H is for Hawk

18803640Non ho mai fatto volare un falco dal mio pugno, né richiamato a me un lanario o un pellegrino roteando un logoro, ma in passato avrei molto desiderato praticare la falconeria. Ma sono vissuto in luoghi non adatti, e non ho mai avuto un maestro nell’arte, e in verità non ho mai avuto alcun vero maestro in nulla, né per la caccia né per la pesca né per altre espressioni dello spirito, un misero autodidatta. Ma mi sono sempre interessato ai falchi, il cui destino nella Padania degli anni Settanta sembrava segnato dai pesticidi e dalle fucilate a protezione della selvaggina, e che ora sono in ripresa: ne vedo continuamente nella campagna trevigiana e addirittura dentro la città di Treviso. Giorni fa, durante una passeggiata in periferia ho visto uno sparviero volare tra gli alberi a pochi metri da terra, lungo un piccolo corso d’acqua. Lo sparviero è un rapace, ma non è un falco: appartiene al genere accipiter (nome latino della specie è accipiter nisus). Lo sparviero è piccolo, sembra una miniatura dell’astore (accipiter gentilis), che in inglese si dice goshawk, un rapace diffuso nel mondo con alcune sottospecie, e che ama il folto dei boschi, abilissimo nel volare a bassissima quota tra ostacoli di ogni genere, e potentissimo: riesce a uccidere anche le lepri. Ne ho visti, per pochi istanti, solo un paio in tutta la mia vita. E un astore (una femmina, tra i rapaci la femmina è più grande, forte e aggressiva del maschio), di nome Mabel, è la protagonista del libro di Helen Macdonald H is for Hawk (Jonathan Cape 2014), che io ho letto nell’edizione originale ma che è disponibile anche in italiano col titolo Io e Mabel (da Rusconi). 41JCk3A33IL._SX311_BO1,204,203,200_L’ho letto in inglese per diffidenza verso i traduttori italiani quando affrontano temi legati alla caccia, alla natura selvaggia e agli animali: se sono letterati senza conoscenze naturalistiche serie, come spesso capita, le traduzioni non mi soddisfano.
Ma cos’è questo libro? Un romanzo? Forse, ma un romanzo verità, un romanzo-analisi, un diario romanzato, una discesa nell’anima enfatizzata dalla letteratura… Quel che è certo è che questa ricostruzione di lunghi mesi di convivenza con una femmina di astore, una creatura naturalmente, per ragioni biologiche di specie, bisognosa di prede, di sangue caldo e di carne strappata col becco affilato, è una vera e propria discesa nell’abisso, con risalita finale. Una discesa nell’abisso accompagnata e contrappuntata da un continuo confronto con la tragica figura di T.H. White, uno studioso e scrittore dalla vita assai difficile, che si era negli anni Trenta dato alla falconeria e aveva con scarso successo tentato di addestrare un astore, raccontandone in un suo libro. whitegosWhite, destinato a diventare famoso per il suo La spada nella roccia, è una presenza forte in tutto il libro della Macdonald, ma non c’è da stupirsene più di tanto: benché entrambi strani e marginali (ma fino ad un certo punto), i due appartengono parimenti al mondo accademico britannico. Il secondo polo del libro, e non per importanza, è rappresentato dalla figura paterna, il fotografo e osservatore attento della realtà Alisdair Macdonald, la cui morte improvvisa la scaglia in un tunnel senza uscita, dal quale cerca di emergere insieme a Mabel, il rapace, allontanandosi dalla vita umana per vivere selvaggiamente, adattandosi ai bisogni dell’astore, vivendo una vita accipitrina, tra gli alberi, i conigli, i fagiani, la carne calda e il sangue che sgorga. Perché gli astori non sono come i nobili falchi di alto rango come il pellegrino e il girifalco, che volano alti e colpiscono la preda uccidendola sul colpo: l’astore vola basso tra alberi e i cespugli, afferra la preda con le dita armate di lunghi artigli acuminati, e subito inizia a mangiare, mentre ancora l’animale catturato non è morto. Per questo veniva considerato crudele e sanguinario, e disprezzato dai nobiluomini e usati da persone di basso lignaggio, nel mondo di una volta. Ma questo è un modo puramente umano di vedere le cose.
H is for Hawk è un libro molto più complesso e articolato di quanto si possa pensare, le pagine su White potrebbero essere viste come uno straordinario saggio a sé stante se fossero estratte e collazionate, e la forza narrativa è davvero potente, la carne e il sangue si sentono, e anche gli abissi nichilistici di uno spirito che ad un certo punto pare sprofondare nella depressione. Riporto due brevi passi, in cui si evidenzia il cuore del problema dell’umano che per sfuggire al vuoto si immerge nel non-umano.

