Violenza e Islam

NULL044599-300x464Non saprei definirlo altrimenti che come un violento pamphlet anti-islamico, questo dialogo tra il grande poeta siriano Adonis (il suo vero nome è Alī Ahmad Sa’īd Esber) e la psicoanalista Houria Abdelouahed (Violence et Islam. Entretiens avec Houria Abdelouahed, 2015, trad. it. di S. Levi, Guanda 2015). In verità, i due non si occupano tanto dell’Islam in se stesso, quanto della cultura araba, e degli Arabi come popolazione, nel loro essere totalmente imbevuti e determinati dall’Islam, un monoteismo che secondo Adonis è in se stesso la negazione di ogni alterità, e di conseguenza di ogni possibilità di dialogo pacifico e di progresso intellettuale. Sostanzialmente, per Adonis tra la religione e la cultura c’è un abisso incolmabile, e l’Islam rappresenta l’assolutizzazione suprema e supremamente nefasta del fatto religioso. Un piccolo rosario di citazioni sarà sufficiente ad illustrare la temperie del testo, la cui forza deriva dal suo essere un prodotto non di due menti occidentali ma di due menti arabe (tutto il corpus poetico di Adonis è in arabo). Un testo provocatorio, che dovrebbe suscitare una grande discussione.

…perché non troviamo un solo grande poeta che si possa definire credente musulmano? (p. 30)
…nella società araba pensare significa dichiarare guerra alla società esistente. (p.34)
…coloro che hanno letto i filosofi occidentali e che hanno acquisito dimestichezza con il pensiero occidentale non fanno più parte del mondo culturale arabo. (p.35)
La nostra cultura combatte e condanna, ancora oggi, tutto ciò che è diverso. (ivi)
…nell’islam la violenza nasce già con la sua fondazione. (p.46)
…la violenza è intrinseca all’islam (pp.4950)
(per l’Islam) L’altro va annullato proprio in quanto altro. (p. 65)
Il pensiero islamico tradizionale ha sempre mostrato la sua ostilità e il suo odio nei confronti della filosofia. (p.68)
…i musulmani sono sempre stati ossessionati dall’amore per il denaro. Per il denaro come potere. (p.85)
La donna, nell’islam, è più un oggetto che un vero e proprio essere umano (p.88)
Nella società araba, contrariamente a quanto è accaduto nella società occidentale, niente di ciò che riguarda la sessualità e il sesso ha subito un’evoluzione culturale. (p.91)
…all’interno della società araba l’individuo non può dialogare liberamente con l’altro, col diverso da sé. (p.99)
Nella nostra società il maschio ha preso il posto di Dio, e i musulmani imitano Maometto. (p.102)
Il monoteismo è una distorsione della cultura. Andrebbe abbattuto, non riformato. (p.103)
Il primo nemico della donna non è l’uomo, ma la religione. Soprattutto la religione monoteistica e, nell’ambito del monoteismo, l’islam. (p. 105)
L’islam ha ucciso la poesia. (…) Posso dire che la poesia è una scomposizione e uno smantellamento della religione, tanto sul piano della fede quanto su quello della conoscenza. (p. 138)
…la ragione del musulmano estirpa le ragioni precedenti. I suoi giudizi e i suoi criteri, a partire dal momento in cui godono della Rivelazione, estirpano i criteri e i giudizi precedenti e futuri. (p.180)
Essere musulmano significa abbandonare ogni individualità e dissolversi nella comunità. Non c’è alcuna soggettività all’interno dell’islam. (p.181)

