Il male e la ricerca del bene

Franco Crespi nel suo libro Il male e la ricerca del bene (Meltemi, Roma 2006) vede il male come qualcosa (non dico a caso qualcosa—esso infatti non mi pare rigorosamente definito e nemmeno problematizzato fino in fondo) che deriva dalla tendenza umana a perseguire degli assoluti in differenti campi. La soluzione sembrerebbe quella dell’accontentarsi del limitato e del relativo, della saggia ricerca del minor male, ecc. Una soluzione laica, non nuova, in verità, ma sempre di nuovo offerta, in incessante lotta con quelli che appaiono gli integralismi, i fondamentalismi e i dogmatismi.
Quel che mi pare di poter rilevare, anche in relazione al breve e interessante passo sul desiderio che qui riporto, è che Crespi non si pone il problema del da dove venga questa brama di assoluto compimento che a suo parere è rovinosa. Insomma, mi pare che anche a Crespi faccia difetto una vera antropologia fondamentale, cioè un pensiero originario circa la genesi dell’umano.

Il desiderio è in sé un bene, in quanto è all’origine di quello slancio vitale che porta l’essere umano ad andare sempre al di là di se stesso, ma quando si esprime come tentativo di superare definitivamente la mancanza, il desiderio dà luogo alle diverse forme di sublimazione, ovvero alla tendenza, presente in tutti gli esseri umani, a trasformare oggetti parziali in oggetti simbolici assoluti di investimento del desiderio. Il desiderio, se, da un lato, nutre l’immaginario individuale e collettivo, portandolo a proiettarsi in soluzioni illusorie, dall’altro, si alimenta delle rappresentazioni da lui stesso costruite, trasfigurando ogni tipo di realtà: la religione, la patria, le utopie politiche, il successo e il prestigio sociali, l’amore, il possesso e il potere, la scienza e la tecnica e via dicendo. Il perseguimento di tali oggetti necessariamente parziali come fossero assoluti configura il carattere tragico del desiderio, in quanto porta l’essere umano a desiderare finalità determinate che, in realtà, sono sempre altro da ciò che egli veramente persegue attraverso di esse, appunto un assoluto compimento. (p. 44)

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