Cesarotti su lingue e dialetti

di Eros Barone

La modernità della concezione e la limpidezza dell’esposizione, che contrassegnano il “Saggio sulla filosofia delle lingue” di Melchiorre Cesarotti (1785) e ne fanno il frutto più maturo dell’illuminismo italiano in campo linguistico, sono davvero sorprendenti. Una succinta illustrazione delle tesi che espone ed argomenta l’autore permette di cogliere il significato profondamente innovativo delle conseguenze che egli seppe trarre dall’applicazione della sua riflessione sulle lingue alla lingua italiana.

   In primo luogo, Cesarotti dà un forte risalto alla natura storica delle lingue, in virtù della quale tutte nascono e derivano. In secondo luogo, criticando il concetto di “purezza”, che era il cavallo di battaglia dei conservatori e dei cruscanti, egli afferma che nessuna lingua è pura, poiché tutte nascono dalla composizione di elementi diversi. Vengono quindi formulate due tesi fra di loro strettamente congiunte: tutte le lingue nascono (non da un disegno razionale ma) da una combinazione casuale (ticogenesi linguistica che anticipa la ticogenesi biologica di Darwin!) e nessuna lingua trae origine da un’autorità. Attraverso il concetto di “uso” o consenso dei parlanti Cesarotti riconosce il carattere sociale della lingua e si preoccupa di contemperare tale carattere con l’autonomia degli scrittori, laddove con questo termine si riferisce non solo alla cerchia ristretta dei letterati ma alla più ampia comunità degli scriventi. Dalla terza e quarta tesi egli trae inoltre il corollario secondo cui nessuna lingua è perfetta, ma tutte possono migliorare. La sesta tesi afferma che nessuna lingua è talmente ricca da non dover aumentare il suo patrimonio con apporti esterni: essa mira perciò a confutare il concetto autoreferenziale di “purezza”, strenuamente difeso dall’Accademia della Crusca di Firenze e dai suoi seguaci (i cosiddetti cruscanti). La settima tesi, che poggia sull’osservazione dei continui cambiamenti della lingua, ne ribadisce la natura storica. L’ottava e ultima tesi pone in luce la varietà degli usi della lingua e, in particolare, la dimensione della lingua parlata. Lo scrittore illuminista sottolinea nondimeno la superiorità della lingua scritta, che offre maggiori possibilità di riflessione, non dipende dal popolo ma neanche dal canone codificato dalla Crusca e non può essere irrigidita nei paradigmi pur prestigiosi del Trecento.

   D’altronde, Cesarotti non si sottrae all’onere di una proposta e formula una norma alternativa al purismo antiquario della Crusca, che può valere ancor oggi, per la sua coerenza teorica e per la sua efficacia pragmatica, come una fertile indicazione di politica linguistica: «La lingua scritta dee aver per base l’uso, per consigliere l’esempio, e per direttrice la ragione».

   Circa i neologismi la posizione di Cesarotti è aliena così dalle innovazioni arbitrarie come dalle preclusioni aprioristiche: i termini nuovi hanno diritto di cittadinanza nella lingua purché siano ricavati per analogia, per derivazione o per composizione rispetto ai termini esistenti. Circa i dialetti l’autore del “Saggio sulla filosofia delle lingue” ammette che possono costituire un serbatoio a cui attingere per introdurre parole nuove, ma è assai reciso nell’affermare che essi occupano un posto subalterno rispetto alla lingua nazionale: «Non v’è lingua senza dialetto, come non v’è sostanza senza i suoi modi: né però la lingua cessa d’esser una; altrimenti vi sarebbero tante lingue quante città». Assolutamente esemplare è infine il fermo e fervido richiamo di Cesarotti ad un’indagine capace di esplorare il campo in tutte  le direzioni e capace pertanto di essere, ad un tempo, ‘lucifera’ e ‘fructifera’:  «Sicché cotesta gara di lingua, coteste infatuazioni per le nostrali, o per le antiche, o per le straniere sono pure vanità pedantesche. La filosofia paragona e profitta, il pregiudizio esclude e vilipende».

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