Canto della tempesta che verrà

20140609172618_232_cover_bassaLa figura di Pol Pot, il sanguinario leader comunista cambogiano, ha stregato Peter Fröberg Idling, di cui nel 2010 Iperborea ha pubblicato Il sorriso di Pol Pot. Fröberg, che ha vissuto anni in Cambogia e conosce lingua e storia khmer, in Sång till den storm som ska komma (2012, trad. dallo svedese di L. Cangemi, Iperborea 2014) esplora il fatidico anno 1955, in cui sono gettate le sementi della tempesta che verrà, una tempesta di cui l’intera storia dell’umanità non conosce l’eguale. Si tratta di un romanzo storico, in cui i protagonisti sono reali: Sar, destinato a diventare Pol Pot; Sary, ambizioso politico al servizio del machiavellico principe Sihanouk; e Somaly, avvenente miss Cambogia, fidanzata di Sar e amante di Sary. Il clima politico è duro, la lotta tra le fazioni spietata, ma nulla può far neppure lontanamente immaginare il delirio dei khmer rossi al potere, la disumana tempesta che verrà. Nel lettore di questo bel romanzo rimane un dubbio: Fröberg intende mostrare quei semi, avanza l’idea di uno sviluppo accelerato ma nel senso di un continuum, oppure prospetta un salto quantico, per cui la tempesta che verrà non è prevedibile nella sua mostruosa qualità? Quali che siano le intenzioni dell’autore, a me pare vera la seconda ipotesi. Viene spontaneo paragonare questo romanzo a La condizione umana di André Malraux, ma davvero non è il caso. Nel romanzo di  Fröberg manca ogni idealismo, e le figure nei loro moventi profondi rimangono enigmatiche: come se la loro autocoscienza avesse una dimensione molto diversa da quella degli uomini e delle donne del post-romantico Malraux. E questo è, in verità, del tutto inevitabile, ed è un merito dello scrittore svedese.

I migranti come i Troiani?

12923372_985609584807975_2602330607358611950_nDistinguo i discorsi che oggi si fanno sulla questione migranti in due fondamentali categorie, che prescindono dall’orientamento politico generale di chi li fa: quella dei discorsi semplici e rozzi, e quella dei discorsi argomentati e fondati. Ovviamente, nel circuito mediatico prevalgono di gran lunga i primi. Personalmente, credo di essere una persona razionale con una visione tragica dell’esistenza (che non significa banalmente pessimistica). Sul grande fenomeno di migrazione in corso non assumo posizioni viscerali, ma vedo chiaramente la problematicità estrema della questione. E se mi capita di criticare severamente certa faciloneria della sinistra progressiva è perché vorrei una sinistra più capace di critica seria e meno bisognosa di mitologie.
Ogni tanto mi capita di sentire discorsi sull’immigrazione in cui l’intellettuale di sinistra di turno dice cose incredibili, che confermano la mia convinzione che i saperi specialistici, cioè gli unici che oggi abbiano un valore, non esentino chi li possiede, quando esce dal loro campo ristretto, dall’incorrere in errori e fare figure pietose. Ad esempio, ecco che alcuni, per dire che la migrazione c’è sempre stata, e due o più popoli mescolandosi hanno prodotto nuove bellissime civiltà, si rifanno all’Eneide e alla sua narrazione dell’arrivo in Italia dei Troiani profughi da Troia distrutta. Come dire: accogliamo i Siriani e gli altri, perché fondendosi con gli Europei daranno vita ad una nuova civiltà. Mai fu scelto esempio più infelice.
In primis, i Troiani che nell’Eneide sbarcano nel Lazio sono guerrieri, e non sono certo ben accolti da tutti. La seconda parte del poema di Virgilio, infatti, è la descrizione di una guerra così violenta e atroce da far impallidire quella cantata da Omero. Il sangue scorre a fiumi: il poema termina col duello di Enea e Turno, con la morte di quest’ultimo.
In secondo luogo, l’orizzonte religioso di Troiani, Greci e Latini è lo stesso: un paganesimo che può integrare tranquillamente le divinità minori di ciascuna tradizione. La guerra tra Troiani e Latini non è uno scontro di civiltà, come non lo è quella precedente tra Troiani e Greci. Essi non si vedono come diversi ma come rivali, che è tutta un’altra faccenda. Il loro essere sostanzialmente uguali non attenua lo scontro, anzi lo determina e lo rende più feroce.
Infine, Virgilio vede la vicenda dei Troiani come il seme dell’impero di Roma, un impero basato sulla forza, inserito in un ciclo immenso di lotte tra popoli e potenze: i Greci distruggono Troia, i Troiani vincono i Latini e si fondono con essi generando Roma, Roma soggioga la Grecia vendicando i Troiani.
Conclusione: prima di evocare Enea profugo e i Troiani, si leggano tutti i libri dell’Eneide e si rifletta.