The hawk was a fire that burned my hurts away. There could be no regret or mourning in her. No past or future. She lived in the present only, and that was my refuge. My flight from death was on her barred and beating wings. But I had forgotten that the puzzle that was death was caught up in the hawk, and I was caught up in it too. (p. 160)

Hunting with the hawk took me to the very edge of being a human. Then it took me past that place to somewhere I wasn’t human at all. The hawk in flight, me running after her, the land and the air a pattern of deep and curving detail, sufficient to block out anything like the past or the future, so that the only thing that mattered were the next thirty seconds. I felt the curt left of autumn breeze over the hill’s round brow, and the need to tack left, to fall over the leeward slope to where the rabbits were. I crept and walked and ran. I crouched. I looked. I saw more than I’d ever seen. The world gathered around me. It made absolute sense. But the only things I knew were hawkish things, and the lines that drew me across the landscape were the lines that drew the hawk: hunger, desire, fascination, the need to find and fly and kill. (p. 195)

In un certo senso, questo libro racconta la storia di una lunga e durissima tardiva iniziazione alla vita pienamente umana. Dall’abisso si risale, si contempla la realtà del mondo e degli animali come i falchi e gli astori da una prospettiva differente: occorre mantenerli nella loro alterità, poiché confondere l’umano nel non-umano è un male sia per l’umano che per il non-umano. Perché Goshawks are things of death and blood and gore, but they are not excuses for atrocities. Their inhumanity is to be treasured because what they do has nothing to do with us at all. (p. 275)

Il matrimonio di piacere

mtrmpiaTra i romanzi di Tahar Ben Jelloun Il matrimonio di piacere (Le mariage de plaisir, 2016, trad. di A.M. Lorusso, La nave di Teseo 2016) non è certo il migliore: soffre di quell’impulso all’educazione dei lettori che lo scrittore marocchino-francese sta chiaramente manifestando in questi ultimi anni, un impulso che si è tradotto in libri apertamente didattici, come L’Islam spiegato ai nostri figli. Da un punto di vista strettamente formale, il romanzo mi sembra scritto affrettatamente e mal organizzato, e i personaggi mancano di profondità. Quel che sta a cuore a Ben Jelloun è chiaramente fare un discorso sull’Africa e sulle migrazioni, e soprattutto sul razzismo, facendone vedere l’estensione ben oltre l’Occidente. Razzisti appaiono qui soprattutto i Marocchini (che in Europa sono a loro volta oggetto di razzismo da parte nostra – e a questo proposito ricordo che dai Veneti intorno agli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso marocchini venivano chiamati gli Italiani dal Lazio in giù, come testimoniato da Antonio Pennacchi, e come ho trovato anche nel taccuino di prigionia di mio padre). Ed è questo l’aspetto più interessante del libro, che dovrebbe essere letto da molti al di là delle sue imperfezioni: l’onnipervasività del razzismo nelle sue manifestazioni più o meno accese e feroci. Nel Marocco di Ben Jelloun i Marocchini si percepiscono come bianchi, e considerano inferiori i neri, che vedono come gente fatta per la schiavitù (che nel Paese se non di diritto esiste di fatto, come forse avviene anche nelle terre in cui da noi si raccolgono i pomodori). Sotto la species di un romanzo un po’ claudicante una meditazione che val la pena di continuare in proprio.

