Jackson

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La fine di Jackson, come quella di altri idoli, presenta evidenti caratteri sacrificali, tra cui l’apoteosi.
Michael Jackson è una figura massimamente rappresentativa della fase culturale che l’Occidente sta attraversando, e secondo me va letta in parallelo con quella di Obama.
Obama viene vissuto come Presidente Nero, pur essendo tanto bianco quanto nero. Ma ha sposato una donna nera, e la sua prole sembra non avere nulla di bianco. Dunque una Famiglia Nera alla Casa Bianca. Egli tuttavia sembra collocarsi al di là di qualsiasi questione razziale, incarnandone il superamento.
Jackson, invece, è un nero con tutti i caratteri somatici del nero, ma attraverso un processo medico-chirurgico-farmacologico perde gradualmente ogni elemento distintivo per configurarsi infine come una entità priva di connotati razziali. Il suo è un corpo manipolato e trasformato al fine di annientare le differenze.
Obama è maschio, ha una voce molto maschile ed è portatore di auctoritas: il suo superamento della questione razziale vuole porsi nella differenza mantenuta e valorizzata dialogicamente.
Jackson non solo perde i caratteri distintivi afroamericani ma si nega anche la differenza dell’età: appare sempre ugualmente giovane, o meglio né vecchio né giovane. E anche la differenza sessuale scompare in lui: la sua faccia si demascolinizza gradualmente, assumendo un aspetto femmineo. E la sua voce miagolante non è virile, si situa in un’altra orbita.
Quest’orbita è stata inaugurata negli anni Sessanta dai Beatles, un gruppo che ho sempre profondamente detestato. In loro inizia il processo della creazione di un universo musicale giovanile che esprime il senso della vittimizzazione subita, e appare come una lagna modulata all’infinito. L’altra faccia di questo processo è costituita dal rock duro con le sue propaggini fino al punk e all’heavy metal, che ribaltano la vittimizzazione in persecuzione, auto-persecuzione e autovittimizzazione.

6 pensieri su “Jackson

  1. un’apoteosi raggiunta tramite l’annullamento della propria identità?
    in effetti tra i due poli c’è un parallelo in comune…la provenienza, le radici, la carne, l’origine.
    Nelle antiche culture le apoteosi venivano raggiunte dai capi.
    non bisognerebbe mai rinnegare la propria pelle.
    in quanto ai Beatles, non li ho mai amati…gli preferivo la spregiudicata grinta, l’incredibile carica, la ribellione, dei Rolling Stone :-)

  2. Esiste un’ apoteosi strettamente “teatrale” che celebra il massimo fulgore un istante prima dell’ uscita definitiva di scena. Jackson ed alcuni dei suoi predecessori (idoli di masse di giovani affamate di modelli) erano, alla resa dei conti, strumenti di una potente macchina che produce quantità straordinarie di denaro e non ammette alcun tipo di umano cedimento.
    Fin qui, tutto banale ed ovvio, d’ accordo. M’ intriga di più, semmai, capire come mai certi fenomeni trovino fertile terreno d’ espansione e trasmettano godimento, nonostante si reggano su contraddizioni stridenti ed alquanto ripugnanti: Jacko dal volto delicato e femminile che ostenta aggressivi e triviali movimenti pelvici diventa patetico, oltreché disgustoso.
    Sul pop taccio, che il dir mi strozza….
    Pare che il “machismo” abbia i giorni contati, in ogni ambito sociale, ma non riesco ad immaginare un’ alternativa valida in generale e rispettosa delle diversità di genere.
    Ma questa è un’ altra storia.

  3. non sò quanto possa centrare con l’argomento jackson ma mi viene spontaneo pensare ai giovani idoli della storia del rock che si drogavano pesantemente, jim morrison per esempio, o janis joplin…, venivano ammirati nonostante la debolezza di cui erano vittime, la sfida alla vita generava ammirazione.
    forse era l’esaltazione che andavano cercando…?
    un’esaltazione pericolosa, ostentata fino alla fine.
    (capisco di più le apoteosi tribali)
    hai visto il film mato grosso?
    è uno dei miei film preferiti, l’uomo medicina interpretato da uno splendido sean connery…peccato non si trovi nulla su youtube al riguardo…

  4. Non credo che Morrison, Joplin, Hendrix e via elencando intendessero sfidare la vita. Tutt’ altro: era, semmai, una forma estrema di edonismo.
    Non è forse -ed in sintesi-, la felicità il fine ultimo dell’ esistenza? Ai tempi dei “Figli dei fiori” lo era senz’ ombra di dubbio. Ebbene: la droga costituiva un viatico per altre “visioni” ed un modo, per quanto estemporaneo, di sentirsi “bene”. Ricordo trattati “dotti” di Allen Ginzberg sul potere immaginifico e liberatorio degli allucinogeni. Si trattava, in qualche modo, di una forma di filosofia.
    L’ ammirazione dei fans è nostalgia cristallizzata per le emozioni e le profonde suggestioni che i messaggi musicali di allora recavano in sé.

  5. hai perfettamente ragione, vista da questo punto di vista era un vero piacere la condivisione di tali piaceri…la ricerca della felicità, che poi era la libertà dello spirito ribelle.
    se ripenso a quei tempi la nostalgia è inevitabile…perchè ti veniva trasmessa, appunto…

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