The Mimetic Brain

513bkWLvr7L__SY344_BO1,204,203,200_The Mimetic Brain è  la traduzione in inglese (Michigan State University Press 2016) del libro di Jean-Michel Oughourlian Notre trisième cerveau (2013). Di Oughourlian, che svolge un ruolo di attivo interlocutore di René Girard nel fondativo Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, ho letto The Genesis of Desire  e  Psychopolitics. Rivisitare l’intera psicopatologia con occhiali mimetici (p. 107) : questa è la linea del libro, fortemente ancorata all’esperienza clinica lunghissima dell’autore, che a sostegno delle sue tesi presenta numerosi casi. Semplificando molto, si può dire che per Oughourlian è necessario pensare che gli umani dispongano di tre cervelli: uno razionale, uno emotivo e uno sociale-mimetico. L’esistenza di quest’ultimo, che è poi il centro dell’argomentazione qui svolta, è affermata da Ourghoulian anche sulla base delle ultime scoperte neuroscientifiche (in particolare quella dei neuroni-specchio), ma nell’insieme la mia impressione è sempre quella di una certa fantasiosità della psichiatria con radici psicoanalitiche, sempre oscillante tra scienza e speculazione filosofica, quale rimane, nonostante tutta, quella dell’autore. «Mi sembra che la miseria della condizione umana dipenda dalla difficoltà di accettare l’alterità del proprio stesso essere, di accettare che io stesso sia un “altro” e che questo stesso altro che mi costituisce sia anteriore a me» (p. 46). Dalle tre anime (razionale, irascibile e concupiscibile) ai tre cervelli di Ourghoulian: duemilacinquecento anni di pensiero, ohibò.

 

How We Became Human

51IO3XVZu5L__SX331_BO1,204,203,200_Il sottotitolo di questa raccolta di saggi curata da Pierpaolo Antonello e Paul Gifford è Mimetic Theory and the Science of Evolutionary Origins (Michigan State University Press 2015). Il senso della raccolta si può evincere dai titoli dei saggi. Coevolution and Mimesis; Genes and Mimesis: Structural Patterns in Darwinism and Mimetic Theory; Maladaptation, Counterintuitiveness, and Symbolism: The Challenge of Mimetic Theory to Evolutionary Thinking; Convergence between Mimetic Theory and Imitation Research; The Deepest Principle of Life: Neurobiology and the Psychology of Desire; The Three Rs: Retaliation, Revenge, and (Especially) Redirected Aggression; Violent Origins: Mimetic Rivalry in Darwinian Evolution; Mechanisms of Internal Cohesion: Scapegoating and Parochial Altruism; A Mediatory Theory of Hominization; Animal Scapegoating at Çatalhöyük; Self-transcendence and Tangled Hyerarchies in Çatalhöyük; Rethinking the Neolithic Revolution: Symbolism and Sacrifice at Göbekli Tepe; Intrinsic or Situated Religiousness: A Girardian Solution; Homo religiosus in Mimetic Perspective: An Evolutionary Dialogue.

Il libro è denso e ricco. La cosa per me più interessante è rappresentata dalle  considerazioni intorno ai clamorosi ritrovamenti di Göbekli Tepe, la località nel sud della Turchia in cui è emerso un vasto complesso monumentale sacro risalente al 9600-8.200 avanti Cristo, costruito da popolazioni che vivevano ancora di caccia-raccolta. Girard ha dovuto in extremis accettare la possibilità di abbandonare la sua idea di precedenza temporale del sacrificio umano sulla pratica rituale di caccia ai grossi animali, e di derivazione di questa da quello. Ho sempre pensato che Burkert su questo punto avesse ragione: la caccia è venuta prima.

Le api

apiMesilased è il titolo in lingua estone del romanzo di Meelis Friedenthal Le api (2012, trad. it. di D. Monticelli, Iperborea 2015). La storia è ambientata alla fine del Seicento nella città di Tartu, allora sotto la corona svedese, e nella sua università, che il giovane Laurentius Hylas, il protagonista, vuol frequentare. L’inizio lo vede in viaggio col suo bagaglio, e con un pappagallo in una gabbia. A questo animale Laurentius appare legatissimo, perché con la sua vitalità rappresenta il più forte antidoto all’ umor nero che lo pervade e ne fa un malato. Questo fatto, e il fatto che l’uccello sia una femmina e si chiami Clodia, e che una misteriosa ragazza che il giovane incontrerà ugualmente si chiami Clodia, fa comprendere come qui non ci troviamo in un clima del tutto storico-realistico, benché vi sia da parte dell’autore un profondo studio degli elementi culturali del tempo, degli usi, della medicina e della teologia, e vi si avverta sempre il senso della pesantezza, fragilità e problematicità dei corpi, nel loro sfuggente rapporto con ciò che si suole chiamare anima. Lo spazio di tempo della narrazione è di una sola settimana, durante la quale Hylas, il cui passato non è privo di mistero e di angoscia, è affetto da una febbre che potrebbe compromettere la sua lucidità, a causa anche di un salasso a cui si sottopone e dello scarsissimo cibo che assume. Bisogna anche rilevare come questo romanzo sia una riuscita mistura alchemica tra vari elementi di per sé discordanti, se non ripugnanti: come una sensibilità contemporanea e un quadro culturale della modernità incipiente (Cartesio, ecc.), la caccia alle streghe e un cristianesimo maturo, il mondo onirico e la realtà cruda dei corpi e delle malattie, i contadini che muoiono di fame, guerra e peste che incombono. Alla fine, non ho potuto evitare che fosse evocato in me il clima dell’espressionismo tedesco, e la pioggia che senza sosta cade per tutta la durata del racconto è la sigla di un destino che incombe, emblema della pesantezza, come quella che schiaccia i dannati nel VI Canto dell’Inferno. La vitalità colorata del pappagallo Clodia e la femminilità salvifica della fanciulla Clodia (ma sono entità differenti?) costituiscono il contrappunto-antitesi alla pioggia dantesca. Un romanzo che vale la pena di leggere.

