Sulla trascendenza 1

 

Dalle Chronicles of Love and Ressentiment di Eric Gans

Mi trovo nelle fasi preliminari di un progetto che riguarda la questione sollevata dall’attuale ondata di libri antireligiosi e dalle risposte che essa ha ricevuto da parte dei credenti. Dopo aver letto alcuni libri di entrambi gli schieramenti, sono in grado di fornire un aggiornamento. In questa fase non mi occuperò dei punti particolari toccati da queste opere. Sebbene infine io dovrò rispondere alle loro argomentazioni fondamentali così come esse sono avanzate, le mie letture confermano la mia convinzione che nessuno concepisca quella che chiamerò la questione della trascendenza in termini avvicinabili a quelli dell’antropologia generativa.

Come ci si poteva attendere, sebbene gli assunti comuni di entrambe le parti escludano una considerazione dell’ipotesi originaria, gli argomenti in difesa della trascendenza le sono più congeniali. Di norma coloro che attaccano la religione presumono che l’universo possa essere compreso come composto interamente di materia e che l’umano non possa mettere in questione quest’ontologia totalmente materialistica. L’esclusione a priori di una sfera trascendente, che riduce le rappresentazioni a forme della materia associate ad altre forme, più complesse ma non differenti ontologicamente dalle combinazioni del DNA che si “esprimono” nell’aspetto o nelle funzioni del corpo, fa della costruzione di una scena originaria ipotetica una perdita di tempo. Di contro, da coloro che difendono Dio o lo “spirituale” l’ipotesi originaria può essere compresa come una lettura minimale della scena della creazione, e anche se l’argomentazione difensiva va a parare nel cosmo, il terreno di battaglia umano resta quello essenziale. Quel che tali difensori non fanno, tuttavia, è proporre essi stessi un’ipotesi minimale. O essi accettano in qualche senso il racconto della creazione di una religione specifica, oppure, più comunemente, evitano del tutto di discutere dell’origine, dal momento che la “sfera spirituale” viene semplicemente da loro assunta come esistente indipendentemente dall’umanità. Il miglior esempio di questo tipo di argomentazione che io abbia visto si trova in The Spiritual Brain (Harper San Francisco 2007), del neuroscienziato Mario Beauregard e Denyse O’Leary. Le affermazioni sulla “spiritualità” presenti in questo testo non sono in reale contraddizione coi principi dell’antropologia generativa, ma in esso non vi è alcuna preoccupazione di restringere queste affermazioni al campo dell’antropologia.
Delle varie teorie ateistiche sulla nascita della la religione, le più serie sono fondate sulla psicologia evoluzionistica. Se la religione è così ampiamente diffusa nonostante il suo costo in termini di tempo e di energia (per non parlare delle assurdità, dei crimini, dell’imbecillità, ecc.), essa deve in qualche modo essere adattiva, così noi possiamo presumere che per i suoi tratti centrali esistano dei geni, o moduli cerebrali, o complessi di “memi”—a meno che l’attività religiosa sia una mera escrescenza, una conseguenza indiretta di tratti genuinamente adattivi, come il nostro amore per le storie. Quanto a ciò che può rendere adattiva la religione, forse la supposizione migliore è quella che essa soddisfi la tendenza nostra (o dei nostri bambini) ad attribuire una intenzione agli agenti ostensibili, siano essi davvero animati oppure no, inclusi i morti, il cui status di agenti noi tendiamo a prolungare mentre i loro corpi si decompongono. Prescindendo dal loro vocabolario pseudoscientifico, molte di queste argomentazioni non risultano significativamente più sofisticate della figura ottocentesca dell’uomo primitivo che si getta a terra davanti al dio della tempesta. In quella che è forse la più seria di queste esplorazioni, il farraginoso Breaking the Spell (Viking 2006) di Daniel Dennett, l’insieme delle analogie utili con cui l’autore inizia la sua investigazione includono cose come la nostra eccessiva passione per lo zucchero e il comportamento influenzato dai parassiti. L’idea che ad una istituzione così complessa, intrecciata con la totalità della cultura umana, ci si possa accostare mediante tali analogie rappresenta un errore categoriale di stupefacente arroganza intellettuale. Quanto a quelle opere che si sottraggono alle diatribe e alle speculazioni evoluzionistiche, e si limitano a dimostrazioni filosofiche della Impossibilità o soltanto della Improbabilità di Dio—sono i titoli di due raccolte di saggi filosofici—esse commettono una versione meno drammatica dello stesso errore categoriale discutendo il concetto di Dio indipendentemente dal suo necessario contesto antropologico.  

(1 – continua)

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