La strada nel bosco. A passi lenti, meditando.
Ma non è facile arrivare qui, oggi.
Quando si ragiona (mediante il linguaggio nella sua forma proposizionale-dichiarativa, come debbono fare la filosofia e la scienza) si può finire nel paradosso, nella misura in cui si è consapevoli che una parte dell’esperienza non può essere tradotta né comunicata agli altri umani in forma discorsiva, e nondimeno la sua realtà si impone. Anche qui ci soccorre un approccio dialettico: se la contraddizione è parte dell’essere in quanto tale, mentre la traduzione concettuale-linguistica del fenomeno non può che essere non-contraddittoria, dobbiamo pensare i “piani sovrapposti di idee” con la capacità di porre distinzioni categoriali rigorose. Ciò che mi sembra non accadere sempre oggi, ad esempio, nelle elucubrazioni parafilosofiche dei neuroscienziati.
La sonata “Al chiaro di luna” è molte cose nello stesso tempo. Dal punto di vista dell’acustica, della meccanica, della storia delle idee, della storia della musica, della storia dell’industria e dell’artigianato, della filosofia, della letteratura, della psicologia ecc. Se non esistesse il pianoforte come strumento, non ci sarebbe la sonata. Ma la sonata non è il pianoforte, come l’anima non è il corpo. Ma che cos’è in sé allora la sonata “Al chiaro di luna”? Su che piano esiste? Non si può dubitare della sua esistenza, perché farlo significherebbe dubitare dell’esistenza dell’umano.

Dobbiamo al grande studioso rumeno delle religioni Mircea Eliade la scoperta di un’antica divinità del pantheon indoeuropeo, che come Giano e Kali presenta un duplice volto. Si tratta di Scili Poti, una divinità nel cui nome si ravvisa la radice scl (da cui l’inglese skill) che rimanda a scaltrezza e abilità, e Pt (di petere latino, cioè mirare a, ma anche richiedere – incarichi, onori e denari -, cui forse è accostabile l’osceno peto, lat. petum, che spesso veniva opposto alle richieste). “Scili Poti doveva dunque essere una divinità venerata da strati sociali marginali, ma desiderosi di affermarsi grazie alle doti personali di furbizia, abilità nei maneggi e nelle segrete negoziazioni” (Storia delle credenze e idee religiose, tomo 2, p. 315). Trovo interessante l’aspetto del petum riferito a Poti. Probabilmente Girard ravviserebbe in Scili Poti un tipico esempio di portatore di segni vittimari, destinato ad essere espulso dalla comunità o linciato: le statuette ritrovate nella regione pakistana del Pidiellestan ritraggono la divinità come di statura molto bassa in rapporto alle altre, ed è noto che il nanismo è un segno vittimario. La superstite mitologia intorno a Scili Poti è scarsa: pare sia collegato essenzialmente al collerico nume Dipitra, ma in seguito anche all’altro grande dio Berlus Koni.
L’Occidente (e anche la cultura islamica, a modo suo) è ossessionato da quella che ho chiamato la spina del divenire. Ciò che sorge anche tramonta. E i più avvertono come tragico il finire di ciò che nel suo esser finito appare come bello e di infinito valore. Anche le rappresentazioni del mondo sorgono e tramontano.
Che cosa sia il tempo per sé è questione insolubile. Ma pensare il tempo è pensare il pensiero. L’uomo esiste e pensa nel tempo. E se si pensa il pensiero in modo radicale, cioè liberandosi previamente dalle sovrastrutture culturali e mentali, cosa che si può attuare solo con un’ascesi filosofica di lunga durata, si arriva a vedere la prossimità del pensiero alla fede. Alla fede non come fede religiosa, ovviamente, ma alla fides qua creditur, ovvero alla fede con la quale si crede. Che è anzitutto una fede nel segno comunicativo interumano, cioè la fede che il segno linguistico pensiero, per esempio, traducibile in tutte le lingue degli umani, indichi sia a me che a te la stessa realtà. Se non avessimo questa comune fede comunicativa, ogni tentativo di costruzione di una visione comune della realtà sarebbe vana. Non esisterebbe neppure quella realtà che si chiama umano. Questa fede è fede anche nella permanenza del significato del segno: la parola logos che pronuncia Platone potrà ricevere interpretazioni differenti nel corso dei secoli, ma non indicherà, noi crediamo, qualcosa di totalmente differente da quel che Platone aveva pensato. Noi abbiamo fede nella permanenza del segno oltre il divenire. Senza di essa non potremmo neppure parlarci. Di Platone non abbiamo neppure il sepolcro, ma logos è rimasto, e rimarrà.