Atlante con figure

atlanteconfigure-325x487Ho letto questo libro nei giorni in cui veniva svuotato di tutto l’appartamento in cui mio padre visse mezzo secolo, dal 1960 alla sua morte nel 2010, e io dal 1960 al 1978. L’ho letto quindi con una mirabile coincidenza di spirito ed emozione. Sono nato nel 1950, Roberto Michilli è nato nel 1949, dunque abbiamo in comune un’infanzia negli anni Cinquanta. Io a Venezia, lui a Campli (Teramo), due luoghi diversissimi: e tuttavia le nostre sono due infanzie che presentano molte affinità, molti elementi di vicinanza, molti di più rispetto a quelli di lontananza ed estraneità. Questo è stato il mio primo pensiero mentre leggevo le prime pagine di Atlante con figure (Galaad Edizioni 2016), un libro straordinariamente suggestivo, in cui Michilli attraverso una serie di quadri e quadretti, di descrizioni e racconti, di evocazioni e nominazioni, ci offre la sua infanzia e la sua prima giovinezza. Le biografie mi sono sempre piaciute, anche se so benissimo quanto possano essere ingannevoli, anzitutto per chi le scrive, e anzitutto per la loro inevitabile tendenza apologetica. Qui però non siamo davanti ad una biografia tradizionale, e lo scrittore (e poeta) non dimostra il minimo interesse alla difesa-esaltazione del sé: Michilli è spinto a scrivere dei suoi anni di bambino e ragazzo da un insopprimibile bisogno di salvare, nell’unico modo possibile, un mondo che lo scorrere del tempo, e le immani modificazioni socio-culturali che si sono succedute in brevi decenni con un ritmo sempre più incalzante, hanno stravolto e demolito. Quel mondo perduto rimane nella memoria di chi lo ha vissuto, vive ancora una sua vita crepuscolare nella sua memoria, e come realtà vivente sparirà con lui. E qua e là in Atlante con figure Michilli ci fa capire che, insieme a quel mondo, è tramontata anche la sua felicità.
Nella sua bella prefazione, intitolata Lo sgomento e l’eternità: ritratto dello scrittore da bambino, Tiziano Scarpa mette in luce alcuni elementi fondamentali per una piena comprensione del libro. E tuttavia, se concordo con lui nella sottolineatura della rilevanza e del ruolo dell’imperfetto, tempo verbale cardine di questo mondo di Michilli, non userei la parola sgomento. Certo, il cuore ti si stringe nel rivedere l’interno della casa in cui sei stato bambino, dove non entri da mezzo secolo, o nel rivedere donne che un tempo furono bellissime ragazze, ti si stringe, ma io non lo chiamerei sgomento, ma piuttosto una forma più acuta di malinconia. E il potere di questo libro è quello di riportare il lettore alla sua stessa infanzia, al di là di ogni differenza, e io credo che valga anche per il lettore che non abbia vissuto come me i suoi primi anni di vita nei lontani Cinquanta. Perché, se mi fosse chiesto se vi sia e quale sia l’argomento di questo libro, al di là del livello biografico, io risponderei che sì, posso vedere un tema di fondo, un tema decisivo: quel che rende una vita felice. Sembra che difficilmente una vita felice possa scaturire da un’infanzia infelice: ma cosa ti rende felice l’infanzia? Michilli ci fa capire che i due elementi primi della costruzione di un’infanzia felice, che non sono nella disponibilità del soggetto ma gli sono dati o negati, sono l’affetto dei genitori, la loro cura premurosa, e il senso di sicurezza e protezione che ne deriva, e poi l’appartenenza ad un gruppo di amici, di coetanei con cui vivere giochi e avventure. Ritengo probabile che questi due elementi, a dispetto della maggior povertà economica di quei tempi, fossero molto più diffusi in quei lontani anni Cinquanta.
C’è qui, infine, in questo libro spoglio di retorica e lontano dal sentimentalismo, una vibrante poetica delle piccole cose. Anche un oggetto minimo e  insignificante si può caricare di una straordinaria potenza evocativa e consolatrice. Come  il gattino di latta bianco e marrone, che dal profondo dell’infanzia ritorna ad essere un compagno, per dare tranquillità e sonno alle difficili notti dello scrittore.

All’ultimo papa (excerpta)

13256067_1011911035511163_3951748239080752597_nBenedetto XVI si è trovato stretto nella contraddizione tra la necessità di difendere la credenza tradizionale, soprattutto tra le masse popolari, e il doveroso rigetto di una religione ridotta a mitologia, cui è ignota l’esperienza dello spirito. (p.14)

In realtà, della scomparsa dello spirito è responsabile soprattutto la Chiesa, che ha imboccato la strada di una fede come credenza esteriore, storica, sociale, scartando quella dell’interiorità, del distacco, del vuoto, senza la quale non vi è spirito. (p.30)

Si è fatto di Gesù un Dio per inserirlo in un mito cosmico di caduta e di redenzione, quando il suo messaggio è stato preso in senso messianico, ovvero relativo all’instaurazione di un regno di Dio nella storia, alla salvezza di un popolo o di singole persone, una salvezza intesa come conservazione di vita. Così si è finiti nella superstizione, perché la cosiddetta « storia della salvezza» è una mera invenzione, dato che il vangelo insegna solo il distacco, il regno di Dio dentro di noi, la pace del cuore e quella vita assolutamente nuova che è la vita dello spirito. (p.80)

