli io narranti dei personaggi principali. Ove l’interiorità è comunque ben lontana da un flusso di coscienza e si presenta invece come interiorità ordinata.
Questo è certamente un romanzo di idee, anzi di idea. L’idea fondamentale è che in un mondo senza Dio (scritto da Rebulla con la d minuscola), l’uomo essendo la misura delle cose, la dignità sta dove ciascuno la pone, e il diritto fondativo non può che essere quello del soggetto. Tuttavia, il soggetto singolo individuo essendo una costruzione sociale e storica, ed una finzione, e la realtà essendo costituita inter-soggettivamente, il singolo ha pur bisogno di una rete di relazioni, attraverso la quale soltanto si può compiere il suo destino.
Che il conflitto narrato da Sofocle sia come pretende Rebulla “tutto interno alle complicate vicende umane” (p. 209), esattamente come quello tra Tea e il mondo esterno-interno che rende difficile l’esecuzione dell’eutanasia di Nick, mi pare dubbio. Ma Rebulla parte dal dogma che “dio non c’è” (ibidem), e quindi colei che ironicamente si chiama Tea, ovvero Dea, non si confronta col trascendente e con la legge divina, ma solo con l’immanenza dei regolamenti e delle leggi umane. La sua decisione di staccare la spina del fratello finisce per apparire al lettore una decisione senza adeguato fondamento, mera adesione ad un richiamo del (mezzo) sangue, del fratello che avrebbe ugualmente potuto chiederle di salvarlo da una eutanasia organizzata da altri, se la sua mente fosse differente.
Che il mondo sia privo di senso è ovviamente un’affermazione nichilistica. Da cui se si fosse buoni filosofi occorrerebbe trarre tutte le conseguenze logiche, cosa che naturalmente il narratore-filosofo Rebulla non fa. Ma se davvero si fosse buoni filosofi, non si potrebbe sostenere l’onnipervasività del non senso. Al massimo, egli può approdare a filosofemi del genere:

Di fronte all’insensatezza del mondo non c’è una terapia. Qualche rimedio, questo sì, ma buono solo a ridurre l’attrito, a rintracciare una forma, un’abitudine, anche in mezzo alle macerie. (p. 130)

Le bombe che dilaniano la stazione di Madrid sono nel libro la cifra dell’insensatezza. Ma questa può apparire come tale solo a chi guarda l’evento da troppo vicino. L’azione terroristica appartiene alla sfera del tremendo, non a quella dell’insensato. Essa ha sempre un senso, e un obiettivo, che può essere quello di seminare il terrore. Quelli che hanno messo le bombe su quei treni avevano chiaro un obiettivo e un senso. L’obiettivo è stato infatti raggiunto, e la Spagna ha ritirato le truppe dall’Iraq. Ma l’esclusione rebulliana di “dio” è anche una rinuncia ad una comprensione della storia e degli eventi – una ritirata nichilistica che non può portare grandi frutti.

Dialogo 2

Dialogo sullo stato presente della cultura del Bel Paese

 di Eros Barone

    Il dialogo sullo stato presente del Bel Paese avviato da Caio e Mevio è proseguito articolandosi in una serie di considerazioni e riflessioni aventi quale oggetto critico lo stato della cultura. Siccome il discorso non mi è parso peregrino, ho ritenuto doveroso, nella mia qualità di attento testimone, fornire un fedele ragguaglio anche intorno a questi ulteriori sviluppi.  Continua a leggere

I miei uccelli (6)

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Uno dei miei sogni di ragazzo, negli anni Sessanta, era quello di allevare uccelli canori. Di allevarli in grande stile, creando ibridi, ecc. Mi ci sarebbero voluti voliere e grandi spazi, non il misero terrazzino del mio appartamento a Venezia. Così, nulla, gli unici uccelletti da me posseduti sono stati dei gialli canarini. Ci sono molte specie di uccellini con cui i canarini possono accoppiarsi, generando ibridi canori. Come il verdone, una specie che mi è molto simpatica, e che nidifica ogni anno nella fitta vite americana che ricopre un alto palo della luce, dismesso, che si innalza dal mio giardino. Continua a leggere

Un Dialogo

Dialogo sullo stato presente del Bel Paese

di Eros Barone

Qualche giorno fa sono stato testimone di un dialogo fra due amici sinceramente preoccupati per la situazione sempre più periclitante del nostro paese. Siccome ritengo che i temi che sono stati trattati e il tono che lo ha animato rendano tale dialogo meritevole di particolare attenzione, ho provato a ricostruirlo per darne un sintetico resoconto ai frequentatori del blog dell’amico Fabio Brotto, che ringrazio ancora una volta per lo spazio che mi concede.. Continua a leggere

Parola del Signore

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I Samuele 15

1 Samuele disse a Saul: «Il Signore ha inviato me per consacrarti re sopra Israele suo popolo. Ora ascolta la voce del Signore. 2 Così dice il Signore degli eserciti: Ho considerato ciò che ha fatto Amalek a Israele, ciò che gli ha fatto per via, quando usciva dall’Egitto. 3 Va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini». Continua a leggere