La legge di natura

20150716150309_250_cover_altaLa legge di natura di Kari Hotakainen (Luonnon laki, 2013, trad. dal finlandese di N. Rainò, Iperborea 2015) è tra i romanzi che ho faticato a finir di leggere. Non mi capita spesso, ma neppure tanto raramente. Sono un libero lettore, nulla mi vincola nei comportamenti, nelle scelte, nelle preferenze, e nei giudizi. Il gusto è sovrano, qui, e il mio si allontana molto dal grottesco, che in questo romanzo svolge una parte importante. Io ho sempre detestato il grottesco, non è nelle mie corde né nelle mie papille gustative intellettuali. Detto questo, non posso evitare di notare come la corporeità nella storia narrata giochi un ruolo fondamentale: il protagonista, un evasore fiscale (vi è un elemento di critica sociale),  subisce un gravissimo incidente stradale che lo riduce in fin di vita e lo costringe ad un lungo ricovero in ospedale e ad una successiva riabilitazione, che non sappiamo come finirà. Sua figlia è incinta e vicina al parto. I suoi due vecchi genitori soffrono in diversa misura entrambi gli acciacchi e le infermità che sono propri dell’età avanzata. Il corpo, le sue esigenze e limiti, e i limiti della mente che dal corpo dipende. Nell’ultima parte della narrazione compare un simpatico giovane africano, un adottato a distanza, un tempo bambino al quale il protagonista ha inviato soldi per un bel po’ di anni, come si fa in questi casi, che ora adulto è venuto in Finlandia a fare il narcotrafficante.  Penso che temi e personaggi non si incastrino bene tra loro, e chiudo.

Un ebreo marginale 4

9788839904478gUn ebreo marginale (A Marginal Jew. Rethinking the Historical Jesus) di John P. Meier. Dopo il primo volume Le radici del problema e della persona, il secondo  Mentore, messaggio e miracoli , e il terzo  Compagni e antagonisti , il quarto volume di questa eruditissima e brillante ricerca ha come titolo Legge e Amore (2008, trad. it. di G. Volpe, Queriniana 2009). Ne riporto un passo che è a p.646.

Al di là di tutti i singoli pronunciamenti giuridici impartiti nel corso del suo ministero pubblico, Gesù diede mai qualche indicazione sulla sua posizione di fronte alla Legge nella sua totalità? La risposta [..] è un sì condizionato. Dico ‘condizionato’ perché non si tratta di quel tipo di risposta completo e programmatico che ci piacerebbe ricevere – e che riceviamo da Mt 5, 17-20 o dalla rielaborazione matteana della pericope di Marco sul duplice comandamento. Tuttavia, almeno lo scheletro della tradizione alla base di Mc 12, 28-34 ci mostra che il Gesù storico non impartì semplicemente dei comandamenti halakhici ad hoc su temi sparsi come il divorzio, i giuramenti o il sabato. Egli rifletté sulla Legge nel suo complesso e ne estrasse l’amore di Dio e l’amore del prossimo quale primo e secondo comandamento della Torah, superiori a tutti gli altri. L’amore – di Dio per primo e del prossimo per secondo, in questo preciso ordine – occupa il posto più alto nella Legge. Le altre norme – pur non essendo affatto rifiutate o disprezzate – hanno minore importanza.
Questo il Gesù storico lo dice. Ma è anche tutto quello che dice. Quando passiamo ad affermare che egli fece dell’amore la chiave ermeneutica per interpretare tutta la Legge o il principio supremo da cui possono essere dedotti o in base a cui possono essere giudicati tutti gli altri comandamenti, dal Gesù storico siamo passati al Gesù matteano – che è il peccato originale della maggior parte degli esegeti cristiani che espongono il Gesù storico e la Legge. È Matteo, e soltanto lui, ad accostare ancora di più i due comandamenti dell’amore e ad affermare, cosa ancora più significativa, che tutta la Legge ‘è appesa a’ (dipende da? è deducibile da? deve essere interpretata da?) questi due comandamenti congiuntamente presi. Con Matteo, abbiamo il primo grande tentativo (giudeo-)cristiano di porre la halākâ del Gesù ebreo al servizio di un sistema embrionale di morale cristiana. È un passo importante nel pensiero cristiano, ma un passo che non va attribuito all’ebreo storico chiamato Gesù.