…si deve parlare della Divinità di Cristo, non in quanto uomo storicamente determinato nel tempo e nello spazio, ma in quanto Logos, in quanto spirito. Allora la «divinità» di Cristo vale identicamente per ogni uomo, e l’incarnazione del Logos, l’umanità di Dio, significa appunto la divinità dell’uomo: la natura umana viene riconosciuta divina, e assurda la distinzione naturale-soprannaturale, creata per difendere la gestione di quel preteso «soprannaturale», che sta in effetti a disposizione nostra, in quanto lo conosciamo e gestiamo solo noi – puro strumento di potere. (pp. 80-81)

Il vero Cristo, infatti, è lo spirito, presente in tutti gli uomini buoni e giusti, di ogni tempo e di ogni religione, o anche senza religione. (p.83)

«Salvezza» non significa affatto una qualche prosecuzione di questa esistenza fisica in un tempo senza fine, bensì il trovarsi in patria, in pace, nella luce, qui e ora – nel presente, che è l’unico tempo vero. (pp. 89-90)

La fine del giudicare, la fine del pensiero malvagio del male, è di per se stessa la fine del dualismo biblico e di ogni religione nel senso usuale del termine: questo è l’insegnamento di Cristo. (p.141)

Appare chiaro come, al contrario, il giudizio, il pensiero del male, sia nutrito dalla Bibbia ebraica, non tanto per le pagine di violenza che contiene, quanto perché costruita tutta sull’ego e quindi sul principio del male che lo segue come un’ombra. Essa ha sparso l’incomprensione, l’odio ovunque è arrivata, e così anche i cristiani hanno spesso dimenticato l’insegnamento evangelico e sono rimasti vittima del pensiero del male – dunque dell’irrazionalità. (p.145)

La domanda di Giobbe – perché Dio manda i mali? – ha perciò senso solo in un contesto idolatrico come quello biblico, dove Dio è l’Altro che serve all’uomo-altro, entrembi connotati necessariamente nell’ordine della potenza. Di fronte a questo Altro Potente, e solo di fronte ad esso, ha senso chiedersi perché mi «manda» questo o quello – e in questo «mandare» è già tutta contenuta la risposta. Ma perché si deve pensare che qualcuno «mandi»? (p. 146)

La Bibbia ebraica non è il canale attraverso cui arriva la verità, ma la matrice prima di quella finzione che chiude la porta alla verità. (p.150)

Gesù dice: «In verità, prima che Abramo fosse, io sono. Questo ego sum, al presente, indipendentemente da ogni passato e futuro, non si riferisce a una egoità determinata, ma a quell’universale, impersonale Io che compare proprio quando l’egoità determinata scompare: quando si è, evangelicamente, rinunciato a se stessi, abbandonando il proprio volere, l’«io» e il «mio». (p.155)

Così l’apocalittica si mostra frutto del desiderio di vendetta; la resurrezione dai morti frutto dell’avidità per la vita terrena e, comunque, più in generale, gli aldilà appaiono compensazioni per una vita incompiuta, infelice – cosa comprensibile, assolutamente umana, se non fosse per le menzogne cui conduce. Di fronte alle speranze dell’aldilà, alle attese di Gerusalemmi celesti e simili, giova ricordare il terribile detto evangelico: «A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». (pp.156-157)

La vita eterna è qui: non speranza, non attesa, non desiderio. Non si desidera ciò che si sa reale, scriveva giustamente Simone Weil. E perciò non si danno descrizioni di vite eterne diverse dalla nostra vita: la vita eterna non è una vita speciale, con fatti eccezionali, ma la vita quotidiana, presente. Non sono diversi i contenuti, ma diversa è la forma, ovvero lo sguardo con cui guardiamo la vita stessa e i suoi fatti: li guardiamo con distacco, sub specie aeternitatis, in quella sospensione del tempo, in quella estasi del quotidiano, ove tutte le cose, immerse nella luce dell’eterno, sono infinitamente belle, senza perché, come la rosa dei versi silesiani. (p.163)

Orrida appare l’idea della resurrezione dei corpi e di una «vita eterna» con la prosecuzione dello psichismo, e non per disprezzo del corpo o insoddisfazione dello psichico, ma perché questi miti nascono dal timore della morte, ossia da una vita falsa e quindi, come diceva Wittgenstein, cattiva. (p.164)

