Quando si ragiona

Quando si ragiona (mediante il linguaggio nella sua forma proposizionale-dichiarativa, come debbono fare la filosofia e la scienza) si può finire nel paradosso, nella misura in cui si è consapevoli che una parte dell’esperienza non può essere tradotta né comunicata agli altri umani in forma discorsiva, e nondimeno la sua realtà si impone. Anche qui ci soccorre un approccio dialettico: se la contraddizione è parte dell’essere in quanto tale, mentre la traduzione concettuale-linguistica del fenomeno non può che essere non-contraddittoria, dobbiamo pensare i “piani sovrapposti di idee” con la capacità di porre distinzioni categoriali rigorose. Ciò che mi sembra non accadere sempre oggi, ad esempio, nelle elucubrazioni parafilosofiche dei neuroscienziati.

La sonata “Al chiaro di luna” è molte cose nello stesso tempo. Dal punto di vista dell’acustica, della meccanica, della storia delle idee, della storia della musica, della storia dell’industria e dell’artigianato, della filosofia, della letteratura, della psicologia ecc. Se non esistesse il pianoforte come strumento, non ci sarebbe la sonata. Ma la sonata non è il pianoforte, come l’anima non è il corpo. Ma che cos’è in sé allora la sonata “Al chiaro di luna”? Su che piano esiste? Non si può dubitare della sua esistenza, perché farlo significherebbe dubitare dell’esistenza dell’umano.

9 pensieri su “Quando si ragiona

  1. Quando si ragiona, c’è il rischio di ragionare troppo.
    certe “sonate” sono misteriose come la notte, è inutile cercare di individuarne il cappio.

  2. A me pare evidente che l’approccio “dialettico”, con le sue spiegazioni che fanno leva sul paradosso, esuli dall’approccio scientifico, il quale può certo ammettere forze, effetti o tendenze contrastanti, ma non certo “contraddittorie” in senso logico-linguistico. Con l’Essere, e simili effetti di linguaggio, siamo in piena filosofia. Che tale sconfinamento si imponga è opinabile, molti scienziati non lo ammetteranno mai, ritenendo si tratti al più di un eccesso di complessità, redimibile dagli affinamenti futuri dei modelli ordinari.

  3. “La traduzione concettuale-linguistica del fenomeno non può che essere non-contraddittoria”, vale anche per l’approccio scientifico, evidentemente. Ma per me il sapere scientifico non è tutto il sapere. Quando uno scienziato pensa la totalità, non è più uno scienziato. Del resto, quasi tutti gli scienziati usano il verbo “essere” e parole come “realtà” e “verità” (che non sono semplici “effetti di linguaggio” ma assolute necessità del pensiero), in modo totalmente acritico, dando per scontato il loro significato, ma il loro significato non è prodotto di scienza. In sostanza, sono portatori di una metafisica materialistica, che non è affatto scienza, ma piuttosto una dogmatica. Tant’è vero che ci sono spiritualisti che fanno perfettamente il loro lavoro di scienziati nell’ambito della fisica, della chimica, ecc. Il metodo scientifico è “stretto”, e la forza della scienza sta nel suo rimanere ancorata ai limiti posti dal metodo.

  4. Il pericolo di quel che definisci spiritualismo, quello che introduce la metafisica nella scienza -e che, come si sa, la “umanizza” proprio attraverso le contraddizioni-, è particolarmente incombente nelle fasi più delicate e fragili dell’ esistenza umana: penso al fine-vita ed alle spinose e sempiterne questioni irrisolte ed irrisolvibili su “accanimento terapeutico”, “eutanasia”, e similari, nonché sulle questioni aborto terapeutico e correlate.
    Io non credo che la scienza possa rimanere ancorata al metodo, come giustamente tu auspichi, se non nelle teorizzazioni. E mi rincresce molto.

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