Inclusivismo come ideologia

photo-pro-schIl mondo della disabilità in Italia ha bisogno di determinazione, idee chiare, realismo. Molto meno di visceralità, luoghi comuni e ideologia. Eppure, e non è strano, prevalgono di gran lunga i secondi. Così, siamo passati in pochi decenni dal segregazionismo all’inclusivismo totalitario. Leggo con irritazione, ma non con stupore, quindi, l’articolo di Chiara Bonanno comparso su Superando del 16 febbraio, intitolato “Strutture protette”: i convincimenti e le leggende. E qui lo sottopongo ad un’analisi critica, al fine di far emergere quelli che a mio giudizio sono nodi irrisolti e scogli pericolosi (non privi di Sirene).

Scrive Chiara Bonanno: In Italia c’è ancora tanta gente convinta che alcune forme di disabilità debbano essere trattate in appositi ambienti altamente strutturati e con personale professionalmente preparato.

Certamente, e per fortuna. Quegli ambienti però non è facile trovarli. Io da sempre sostengo che le persone con autismo a basso funzionamento, tanto per non parlare genericamente, debbono essere trattate in appositi ambienti altamente strutturati e da personale esperto, formato sull’autismo e in grado di utilizzare le tecniche cognitivo-comportamentali che la scienza ha validato.

Scrive ancora Chiara Bonanno: Questo convincimento parte da due concetti, molto antiquati: il primo “ufficiale” e il secondo “ufficioso”.
Il concetto ufficiale riguarda il convincimento che chi è affetto da una disabilità grave sia in forte disagio tra persone “normali” e quindi è un bene che possa vivere in un ambiente educativo e tra persone a lui simili.

Questo concetto ufficiale è esposto male e travisato. Intanto, non esiste come ufficiale, nemmeno tra virgolette. Secondariamente, non è questione, per quel che riguarda l’autismo grave, di un disagio in ambiente normale. È questione di una serie di problematiche, molto varie e complesse, anche sensoriali, che affliggono gli autistici. Ad esempio, chi in Italia, Paese così orgoglioso della sua inclusione scolastica, si pone mai il problema della sofferenza degli allievi autistici sotto le luci al neon di cui tutte le aule sono dotate, luci che causano disturbi visivi a moltissimi di loro? Dirò di più: ci sono anche centri per l’autismo in cui l’illuminazione è al neon, mentre è un dato scientifico acquisito che per buona parte dei soggetti autistici essa è fastidiosissima. L’autismo non consente a chi ne è affetto di essere come gli altri in tutto e per tutto, ritenere che un autistico possa e debba fare tutto quello che fanno i suoi compagni neurotipici, ad esempio andare in luoghi caotici e rumorosi come una discoteca, significa non accettare la differenza, violentare la natura della persona, sotto il manto ideologico dell’uguaglianza ad ogni costo. Con l’autismo il costo di questa ideologia è pesantissimo.

Prosegue Chiara Bonanno:  Andiamo ad analizzare questo assunto. Alcune forme di disabilità intellettiva hanno, in effetti, differenti modalità di relazione con le persone e con le cose. Modalità spesso bizzarre e che appaiono, anche a uno sguardo molto smaliziato, sicuramente strane.
Frequentemente – soprattutto in contesti dove non si attivano precocemente dei percorsi educativi individualizzati (e sottolineo individualizzati, ovvero conformati perfettamente alla persona con disabilità) – queste stranezze si stabilizzano, fino a diventare stereotipate e apparentemente ingestibili. Quindi, per meglio “gestirle”, si raggruppano persone “strane” insieme ad altre persone “strane”, inserendole in ambienti chiusi e con regole particolarmente rigide per “rieducarli”.