La teologia cristiana risponde [all’evidente iato tra Nuovo e Antico Testamento] parlando di un unico «piano salvifico» di Dio, che si sviluppa dai profeti biblici fino a Cristo, di una «pedagogia divina» che conduce dalla durezza del messaggio vetero- alla dolcezza di quello neotestamentario. Il cristianesimo ha infatti acquisito l’idea di un «Nuovo Testamento» che succede a una Antica Alleanza, e questa idea è diventata tanto familiare che molti non si rendono conto come essa non sia affatto ovvia, ma, al contrario, sia un parto di una fantasia teologica, sorta in un preciso momento, con scopi altrettanto precisi. (p.173)

Si può perciò dire che la Chiesa di oggi porti in certo modo a compimento il processo iniziato alla sua origine – un processo di costituzione di una religione molto simile a quella ebraica, in cui viene ribadita l’alterità di Dio e così si annulla la novità assoluta del vangelo. (p.177)

Noi siamo soli, con la nostra ragione, di fronte al mistero, e anche di fronte a un Gesù Cristo che onestà vuole non sia piegato dentro teologie-mitologie. Questa consapevolezza emerge chiara dal bellissimo discorso che hai tenuto a Ratisbona il 12 settembre 2006, nel quale hai tessuto l’elogio del Logos, della razionalità. Un discorso che non è stato capito, non è stato recepito dai teologi, dai vescovi, che pure ne erano i principali destinatari, perché in esso hanno intravisto, confusamente ma correttamente, la fine del biblicismo, la fine della religione come superstizione, e con ciò la fine stessa del loro ruolo – anzi, del loro essere.
Credo di comprendere il tuo dramma di studioso e uomo onesto, nell’esserti trovato a capo di una Chiesa che rifiuta il Logos e sempre più vuole fondarsi su miti, come le varie chiese valentiniane, ofite, naassene, carpocraziane ecc., delle quali i più non conoscono nemmeno il nome. Abbandonata, o messa in secondo piano, con una funzione solo strumentale, la razionalità, il cristianesimo è oggi nella stessa condizione di quello che aveva chiamato paganesimo – anzi, si potrebbe dire che pagani, in senso etimologico di abitanti non delle città ma dei villaggi, ovvero, nel nostro caso, delle periferie del mondo, sono i cristiani stessi, sparuta minoranza nelle città dell’Occidente. Costituiscono in effetti una religione che si fonda su miti, più o meno belli, ma sicuramente falsi, proprio come quelli delle divinità olimpie, o di Eracle, o di Odisseo, o di Prometeo. Su questi racconti una teologia che è pura retorica lavora senza fine, e così pasce i fedeli, tenendoli in una sorta di minorità intellettuale, in un mondo artificioso, falso. (pp. 183-184)

I pescatori

_i-pescatori-1454364198Un romanzo pieno di energia vitale, e perciò di violenza, questo di Chigozie Obioma, I pescatori (The Fishermen, 2015, trad. it. di B. Masini, Bompiani 2016). Storia di una famiglia che vive ad Akure, in Nigeria, una famiglia di etnia Igbo in una città a maggioranza Yoruba, che chiude in sé i ricordi della terribile guerra di secessione del Biafra (dimenticata dal mondo, in tutti i sensi). È una famiglia benestante, per gli standard africani: padre bancario, madre piccola commerciante, con sei figli.  Ikenna e Boja i due maggiori, poi gli intermedi Obembe e Ben (la voce narrante), infine i piccoli David e Nkem. Una famiglia che potrebbe essere felice, che coltiva grandi sogni per i figli, sulla quale si abbatterà quella che è sempre, nella realtà e nei racconti, la maggior sventura: l’odio insanabile e micidiale tra i due figli più grandi. Avviene che la maledizione da parte di un povero malato di mente, Abulu, un folle che vive emarginato e temuto, un uomo-non-uomo, e per questo agito da potenze sacre e terribili, scateni una serie di reazioni e contro-reazioni nefaste, anzitutto a livello psichico, in Ikenna e Boja. I due fratelli finiscono per odiarsi, fino alla distruzione di entrambi, con una successiva inesorabile catena di eventi: Obembe trascina il fratello Ben nella vendetta, il folle che ha fatto morire i due fratelli con la sua maledizione dovrà essere ucciso. La storia è narrata con una non comune potenza espressiva, il sacro, lo straniante e il fatale sono scanditi entro una fisicità sempre carnalmente presente, in tutti i suoi aspetti, anche i più repellenti. L’equilibrio con cui questo avviene mostra in Obioma un narratore di razza. Dal mio particolare punto di vista, emergono qui due elementi fondamentali: la contiguità tra il sacro e la violenza, da un lato, e dall’altro la realtà dell’ odio per quel che si conosce. Come tutte le guerre civili, le più feroci, quella del Biafra è stata tra popoli che si conoscevano benissimo. Gli infiniti esempi di odii fraterni nel mito, nelle leggende e nelle storie di ogni genere non bastano a far uscire i miopi spiriti contemporanei dalla banalità, ripetuta all’infinito, del si odia quel che non si conosce. Ogni grande scrittore ha sempre dimostrato la verità che non si vuol comprendere.