Viaggi da Fermo

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Un sillabario piceno è il sottotitolo del piacevole Viaggi da Fermo di Angelo Ferracuti (Laterza 2009). Sono memorie, riflessioni e descrizioni brevi, incontri con una varia umanità sul suolo piceno, dal famoso artista alla prostituta(o) di strada. È insieme il ritratto di una regione e una narrazione di una vita, di un uomo Ferracuti che è stato militante di una sinistra anarcoide-libertaria e ora si trova in difficoltà col mondo presente, dominato da un capitalismo amorale e famelico, e ha una forte nostalgia di tempi antropologicamente differenti (incarnati dal volto del contadino comunista buono). Il fondo del libro è un forte senso di nostalgia per ciò che è tramontato. E mi viene in mente ciò che scrive Marco Santagata in Voglio una vita come la mia, parlando dei cinquanta-sessantenni italiani come l’ultima generazione che ha avuto un vero contatto con la natura.
Riporto una pagina che trovo molto bella, e conferma quanto ho scritto.

Adesso abito in un appartamento al terzo piano di questa casa. Intorno l’assedio di palazzine tutte uguali, che sembrano disegnate con lo stampo. Quello che forse non è mai cambiato davvero è il paesaggio che si scorge in lontananza da queste finestre. Una campagna dolce che sempre mi rassicura e accoglie con i suoi alberelli sparsi, e sul fondo sempre loro, le cime dei Sibillini che svettano come Giganti della Montagna nelle giornate limpide, quando si vede veramente tutto. Le mie sfingi sono sempre stati loro. La mia patria è questa. Qualcosa di arcaico che riesce a conservarsi come luogo antico delle radici. Quand’ero bambino mi perdevo laggiù, seguendo randagio i solchi dove una volta c’erano distese le rotaie della vecchia ferrovia e dove correva il trenino Fermo-Amandola. Camminavo e camminavo lungo quel percorso, magari stringendo un coniglio malato, o una zampa di gallina avuta in regalo da mia zia, e ogni volta andavo sempre più lontano, sempre più lontano, perdendomi. A volte succedeva che mi scampagnassi troppo, e al tramonto mi sembrava di sentire l’eco della voce di mia madre che si sgolava chiamandomi. Il buio avvolgeva in un attimo la campagna. Non la sentivo veramente quella voce, ma sapevo che c’era. L’eco risuonava nelle mie orecchie calde. Allora capivo che s’era fatto tardi, e cominciavo a correre verso casa con tutte le energie possibili. Il cuore batteva forte come il pestare delle scarpe, e quelle boscaglie diventavano subito sinistre. Correvo scappando da qualcosa che non conoscevo ma che mi figuravo incredibilmente mostruoso. Animali feroci, uomini maligni come quelli di certi libri che avevo letto, come il pirata Long John Silver dell’ Isola del tesoro. Vedevo già i volti, le mani prensili e ossute che volevano afferrarmi. Il vento che ululava diventava un personaggio vero nelle mie fantasie mentre scappavo. Quelli erano tempi di paura e di natura. Lontani, bellissimi.. (p. 55)

Un piccolo problema

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Ho un piccolo problema. Giusva Fioravanti è stato condannato, mi sembra, a causa di vari omicidi e della strage di Bologna, a 8 ergastoli e 134 anni di carcere. Dieci anni fa, dopo 16 anni passati in carcere, ha iniziato a godere del regime di semilibertà. Oggi lo Stato italiano lo dichiara pienamente libero. Secondo le sue leggi. Dunque, per lo Stato italiano si possono ammazzare decine di persone a buon prezzo. Le vittime, dunque, hanno pochi diritti, anzi quasi nessuno, i diritti li ha Caino, e guai a chi lo tocca. In realtà, per questo Stato la vita umana ha scarso valore. Il mio piccolo problema è questo: questo Stato non è il mio Stato.

Una verità eterna

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Una verità eterna è esposta da Baldessar Castiglione nel I capitolo del secondo libro del Cortegiano.

Non senza maraviglia ho piú volte considerato onde nasca un errore, il quale, perciò che universalmente ne’ vecchi si vede, creder si po che ad essi sia proprio e naturale; e questo è che quasi tutti laudano i tempi passati e biasmano i presenti, vituperando le azioni e i modi nostri e tutto quello che essi nella lor gioventú non facevano; affermando ancor ogni bon costume e bona maniera di vivere, ogni virtú, in somma ogni cosa, andar sempre di mal in peggio. Continua a leggere

Jackson

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La fine di Jackson, come quella di altri idoli, presenta evidenti caratteri sacrificali, tra cui l’apoteosi.
Michael Jackson è una figura massimamente rappresentativa della fase culturale che l’Occidente sta attraversando, e secondo me va letta in parallelo con quella di Obama.
Obama viene vissuto come Presidente Nero, pur essendo tanto bianco quanto nero. Ma ha sposato una donna nera, e la sua prole sembra non avere nulla di bianco. Dunque una Famiglia Nera alla Casa Bianca. Egli tuttavia sembra collocarsi al di là di qualsiasi questione razziale, incarnandone il superamento. Continua a leggere