Morte

Fondamentale difficoltà di ogni gnosticismo, quella di giustificare l’esistenza della pluralità (e di amarla), e di accettare fino in fondo la vita in questo mondo, la creaturalità. Di qui l’ambiguità del pensiero della morte. Non è infatti la morte in sé ad essere ambigua, ma il pensiero gnostico della morte stessa. Poiché per la gnosi la perfezione e la felicità e il diritto di essere amato assolutamente è solo del Principio, dell’Uno, del Dio il cui pensiero salva. Ma ciò da cui occorre essere salvati è in ultima istanza la morte, che in quanto morte del corpo è anche la via di passaggio alla realtà superiore. Ma del passaggio di che cosa, se la pluralità e la distinzione degli enti fra di loro e da Dio è il male? E che cosa dunque infine deve essere salvato? La rivelazione cristiana è quella dell’amore del Dio infinito per gli umani enti limitati, che non li rende infiniti, ma conservati nella loro finitezza in forma più alta. Via paradossale, e per la sapienza greca, e per la visione scientista, semplicemente folle. Per quanto ellenizzata sia la metafisica cristiana, si giunge sempre ad un punto in cui tra Cristianesimo e pensiero metafisico si apre un baratro, che solo fantasie creatrici come quella dantesca riescono, in qualche modo, a colmare.

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