I viali di circonvallazione

3099553-9788845278914Se, come pensa anche Elizabeth Stout, ogni scrittore scrive sempre lo stesso romanzo, Patrick Modiano è forse il massimo esempio di inesausto produttore di variazioni su di un unico tema. Il suo tema è quello di una ricerca di identità, propria o altrui, da parte di un soggetto evanescente, tramite ricordi, indizi, testimonianze sfuggenti, oggetti, luoghi, strade, locali e case. Spesso nei romanzi di Modiano l’identità cercata, e quasi mai ritrovata, è quella di una donna: qui invece è quella del padre dell’io narrante. Le vicende pongono più domande che risposte, come avviene sempre in questo scrittore, e d’altra parte il lettore di Modiano non può certo essere un amante delle trame chiare e distinte. Qui, ne I viali di circonvallazione (Les boulevards de ceinture, 1972, trad. di A.F. Tedeschi, Bompiani 2014) tutto è sfocato e nebuloso. L’unica sicurezza è che il ritrovamento del padre da parte del protagonista avviene dopo dieci anni dalla sua sparizione, avvenuta quando il figlio aveva 17 anni, e che il padre stesso è ebreo, e sembra non riconoscere il giovane, cosa alquanto improbabile. In verità, sicura è anche la cornice temporale: gli anni dell’occupazione tedesca, anni pericolosissimi per ogni ebreo. Nei Viali la dialettica padre-figlio, uno dei cardini del genere romanzesco, è declinata in modo particolare: la figura paterna non è oppressiva, non è soffocante, non è modulata edipicamente, ma è piuttosto quella di un uomo debole, in balia di forze che non riesce a controllare, succube degli altri, che cerca di sopravvivere piegandosi, stando al gioco altrui, con mezzucci ed espedienti. I tutto sull’orlo dell’abisso.

Sotto falso nome

Avatar di Fabio BrottoBrotture

La lettura di Cristina Campo rappresenta per me un’esperienza singolare e, per così dire, ambivalente. Da un lato avverto il fascino di quest’esistenza nascosta, di questa sensibilità eccezionalmente acuta, di questa tensione alla purezza e alla bellezza assolute, di questa straordinaria ricchezza di letture, di questa capacità di pensare contro il proprio tempo. Dall’altro mi sgomenta questo stesso fare della bellezza il centro assoluto della vita, e della religione. È il modo di vivere la religione della Campo, è il suo modo di vivere e pensare il cattolicesimo, che mi dà travaglio. Mi sembra di essere rigettato in quel modo di sperimentare la fede che ho conosciuto negli anni 1950: forte identità, opposizione al nemico (rappresentato, più che dai comunisti, dai protestanti), ossessione della purezza (anzitutto in ambito sessuale, se non soltanto in questo), lotta contro il demonio, incensi e funzioni in latino. Sono la liturgia e il rito le…