Se è ben vero che l’autismo deve essere affrontato con un trattamento precoce e intensivo (e questo già di per sé pone una differenza rispetto agli altri bambini, nevvero?), bisogna tener presente che molti casi registreranno miglioramenti solo molto limitati, pur con tutti i trattamenti del mondo. Io stesso ne ho fatto esperienza con mio figlio Guido. Il problema è anche quello del ritardo mentale associato all’autismo, che tanto più è grave tanto più limita i progressi. Mio figlio, che è del tutto averbale, avrà bisogno per tutta la sua vita di ambienti protetti e strutturati. Quello di rieducazione, poi, è un termine del tutto fuori luogo, un termine da struttura carceraria. Nel mondo della disabilità mentale e dell’autismo si parla di educazione speciale, caso mai, ma soprattutto di abilitazione. Ma l’abilitazione può avere successo parziale, limitato, o nessun successo.

Si chiede quindi Chiara Bonanno: Ma rieducarli a cosa? Al poter tornare a vivere in mezzo alla gente “normale”? Sappiamo molto bene tutti che questo non avverrà mai, che queste persone “strane” non torneranno mai più tra le persone “normali”. Nessuna di queste persone istituzionalizzate ha avuto un progetto a breve termine che culminasse con il ritorno a casa. Tanto più lo si prevede nella futura Legge sul cosiddetto “Dopo di Noi”, approvata alla Camera e in discussione in Senato. Quindi la “rieducazione” di questi luoghi è una menzogna.

Posto che rieducazione non è la parola giusta, se il fine è il ritorno tra la gente normale, occorre riconoscere che le persone con autismo grave e gravissimo non saranno mai in grado di vivere una vita simile a quella degli altri. Ad esempio, mio figlio Guido avrà sempre bisogno di essere vigilato attentamente, perché la sua iperattività unita all’autismo e al ritardo mentale lo rende potenzialmente pericoloso a sé e agli altri, totalmente privo del senso del pericolo, ecc. Lui, per vivere una vita non disumana, ha assoluta necessità di essere trattato in modo differente dagli altri. È questa la cosiddetta discriminazione positiva, quella che fa fatica ad entrare nella mente dei responsabili della sanità, dell’educazione e dei servizi sociali. Ma, come è evidente, anche nella mente di molti genitori e di molti di coloro che lavorano per i disabili. Quella discriminazione positiva per cui, ad esempio, negli ospedali un autistico non dovrebbe essere trattato come gli altri, perché ha problemi sensoriali che gli altri non hanno, non è in grado di aspettare il suo turno, o è infastidito da particolari dell’ambiente per noi insignificanti, perché è socialmente cieco, non comprende il significato dei gesti e i segni in contesti mutevoli, soggetti a modificazioni continue.

Prosegue Chiara Bonanno: Qualcuno obietterà che tra i propri “simili” queste persone hanno meno disagio. Ma sul serio c’è gente che crede che una grave forma di disabilità possa essere simile a un’altra grave forma di disabilità? Nemmeno i gemelli monozigoti, quando prendono la medesima malattia, stanno male alla stessa maniera, e questo perché scientificamente non esiste una persona uguale all’altra.

Che nessuna persona sia uguale ad un’altra prima che una nozione scientifica (peraltro persona non è termine scientifico, propriamente) è esperienza e senso comune. Ma qui si fa una grande confusione, e il discorso va fuori strada. Cerchiamo di stabilizzare i concetti. È del tutto ovvio che tra le gravi forme di disabilità esistano differenze abissali. Un non vedente sperimenta una grave forma di disabilità, e nella sua vita incontra molte difficoltà, ma può vivere, con una serie di ausili e accorgimenti, una vita pienamente soddisfacente, autonoma, ricca di relazioni e socialità. Un autistico grave come Guido non sarà mai autonomo, e non si renderà nemmeno conto della natura dei suoi problemi a causa della sua disabilità mentale, della sua incapacità di maneggiare i concetti, anche quelli più semplici. Anzitutto, la differenza si pone tra le disabilità fisiche e quelle psichiche. E nell’ambito di queste ultime ci sarà, tanto per dirne una, una bella differenza tra una persona down altamente socializzata, che fa sport di squadra, ecc., e uno come Guido, che ha dovuto smettere di frequentare piscina e basket per la sua totale incapacità di adattarsi alle richieste dell’ambiente, la sua tendenza a scappare mettendosi in pericolo, la mancanza di strutture sportive adatte a persone come lui, ecc. (E parliamo di un ragazzo diagnosticato correttamente all’età di 2 anni e mezzo, e sottoposto a educazione cognitivo-comportamentale da subito, e ben integrato nel percorso scolastico dall’asilo alle superiori.) Ma all’interno di una data forma di disabilità, se le singole persone presentano tra loro differenze anche molto significative, vi sono delle caratteristiche comuni. Altrimenti una disabilità sarebbe uguale ad un’altra, e dunque un down e un autistico sarebbero la stessa cosa, notte in cui tutte le vacche sono nere, il che evidentemente non è.

