Scili Poti

Dobbiamo al grande studioso rumeno delle religioni Mircea Eliade la scoperta di un’antica divinità del pantheon indoeuropeo, che come Giano e Kali presenta un duplice volto. Si tratta di Scili Poti, una divinità nel cui nome si ravvisa la radice scl (da cui l’inglese skill) che rimanda a scaltrezza e abilità, e Pt (di petere latino, cioè mirare a, ma anche richiedere – incarichi, onori e denari -, cui forse è accostabile l’osceno peto, lat. petum, che spesso veniva opposto alle richieste). “Scili Poti doveva dunque essere una divinità venerata da strati sociali marginali, ma desiderosi di affermarsi grazie alle doti personali di furbizia, abilità nei maneggi e nelle segrete negoziazioni” (Storia delle credenze e idee religiose, tomo 2, p. 315). Trovo interessante l’aspetto del petum riferito a Poti. Probabilmente Girard ravviserebbe in Scili Poti un tipico esempio di portatore di segni vittimari, destinato ad essere espulso dalla comunità o linciato: le statuette ritrovate nella regione pakistana del Pidiellestan ritraggono la divinità come di statura molto bassa in rapporto alle altre, ed è noto che il nanismo è un segno vittimario. La superstite mitologia intorno a Scili Poti è scarsa: pare sia collegato essenzialmente al collerico nume Dipitra, ma in seguito anche all’altro grande dio Berlus Koni.

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