View original post 200 altre parole

In A Different Key

diffkeyQuesta è una storia dell’autismo molto americana, nel senso che quasi tutto ciò di cui si parla avviene negli Stati Uniti (e in Inghilterra), ma è ben vero che le sorti generali dell’autismo si sono decise in un solo Paese, e senza quello che è avvenuto in questi decenni negli USA tutte le famiglie con autismo al loro interno, italiane comprese, sarebbero nella notte e nella nebbia. Questo è anche un libro di 552  pagine (che con le note e gli indici diventano 670), che si legge d’un fiato, perché è scritto benissimo, con la chiarezza e la capacità narrativa del miglior giornalismo e della migliore storiografia anglosassoni. In A Different KeyThe Story of Autism è un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che in qualche modo sono interessati alla problematica dell’autismo, anche in Italia. E tuttavia la diffusa incapacità, anche da parte di psicologi e psichiatri italiani, di leggere libri scritti in inglese farà sì che anche l’opera di John Donvan e Caren Zucker, come altre importanti pubblicazioni divulgative, in assenza di un’improbabile traduzione in italiano, passerà quasi inosservata da noi. Ed è un peccato, perché questo libro offre uno sfondo storico, sociologico e scientifico indispensabile per poter parlare di autismo sapendo di che cosa si stia parlando.
L’aspetto per me più interessante, perché direttamente connesso alla mia visione critica dello Spettro, riguarda la prevalenza dell’autismo. Non tutti sanno che la pietra di paragone per tutti i discorsi sull’aumento dei casi di autismo, sulle percentuali di affetti della sindrome sul totale della popolazione, ecc., è costituita da uno studio pionieristico pubblicato in Inghilterra nel 1966 da un giovane ricercatore, Victor Lotter, uno studio che giungeva a definire la proporzione che sarebbe stata evocata in seguito infinite volte: 4,5 bambini ogni 10.000. Era in assoluto il primo tasso di prevalenza. Il problema è che la ricerca di Lotter, iniziata nei primi anni Sessanta, sulla base della definizione di autismo di allora, è stata usata nei decenni che seguirono come solida pietra di paragone della prevalenza, come fosse una verità oggettiva.  Come scrivono Donvan e Zucker, “Definizioni sfocate hanno condotto a domande senza risposta su questo problema: studi differenti svolti in tempi diversi stanno trattando dello stesso tipo di persone? ” (p. 286). Lo scontro di questi ultimi anni tra i difensori della neurodiversità da un lato, che invocano il rispetto e l’accettazione della persona autistica per quello che è, e denunciano come violenza ogni tentativo di modificarla, e dall’altro i genitori e le associazioni che vogliono abilitare, cioè cambiare, i propri figli, e se possibile strapparli all’autismo, sono la conferma della estrema problematicità e indeterminatezza che la sindrome si porta con sé dal tempo in cui Kanner la denominò.

