Il padre e lo straniero

Il padre e lo straniero

Il padre e lo straniero, di Giancarlo De Cataldo (Einaudi 2010), l’ho letto per il solo fatto che il protagonista è padre di un bambino gravemente disabile. L’ho letto quindi per motivi anche personali, perché sono molto interessato a come la disabilità viene rappresentata in letteratura. Memore sempre del noto principio girardiano del segno vittimario. La storia di De Cataldo è ben organizzata, e scritta professionalmente, per così dire, secondo i princìpi dell’editing contemporaneo. In altri termini, “funziona”. A me però di questo tipo di funzionamento non cale un fil di paglia, anche se so bene che solo con questo si fanno i grandi numeri. Il contenuto, invece: fragile nell’investigazione del rapporto tra un padre e la creatura del tutto inetta a vivere che ha messo al mondo, e di quello con la moglie, alla quale inesplicabilmente nulla comunica dello strano rapporto di amicizia che vien costruendo con un misterioso personaggio straniero, anche lui padre di un disabile grave. Il rapporto che costituisce la trama del romanzo. Un po’ di poliziesco, un po’ di umanesimo buonistico-convenzionale, un po’ di tipacci di sfondo, ed ecco il romanzo. Anche piacevole da leggere, ma non memorabile. E non mi riesce di citarne nemmeno una riga, perché nessuna mi prende esteticamente. 

 

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One thought on “Il padre e lo straniero

  1. L’ho letto anch’io. (E non andrò a vedere il film.)
    Una lettura tipicamente estiva (era agosto): scivola via con leggerezza e senza fastidi.
    Non memorabile. Ora riposa accanto a Ogawa Yoko.
    Il criterio di sistemazione è: letture veloci.
    Ordine temporale, dalla data di lettura. Un caos, insomma.

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