 E aggiunge ancora Chiara Bonanno: Quindi, quando parliamo di “similitudine”, facciamo lo stesso ragionamento di chi pensa che gli orientali si somiglino tutti perché hanno tutti gli occhi a mandorla. Ci fermiamo, cioè, a qualche caratteristica molto apparente e la generalizziamo a tutto l’Oriente. Poi, però, basta vivere per qualche mese in Oriente, per scoprire che ogni Orientale è diverso, che con alcuni si può arrivare ad avere un feeling che nemmeno con il proprio fratello o migliore amico… con altri meno, altri proprio non li si sopporta! Insomma, che in realtà, in fin dei conti, gli Orientali sono uomini, donne e bambini come noi. Uguali a noi.

Qui il ragionamento continua sulla stessa linea, manifestando tutta la sua fallacia. Un conto, infatti è concludere che ogni orientale (ma anche gli Indiani sono orientali, e non hanno gli occhi a mandorla, quindi anche fisicamente gli orientali sono diversi tra loro) è diverso dall’altro, che il singolo individuo è quello che è, un individuo, in Cina come da noi. Ma negare la differenza tra cultura e modo di vivere italiano e afghano o cinese significa anzitutto negare la realtà, secondariamente offendere quelle civiltà e quelle persone. Un cinese, infatti, e un indiano, sono formati dalla società in cui vivono, dalla lingua che parlano, dalle usanze, in altri termini dalla loro cultura. Siamo tutti umani, ma nell’ambito della comune umanità una donna è diversa da un uomo, una donna cinese da una donna indiana o europea. Non si può dire a un cinese: tu sei un essere umano e basta, non sei un cinese. Sarebbe esercitare una violenza. Le differenze non vanno negate, ma accolte come tali, rispettate e valorizzate. Così gli autistici ad altissimo funzionamento che rivendicano il loro diritto ad essere autistici, a vedersi riconosciuti come tali, neurodiversi, hanno a modo loro ragione. E quelli averbali, che non possono rivendicare nulla, debbono però essere da noi accolti e rispettati nella loro differenza. Non si deve cercare di renderli uguali in tutto a noi: se a loro non è possibile adattarsi all’ambiente più di tanto, noi dobbiamo fornire loro ambienti accoglienti, adatti a loro, in cui possano vivere bene secondo le loro caratteristiche. Perché gli autistici non sono uguali a noi, e trattarli come se lo fossero significa far loro del male.

Conclusione della Bonanno: E siamo arrivati al motivo “ufficioso” per cui preferiamo chiudere persone con certe disabilità in “strutture protette”. Perché viverci insieme comporta un adattamento di tutti che non si ha voglia di compiere. E quindi, siamo noi che ci proteggiamo dalla loro “strana presenza”, che mette in discussione – fino ad arrivare a rivoluzionarla – quell’esistenza e quella quotidianità alla quale siamo abituati. Ciò che in psicologia viene indicata come comfort zone e che, ironia della sorte, blocca l’evoluzione di chiunque.