https://www.facebook.com/brottof

Micronote 54

  1. gufinTutti col teschio in mano, alba lontana,
    un vento freddo e un cielo senza stelle.
  2. Ricordo che nei miei anni giovanili esisteva un feticcio negativo, un atteggiamento che veniva vissuto come una sorta di mana, un quid che poteva contaminare chiunque trasformandolo in peggio, un miasma che promanava dalle famiglie borghesi: il conformismo. Dove sta oggi? Chi ne è massimamente affetto? Dopo decenni di esaltazione di ciò che è provocatorio, irregolare, ecc., dopo l’innalzamento culturale e sociale di ciò che è stravagante, ribelle, e anticonformista, dove sta il conformismo? Si rigenera continuamente, si trasferisce, assume nuovi connotati, si mantiene sempre micidiale.
  3. Dell’omosessualità presente nella Chiesa cattolica è emersa solo la superficie dell’iceberg. Attendete qualche anno.
  4. Dentro l’anima di molti italiani c’è una divisa fascista in naftalina.
  5. La maggior parte degli antifascisti accesi che ho conosciuto erano solo fascisti rivoltati: giacca nera con fodera rossa.
  6. E così l’Italia è come sempre un Paese ipocrita e diviso: da un lato un gran numero di disabili chiusi in strutture lager, senza reale controllo, affidate a personale-aguzzino. Dall’altra riflettori accesi su pochi autistici piacenti, danarosi e figli di genitori che ci sanno fare. Propongo un concorso per il mediautistico dell’anno.
  7. La classe politica italiana da sempre appare più interessata alle simbologie che ai processi reali. O meglio: appare convinta che mediante le simbologie si possano governare le masse facendo ingoiare loro di tutto, e promuovendo così quei processi reali che alla classe politica stanno a cuore. E questa impostazione appartiene ad ogni schieramento, ad ogni fazione. Ma non solo la classe politica appare così disposta…
  8. Non si può vivere di soli diritti. Riprendiamoci i doveri!
  9. Per noi nichilisti questa è un’epoca meravigliosa.
  10. Torno dalla passeggiata con Guido e penso: Camminare tenendo qualcuno per mano. Da giovane la morosa, da anziano il figlio disabile mentale. La vita umana come una infinita matrice di metafore.
  11. Un’ondata migratoria non è di per se stessa una cosa buona.
  12. L’idea positiva del migrante ha lo stesso valore dell’idea positiva dello stanziale: valore zero. C’è migrante e migrante. Come c’è stanziale e stanziale E le migrazioni possono essere fermate: come fecero i Romani (imperialisti e schiavisti) coi Cimbri e i Teutoni (popoli barbarissimi). Che erano migranti. Nel presente di ogni popolo le proiezioni su beni futuri lontani secoli o anche solo decenni non hanno alcuna efficacia, alcun senso e alcun valore. Nella storia conta solo il presente in cui si agisce e reagisce: il passato è un fantasma, il futuro una nebulosa.
  13. L’unica ricerca che l’italiano medio possa capire è quella del piacere.
  14. Soprattutto tra gli intellettuali molti sono afflitti dalla Sindrome Apocalittico Sacrificale (SAS).
  15. Epoca di somma incertezza, la nostra, in cui circolano e si scontrano nugoli di certezze senza fondamento.
  16. Il carisma non è una virtù.
  17. L’erotismo è una poetica dell’intero, la pornografia è bassa cucina del particolare.
  18. E io continuo a chiedermi: se una unione civile conferisce diritti e doveri in tutto e per tutto equivalenti a quelli di un matrimonio, è dunque solo una questione nominalistica? Nomina sola tenemus?
  19. Poveri discepoli di terzo grado di Lacan e Heidegger pronunciano oscure sentenze pensando che l’oscuro e il profondo coincidano. O forse pensando che la gente lo pensi.
  20. Molti parlano di sacralità della vita intendendo la sua intangibilità. Quindi, niente pena di morte perché la vita è sacra. Chi pensa così del sacro non sa nulla. Risulta da ciò questa stranezza: in società con un senso del sacro immensamente superiore a quello di noi occidentali moderni laici, come quella degli Aztechi (o quelle islamiche di oggi) non vi sarebbe una vera percezione della sacralità della vita. Sacrifici umani, pena di morte, guerra santa…
  21. È molto difficile trovare un progressista che riconosca a chi non condivide le sue idee la buona fede, il senso della giustizia, e l’intelligenza.  È molto difficile trovare un conservatore che riconosca a chi non condivide le sue idee la buona fede, il senso della giustizia, e l’intelligenza. In verità, in Italia è anche difficile trovare uno che si dica conservatore.
  22. Si dice uniti in matrimonio. Si dirà anche uniti in unione civile. Uniti in unione, una bella espressione. Popolo di ipocriti, che non vuole riconoscere che la questione vera è quella del matrimonio omosessuale, che di fatto la Cirinnà istituisce. Gli italiani sono convinti che chiamando la cosa in un altro modo essa sia anche in un altro modo, ovvero che insieme sia e non sia. La stessa cosa vale per la guerra, che gli italiani non chiamano mai col suo nome quando vi sono in qualche modo implicati. Questa è la cifra della politica italiana. A questo punto, devo riconoscere che gli inglesi, avvezzi a chiamare le cose col loro nome, sono più seri: matrimonio per tutti, e amen.
  23. Società della comunicazione e dell’esibizione. Ognuno esibisce quello che ha. O quello che pensa di avere. O quello che pensa che gli altri debbano pensare che lui abbia.
  24. “Il personale è politico”, dicevano le femministe un tempo. Nell’era del Politicamente Corretto, il personale a volte è politico, a volte no. Secondo inimicizia.
  25. Perché il sonno della ragione generi mostri, occorre che essa prima di addormentarsi abbia molto vegliato. Come è accaduto in Occidente.

Ota Benga

COP_Monda_Ota Benga.inddTerzo romanzo di un ciclo storico-narrativo sulla New York dell’ultimo secolo, Ota Benga di Antonio Monda (Mondadori 2015) tocca più di un tema: dalla questione femminile, incarnata nella protagonista narratrice (una ragazza di origine greca colta e inquieta) a quella razziale (c’è una comunità nera che inizia a prendere coscienza di sé, e c’è una cultura razzista che si esprime al massimo livello nel testo di Madison Grant Scomparsa di una grande razza), al tema della differenza culturale radicale, espressa dal pigmeo Ota Benga e dal vecchio guerriero apache Geronimo. L’intreccio funziona bene, e personaggi d’invenzione e personaggi reali convivono altrettanto bene. Il clima culturale dell’epoca è ben rappresentato da un evento centrale nella narrazione di Monda: l’esposizione al pubblico, avvenuta nel 1904, del pigmeo Ota Benga in una gabbia insieme a due scimmie, intesa come lampante dimostrazione della verità delle teorie darwiniane: quell’essere umano, con una cultura e una storia personale, che aveva perduto moglie e figli in Africa durante una razzia, secondo i teorici della razza andava compreso come un anello mancante nella catena evolutiva, un semibestiale uomo-scimmia. Sobria e non incline ai facili sentimentalismi, la scrittura di Monda porta alla luce un passato molto vicino, dal quale non tutti sono ancora totalmente staccati.