La spina del divenire

L’Occidente (e anche la cultura islamica, a modo suo) è ossessionato da quella che ho chiamato la spina del divenire. Ciò che sorge anche tramonta. E i più avvertono come tragico il finire di ciò che nel suo esser finito appare come bello e di infinito valore. Anche le rappresentazioni del mondo sorgono e tramontano.
Che cosa sia il tempo per sé è questione insolubile. Ma  pensare il tempo è pensare il pensiero. L’uomo esiste e pensa nel tempo. E se si pensa il pensiero in modo radicale, cioè liberandosi previamente dalle sovrastrutture culturali e mentali, cosa che si può attuare solo con un’ascesi filosofica di lunga durata, si arriva a vedere la prossimità del pensiero alla fede. Alla fede non come fede religiosa, ovviamente, ma alla fides qua creditur, ovvero alla fede con la quale si crede. Che è anzitutto una fede nel segno comunicativo interumano, cioè la fede che il segno linguistico pensiero, per esempio, traducibile in tutte le lingue degli umani, indichi sia a me che a te la stessa realtà. Se non avessimo questa comune fede comunicativa, ogni tentativo di costruzione di una visione comune della realtà sarebbe vana. Non esisterebbe neppure quella realtà che si chiama umano. Questa fede è fede anche nella permanenza del significato del segno: la parola logos che pronuncia Platone potrà ricevere interpretazioni differenti nel corso dei secoli, ma non indicherà, noi crediamo, qualcosa di totalmente differente da quel che Platone aveva pensato. Noi abbiamo fede nella permanenza del segno oltre il divenire. Senza di essa non potremmo neppure parlarci. Di Platone non abbiamo neppure il sepolcro, ma logos è rimasto, e rimarrà.

12 pensieri su “La spina del divenire

  1. In una sua precedente riflessione (adesso non ricordo quale — forse era un commento) aveva sostenuto che su certe questioni (forse l’eutanasia?) si scontrano concezioni del mondo chiuse alla radice l’una all’altra, senza possibilità di comunicazione e di mediazione (se non ricordo o ricostruisco in modo erroneo), mentre io ipotizzavo che i disaccordi nascessero dalla presenza di elementi irrisolti, opachi nella riflessione di uno o di entrambi gli interlocutori. Come si concilia quella posizione con questa «fede nel segno comunicativo interumano» e con l’ipotesi di un «tentativo di costruzione di una visione comune della realtà»?
    (Non c’è alcun intento polemico nella domanda; solo curiosità su un tema — quello della comunicazione e del modo in cui essa investe i rapporti umani e pone le basi per una trasformazione condivisa della società — che mi interessa molto.)

    Saluti
    Giacomo

  2. Si tratta di piani differenti. Se parlo con un nazista o con un islamista radicale condivido con essi la fede linguistica di base che ci fa umani, ovvero la fede nel segno, che è ciò cui mi riferisco in questo post: per cui quando un nazista parla di razza io so bene cosa egli intenda. Ma su altri e conseguenti livelli non ci può essere mediazione, cosa cui mi riferivo nella discussione precedente. Coi nazisti si può solo combattere. Non v’è alcuna contraddizione.

  3. è il termine “fede” che è fuorviante…non c’è un’alternativa meno pesante?

    “pensiero”, ad esempio, va molto meglio, non richiama alla mente concezioni legate ad un affidamento (cieco) all’irrazionale ed è attività comune ad ogni appartenente alla nostra specie, al di là della provenienza e delle cultura

  4. No, non c’è alternativa meno pesante, perché il dato in sé è pesantissimo. Senza quella “fides” linguistica non c’è l’umano. Al limite si potrebbe dire “fiducia” o “affidamento”. Ma a me la connotazione religiosa piace, perché anche la religione sta all’origine dell’umano.

  5. capisco il tuo punto di vista, ho letto la tua biografia e immagino la tua storia e le tue scelte etiche, solo che “religione” ha connotazioni storiche che creano l’idea della contrapposizione e del conflitto

    “spiritualità”, non è un valore umano universale?
    non è condivisa da tutti?
    perchè essere costretti sempre ad indossare una divisa, a mostrare uno stendardo?
    siamo uomini e donne, più di sei miliardi: pensiero, sua espressione, e spiritualità: questo ci accumuna, io credo…
    (e la scelta delle parole pesa, lo sai bene)

    c’è un modo di vedere le cose che non necessita del concetto di appartenenza, se non alla specie umana?

  6. “C’è un modo di vedere le cose che non necessita del concetto di appartenenza, se non alla specie umana?” No, non c’è, per il fatto anzitutto che la nostra non è una specie animale come le altre, ma è storica e culturale. Per cui io vedo le cose in un modo che è segnato profondamente dalla cultura in cui sono immerso e dalla storia che l’ha prodotta. Una squaw apache di due secoli fa vedeva le cose in modo molto differente da te. E questo è intrascendibile. Il meramente umano è una astrazione.

  7. caro Fabio….come mi piacciono questi tuoi post…
    spina del divenire riferito ad ogni corrente del logos è una definizione che appoggio :-) così come ogni cosa che si assimila abbraccia la natura che l’ha generata.
    pensare è un termine astrato ma pensare è anche la storia vissuta come esperienza che ci attraversa.