E qui si giunge, infine, all’inevitabile colpevolizzazione, cui ogni discorso di questo tipo (nulla di speciale per i nostri figli, sono uguali agli altri, devono essere integrati e basta) necessariamente conduce. Chi ha figli autistici gravi come il mio Guido adatta se stesso e la sua vita per anni, per decenni, alle caratteristiche e ai bisogni del figlio. Gli dedica un amore e un impegno immensi. Sapendo però bene che la condizione mentale del figlio lo renderà dipendente dalla cura degli altri per l’intero arco della vita. E che gli ambienti della vita sociale comune, a cominciare dalla scuola, possono adattarsi solo molto parzialmente ai suoi modi di essere e agire. Facendo quotidianamente l’esperienza del fatto che proprio la mancanza di strutture sportive e ricreative pensate per gli autistici gravi come lui alla fine lo escludono dallo sport, da ogni divertimento, da ogni forma di socializzazione. Il problema ultimo è poi questo: chi si curerà di lui quando i genitori non ci saranno più? Magari esistessero strutture per quelli come lui, con personale preparato, con un sapere dell’autismo grave e delle sue necessità, un sapere che forse oggi troviamo solo in Cascina Rossago e in qualche altra esperienza del genere. Meno ideologia, più scienza e più realismo: questa è la mia richiesta. Ma non è il Paese giusto.

Diluvio di fuoco

Diluvio di fuoco 05_esecutivo SnobTerza tappa di un’imponente ricostruzione storico-romanzesca di anni cruciali nello sviluppo economico-politico del Lontano Oriente e delle radici remote della globalizzazione, Diluvio di fuoco (Flood of Fire, 2015, trad. it. di A. Nadotti e N. Gobetti, Neri Pozza 2015) segue Mare di papaveri e Il fiume dell’oppio. La narrazione di Amitav Ghosh è fluviale, e potrebbe intitolarsi, facendo il verso all’epica tolstoiana, Guerra e Affari. La Guerra dell’Oppio scatenata dagli Inglesi contro la Cina ha un movente puramente economico, e segna l’inizio di un’era. Tra tutti i personaggi emerge, involontariamente profetico, Zachary Reid, un meticcio americano in cui il sangue nero non si manifesta nell’apparenza fisica, e che passa attraverso una stupefacente educazione sentimentale-economica. Il discorso di Ghosh è complesso, i personaggi non sono in bianco e nero, ma dalla frastagliata umanità  tratteggiata dalla narrazione emergono momenti di profezia dichiarata, come questo a p. 580.

Senza aggiungere altro, Kesri guidò Baboo Nob Kissin verso la balaustra e indicò le gigantesche colonne di fumo che si alzavano dai forti.
A che scopo tutto questo, panditj? domandò. Cosa significa? Voi lo sapete?
Nob Kissin annuì. Certo che lo so, disse, come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
Allora spiegatemelo, panditji, ribatté Kesri umilmente. Voglio saperlo anch’io.
Zaroor beta, disse Nob Kissin gioviale. Certo che te lo dico: quello che vedi è l’inizio del pralaya, della fine del mondo.
Arré ye kya baat hai? esclamò Kesri incredulo. Cosa dite mai?
Sulla faccia di Nob Kissin si disegnò uno smagliante sorriso: Ma perché sei così spaventato figliolo? Dovresti gioire di essere qui oggi, a combattere per gli angrez. È il destino degli inglesi provocare la fine del mondo, non sono che uno strumento nelle mani degli dèi.
Baboo Nob Kissin indicò la Nemesis, che muoveva a tutto vapore oltre i forti in fiamme tra volute di fumo plumbeo.
Dekho… Guarda. Dentro quei vascelli brucia il fuoco che risveglierà i demoni dell’avidità che si nascondono in ogni essere umano. Perciò gli inglesi sono venuti in Cina e in Indostan: due paesi così popolosi che se la loro avidità si risveglia sono capaci di consumare il mondo intero. Oggi è cominciato il grande banchetto. Finirà solo quando tutta l’umanità, travolta da un’incontenibile ingordigia, avrà divorato la terra, l’aria e il cielo.
Ora a Kesri girava la testa. Io sono un uomo semplice, panditji, disse. Non capisco. Perché devo assistere all’inizio della fine? E perché voi siete qui?
Non ti è chiaro? disse Nob Kissin con una certa sorpresa. Siamo qui per aiutare gli inglesi a compiere il proprio destino. Saremo anche persone qualunque, ma siamo fortunati:noi sappiamo perché siamo qui, mentre loro non lo sanno. Dobbiamo fare il possibile per aiutarli. È il nostro dovere, non lo capisci?
Kesri scosse il capo. No, panditji, non capisco.
Baboo Nob Kissin gli posò una mano sul capo, come per benedirlo.
Non lo comprendi, figlio mio? Prima viene la fine e meglio è. Tu e io siamo fortunati a essere stati scelti per contribuire al compiersi del destino. I posteri ci saranno riconoscenti. Perché solo quando questo mondo finirà   ne nascerà uno migliore. (pp. 580-581)