Dialogo 2

Dialogo sullo stato presente della cultura del Bel Paese

 di Eros Barone

    Il dialogo sullo stato presente del Bel Paese avviato da Caio e Mevio è proseguito articolandosi in una serie di considerazioni e riflessioni aventi quale oggetto critico lo stato della cultura. Siccome il discorso non mi è parso peregrino, ho ritenuto doveroso, nella mia qualità di attento testimone, fornire un fedele ragguaglio anche intorno a questi ulteriori sviluppi. 

 Mevio: vivere in un paese dove buongiorno voglia dire buongiorno e buonasera voglia dire buonasera, se da un lato è un’aspirazione pienamente razionale e legittima, sembra dall’altro, nella situazione del nostro paese, una pretesa utopistica destinata a restare lettera morta. Basti pensare, per farsi un’idea dell’inversione ideologica della realtà che vi domina incontrastata, alle controriforme fatte passare per riforme, ai conservatori che si presentano come innovatori e all’opposizione che vuole farsi valere, a tutti i costi, come forza “di lotta e di governo”. In realtà, nel misurarsi con un governo delle destre il cui fulcro è costituito dal ‘Bebo’ (l’asse Berlusconi-Bossi) occorre considerare che questi due leader rappresentano meglio di chiunque altro la mentalità di un paese dominato dal blocco tra la grande impresa, in particolare quella che opera nel campo delle comunicazioni e dell’intrattenimento di massa, la piccola borghesia e il lavoro autonomo. Ecco perché bisognerebbe domandarsi, in primo luogo, chi abbia creato quella società italiana ‘modernizzata’ che è la base di questa leadership e, in secondo luogo, perché la sinistra non è né ritenuta credibile né amata dai suoi stessi elettori.

Caio: forse la ragione è che i partiti di centro-sinistra vengono visti semplicemente come la variante sbiadita, spersonalizzata e ipocrita di ciò che Berlusconi e Bossi rappresentano del tutto coerentemente e senza pudore. Berlusconi, nella fattispecie, è un vero ‘carattere’ italiano: la versione trasparente e trionfale di ciò che l’italiano medio è e vuole essere.

Mevio: a questo proposito, prendendo spunto dalle reazioni ufficiali, tutto sommato riduttive ed elusive, che vi sono state a séguito delle ultime esternazioni di Bossi riguardo alle bandiere regionali e agli immigrati, non credi che sarebbe il caso di interrogarsi anche sulle fonti che alimentano il ricorrente trasformismo, il diffuso nichilismo e il galoppante populismo da cui è segnata la nostra vita politica e culturale?

Caio: provo a formulare un’ipotesi esplicativa. Ciò che fa di queste tare un ulteriore capitolo della fenomenologia politico-culturale italiana è una condizione, mai superata, di ‘minorità nazionale’, per cui non solo gli italiani non amano l’Italia e non riescono a riconoscersi in una identità che resta ancora troppo fragile, ma sentono e sanno che niente di decisivo per l’Italia viene davvero creato e realizzato in Italia. L’indifferenza ad un autentico confronto delle posizioni, la propensione alle mode culturali e l’uso strumentale delle idee caratterizzano soprattutto quei gruppi intellettuali che sentono di operare in un paese, come il nostro, subalterno e periferico, privo di una vera sovranità. Tieni presente che in campo artistico, filosofico e letterario le più importanti tendenze e innovazioni degli ultimi decenni sono arrivate in Italia tardivamente e sono state introdotte dall’esterno.

Mevio: è vero. Quasi sempre ci siamo limitati a importare, con qualche adattamento, invenzioni e soluzioni che avevano le loro radici e la loro ragion d’essere in altri contesti culturali e che spesso, più che aiutarci a capire meglio chi siamo, hanno accentuato una sorta di ‘alienazione culturalistica’ in virtù della quale tendiamo, per un verso, a dissimulare a noi stessi che la cultura di fatto interessa poco e, per un altro verso, riteniamo doveroso affermare che i prodotti culturali sono di per sé un valore, anche quando non hanno valore.

Caio: un plastico esempio dell’alienazione di cui parli è, secondo me, il ‘caso Eco’. È vero che l’illustre semiologo alessandrino (e il noto autore del romanzo “Il nome della rosa”) è considerato per le sue prese di posizione un irriducibile avversario della destra berlusconiana e un prestigioso campione della sinistra, ma è altrettanto vero che questo accade per ragioni esclusivamente politiche. Dal canto mio, credo che Eco somigli a Berlusconi più di quanto lui stesso creda. La vocazione demagogica e populistica che ispira questi due personaggi, pur diversissimi l’uno dall’altro, è talmente irresistibile che il fatto di non piacere al grande pubblico o di non essere applauditi ritengo sia la cosa che più li terrorizza. Eco incarna il sogno dell’abbondanza culturale inesauribile, un tesoro enciclopedico ricco di sfavillanti attrattive e sempre a portata di mano; Berlusconi è andato al governo nel 2001 promettendo agli italiani di portarli nel paese dei Balocchi e vi è tornato nel 2008 promettendo di tagliare le tasse, di rendere efficienti i servizi, di realizzare le grandi opere e di riattivare in tal modo un’economia sempre più languente a causa dell’effetto congiunto della crisi interna e di quella mondiale.

Mevio: in realtà, temo, il cibo culturale che, ai più diversi livelli, viene cucinato e ammannito è sempre più scadente, anche se infiocchettato e guarnito nei modi più diversi, quali sono suggeriti o imposti da quella macchina che è la ‘spettacolarizzazione della cultura’. Forse è proprio nella ‘spettacolarizzazione della cultura’ che stiamo affermando un nostro indubbio primato, al quale hanno recato un poderoso contribuito anche coloro che hanno ridotto il nostro paese a un territorio in cui… le natiche di una ‘velina’ valgono più del cervello del miglior ricercatore. Mi scuso per la battuta greve e, riportando il discorso “in più spirabil aere”, osservo che il Bel Paese ospita un’attività culturale, ad un tempo, pletorica e irrilevante.

Caio: come non concordare con le tue puntuali osservazioni e con la  tua sacrosanta indignazione? Aggiungo soltanto che è tipico di tutte le vicende italiane che nessuna delle due cose risulti del tutto vera o interamente falsa: l’onnipresenza della cultura e l’assenza della cultura sembrano coesistere. La verità è che da tempo nessun intellettuale italiano riconosce a nessun altro intellettuale italiano sufficiente autorità per confutare una teoria e combattere una tendenza nate a New York, a Londra o a Parigi. Siamo sempre dei buoni attori, ma il copione che recitiamo non è nostro.

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