  8. Perché l’identità è intrascendibile? Perché non è possibile farsi semplice processo di pensiero? In fondo è proprio questo il punto, questo il fondo irrisolto, opaco che impedisce la piena comprensione e l’accordo.
    Un trauma, per esempio, può forse sbalzare una persona fuori dalla propria identità. Penso proprio al contatto fra culture radicalmente diverse, alla scoperta di qualcosa che non dovrebbe esistere e che mina alle fondamenta il mio cosmo. (Es. il contatto di una certa cultura con gli esploratori di un’altra, con la loro religione; e la dissoluzione della cultura “scoperta” e la conversione religiosa.) Questo trauma potrebbe essere formalizzato in un procedimento di rottura del consueto e del tradizionale e riapplicato costantemente allo stato in cui ci si trova (non necessariamente per cambiarlo, bensì solo per viverlo consapevolmente).
    Non riesco a definire con esattezza che cosa sia un disaccordo radicale. Che cosa sia e perché esista.

    Saluti
    Giacomo

  9. Io non ho affatto affermato che l’identità è fissata e immodificabile, al contrario ho sostenuto che intrascendibile è la storicità, ergo esattamente il contrario. E’ il divenire (anche dell’identità) che è intrascendibile. L’identità umana è un dato culturale dell’ hic et nunc storico, e va pensata dialetticamente. Disaccordo radicale? Provi a pensare ad un dibattito tra Lei ed un nazista sull’identità ebraica…

  10. Un disaccordo radicale e, tutto sommato, illogico potrebbe essere la morte, che è difficile, se non impossibile pensare con la scrittura, perché la morte introduce nel vivente organico e nelle creazioni e costruzioni umane un’alterità radicale.
    L’uomo tuttavia sempre “crede” che la morte non esista, o che perlomeno se esiste non sia un perire. Perché ? Forse perché da quando si parla, si scrive e ci si fa segno, fin dall’Antichità, lo si fa – nella maggior parte dei casi – lottando contro la propria dissipazione. Ovviamente non si tratta solo di riempire i buchi, come fa la morte, ma di una caccia e di una lotta nell’invisibile, perché la spiritualità umana è dapprima invisibile, poi simile a un soffio, a un sorriso, a un tendere le mani per altro che per prendere, e alla fine, al limite, simile a un “ ahimè!”.
    Credo di non dover spiegare cosa questo “ahimè!” significhi, perché tutti i parlanti, e in particolar modo gli scriventi, sanno bene cosa vuol dire questa parola. Certo, non volendo tenersi alla sola lettera, la parola “solitudine” potrà ricevere una folla di commenti e di interpretazioni, persino di traduzioni. In ogni caso, rimanderà sempre a un’esperienza singolare, che ha un corpo, una identità e una storia come mediatori indispensabili; e potrebbe somigliare, per esempio, alla particolarità/universalità del logos crocifisso-risorto. ( Credendo nella relazione paradossale e personale del Cristo, si potrebbe dire, anche misticamente, che solo “lui” – il logos incarnato che attrae a sé ogni altro – potrebbe sapere di che legno siano fatte le parole “vita” e “morte”, e se pesavano).
    D’altra parte, se come quasi paventava Adorno ( in “Minima moralia”), gli antichi raggi mistici non sarebbero altro che modeste anticipazioni dei raggi tecnologici, chissà che a un qualche scienziato particolarmente creativo, alla Frankenstein, non venga in testa la tentazione di ridurre le rose a un carciofone deodorato e senza spine, e l’uomo a una sorta di “super-angelo”ancor più luccicante della carrozzeria di un super-bolide di ultima generazione. Grazie alle nuove tecnologie, si potrebbe essere tentati, perché no?, di tradurre gli organi e “ la carne prudente, impaurita e che invecchia”
    ( William Burroughs) nella virtuale danza pura, lieve e immacolata dei super-beati al silicio.
    Un mondo virtuale abitato in permanenza da spiriti senza culo, da bit e da lampeggiamenti di segni disincarnati potrebbe sembrare una sfida per i credenti nella resurrezione dell’umile resto di terra e pugnetto di ceneri in un “corpo glorioso”, pneumatico, dotato di “sensi soprannaturali”.
    E’ anche vero che, a parte i differenti modi di elaborare la spina del divenire e il pensiero della morte, per credenti o non credenti, la sfida avverrebbe comunque all’interno dello stesso gruppo umano: il famoso “gruppo logos”.
    Ne faceva parte anche Platone, che anzi del “gruppo logos” fu tra gli iniziatori: ecco perché, ancorché morto, tener fermo Platone è ancora oggi da annoverare tra le cose più difficili. Come si fa a tener fermo un morto che sprizza, per così dire, logos da tutti i pori ? Sorge addirittura il dubbio che, come altri numerosi morti del “gruppo logos”, Platone sia addirittura più vivo di quei semi-vivi che – brancolando, oggi, tra logos e nulla – si chiedono se i classici siano ancora vivi. L’osservazione è del compianto Giuseppe Pontiggia (“…e il problema ricorrente con i classici non è, come si crede, se siano ancora vivi, ma se siamo vivi noi rispetto a loro..”, così l’Autore).

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