Eros è questa fame dell’altro, che vuole fare dell’altro lo stesso. Ovvero, l’alterità dell’altro desiderato non è che lo specchio in cui il desiderante contempla se stesso. Come nella famosa canzone di uno dei padri dell’amore occidentale, Bernart de Ventadorn:
Più non ebbi potere di me,
né più fui mio dall’istante
che mi lasciò guardare nei suoi occhi,
in uno specchio che molto mi piace.
Specchio, dopo che in te mi specchiai,
mi hanno ucciso i profondi sospiri
e così mi perdetti, come si perdette
il bel Narciso nella fonte.
L’Amore e l’Occidente di Denis De Rougemont resta per me un testo fondamentale. Massificato e involgarito, oggi rimane questo principio, da cui tutti i media e la società nel suo profondo sono pervasi: il principio per cui nel rapporto amoroso l’amante non ama l’altro da sé, ma sé stesso amante. E prevalentemente negli uomini se stesso amante, nelle donne se stessa amata.
Si vedono foto eloquentissime, come quella pubblicata sul Corriere, che raccontano la grande e subitanea fuga dalla neonata tendopoli di Manduria. Un abominio: Maroni pensava davvero che centinaia di giovani tunisini se ne sarebbero stati buoni buoni e fermi nel campeggio, desiderosi solo di farsi identificare e magari rispedire a casa? Il ministro leghista si è dimostrato impreparato ad un’emergenza che non dovrebbe nemmeno essere considerata tale. L’Africa si sta muovendo, e le immagini della facilità con cui si può entrare in Italia e muoversi nel suo territorio incentiverà altri flussi, moltiplicherà gli arrivi. Altro che il bossiano “fuori dalle palle”, icastico riassunto di una strategia raffinata e intelligentissima. Il problema dell’Africa in espansione demografica incontrollata è gigantesco, e le menti dei governanti italiani piccine piccine.
Il padre e lo straniero, di Giancarlo De Cataldo (Einaudi 2010), l’ho letto per il solo fatto che il protagonista è padre di un bambino gravemente disabile. L’ho letto quindi per motivi anche personali, perché sono molto interessato a come la disabilità viene rappresentata in letteratura. Memore sempre del noto principio girardiano del segno vittimario. Continua a leggere
Fondamentale difficoltà di ogni gnosticismo, quella di giustificare l’esistenza della pluralità (e di amarla), e di accettare fino in fondo la vita in questo mondo, la creaturalità. Di qui l’ambiguità del pensiero della morte. Non è infatti la morte in sé ad essere ambigua, ma il pensiero gnostico della morte stessa. Poiché per la gnosi la perfezione e la felicità e il diritto di essere amato assolutamente è solo del Principio, dell’Uno, del Dio il cui pensiero salva. Ma ciò da cui occorre essere salvati è in ultima istanza la morte, che in quanto morte del corpo è anche la via di passaggio alla realtà superiore. Ma del passaggio di che cosa, se la pluralità e la distinzione degli enti fra di loro e da Dio è il male? E che cosa dunque infine deve essere salvato? La rivelazione cristiana è quella dell’amore del Dio infinito per gli umani enti limitati, che non li rende infiniti, ma conservati nella loro finitezza in forma più alta. Via paradossale, e per la sapienza greca, e per la visione scientista, semplicemente folle. Per quanto ellenizzata sia la metafisica cristiana, si giunge sempre ad un punto in cui tra Cristianesimo e pensiero metafisico si apre un baratro, che solo fantasie creatrici come quella dantesca riescono, in qualche modo, a colmare.