Il romanzo di Gaetano Cappelli Il primo (Marsilio, Venezia 2005) è stato scritto per un certo ambiente anzitutto, e ad esso parla in un certo modo, e questo parlare è lo strato più superficiale e immediatamente leggibile del testo. L’ambiente è quello intellettuale cui Cappelli appartiene e che ben conosce (case editrici, salotti, artisti, editors, gente di spettacolo e di televisione, e la folla immensa degli aspiranti scrittori—gente spesso meschina, ignorante e sanza lettere—che premono insistono si fanno in quattro per poter ottenere ciò che tutto il loro essere brama: la pubblicazione).
Ma il libro nel sistema del mercato è un oggetto che potenzialmente si rivolge ad ogni ambiente, ad ogni lettore. E io, che sono un estraneo a quell’ambiente, non mi sono chiesto quali scrittori italiani siano presenti nella storia sotto (parzialmente) mentite spoglie. Mi sono chiesto, invece, quale sia il senso complessivo di questo romanzo meta-metaromanzo. Se ne potrebbe fare un’analisi attenta, decostruendone tutte le scene e i passaggi fondamentali, evidenziando i rimandi a luoghi canonici della letteratura e della metaletteratura dell’ultimo secolo. Si potrebbe insistere sull’aspetto tipico del romanzo di formazione con provinciale povero e capace che cerca il successo nella capitale, infilzando una serie di citazioni da Illusioni perdute in avanti. O sulla rottura della convenzione romanzesca operata con l’immissione dell’autore prima come personaggio secondario poi come arbitro supremo della vicenda, a conclusione della stessa. Ma è un gioco che il testo di Cappelli a mio parere, nonostante le apparenze—e forse le convinzioni dello scrittore stesso— rifiuta. Qui per me la cosa più interessante è un’altra. Questo non è un romanzo sugli ambienti editoriali e sui neoscrittori, ma, come dice il titolo, è un romanzo sulla priorità. L’io scrivente, con cui Cappelli gioca in modo palese, e palesissimo nelle ultime pagine, è dominato da quello che René Girard chiama desiderio metafisico. Guido Cieli desidera essere il suo rivale, colui che fin dall’inizio appare desiderato da tutti e da tutte, senza che se ne capisca la vera cagione (poiché l’aspetto attraente di Fabio non è certo sufficiente a spiegarlo, né appaiono altre doti). E desidera essere lui perché è assolutamente risentito nei suoi confronti. La domanda che sta alla base di ogni risentimento “perché il vero Essere e la vera Felicità stanno presso di lui, che non li merita, e non presso di me, che li merito”, che è la domanda di Caino, potrebbe essere l’epigrafe del libro di Cappelli e il motto del suo personaggio. Non v’è alcuna forzatura dunque nella storia se ad un certo punto Guido ordina l’assassinio di Fabio, ma solo logica consequenzialità. La dialettica della priorità, per cui essa viene attribuita ad un altro per poterlo invidiare e per poter quindi giustificare i propri difetti, la propria mancanza di sostanza, di Essere, e per poter rivendicare la priorità stessa mediante la soppressione dell’altro, è la dialettica di base dell’umano. Che però, nello stesso tempo in cui avverte la minaccia di annientamento, genera il segno-parola che differisce la violenza e dà luogo allo scambio pacifico dei segni, e alla narrazione, e ad una reciprocità (momentaneamente) non violenta.
LIBRI
Il canto dell’essere e dell’apparire
Ne Il canto dell’essere e dell’apparire (Een lied van schjin en wezen, 1981, trad. it. di F. Ferrari, Iperborea, Milano 1991, 5ª ed. 2000) Cees Nooteboom svolge il tema del rapporto tra la scrittura narrativa e la realtà che vi è rappresentata (che spesso si chiama vita, e sono due termini vaghi, sovrapposti, definire i quali è ardua impresa). Metaletteratura, ma aggraziata direi, e lieve, e breve nella misura delle novanta pagine. La storia è doppia: v’è da un lato una coppia di scrittori, senza nome, uno dei quali concepisce una storia ambientata un secolo prima in un paese a lui del tutto sconosciuto, la Bulgaria, e destinata a concludersi a Roma.Perché in Bulgaria, perché un secolo prima? Lo scrittore non sa spiegarselo, i personaggi gli sono inspiegabilmente apparsi, e sembrano vivere una vita indipendente, e nello stesso tempo sono senza dubbio sue creature. Sono due militari bulgari, un colonnello e un medico, e la moglie di questi, pazza e affascinante. La storia sembra essere quella di un banale triangolo ottocentesco. Eppure, al di là dei giochi di scrittura e delle sottigliezze para-filosofiche (la realtà del mondo dei personaggi narrati appare più reale di quella del mondo dello scrittore), il testo mi sembra comunicare la verità più profonda di ogni rappresentazione (né credo che Nooteboom ne sia del tutto consapevole): il fatto che ogni rappresentazione contiene sempre, anche se non sempre evidenti, due fattori: il desiderio e la rivalità. Infatti qui si intrecciano due rapporti rivalitari, quello posto nel passato della rappresentazione, tra il colonnello e il dottore, e quello nel presente, tra lo scrittore che pensa la storia dei bulgari e lo scrittore numero due, un disincantato autore commerciale di successo che vende grandi quantità di libri, sicuro che nessuno li ricorderà. Nel triangolo amoroso il medico desidera la moglie del dottore, che a sua volta ha bisogno del desiderio del colonnello per desiderare sua moglie, e anche per gustare le bellezze di Roma, che gli debbono essere mediate dalla presenza di un individuo più rozzo, da istruire, a cui aprire gli occhi, con cui istituire un rapporto maestro-allievo, che è sempre un rapporto di rivalità. E vi è triangolo anche nel caso degli scrittori, perché essi sono in relazione al pubblico dei lettori, e in conflitto per il successo. Infatti, è quando il secondo scrittore telefona al primo per proporgli un premio letterario che il primo getta nel fuoco i fogli in cui aveva scritto il racconto (il movente della rinuncia alla storia, del gesto sacrificale è chiaramente il rapporto mimetico con l’altro speculare).
Riflettendo su questo libro sottile (in tutti i sensi) mi è venuto in mente un passo di un saggio di John Brenkman Sull’innovazione. Romanzo, modernità, nichilismo, contenuto nel III volume della grande opera Einaudi sul romanzo: «Spesso i romanzieri affrontano l’angoscia e la saggezza dell’incertezza con strumenti più duttili e versatili dei filosofi. Il dibattito filosofico sul postmoderno è stato ossessionato dal desiderio di abbracciare pericoli e doni della modernità con un solo sguardo concettuale. Ma l’epoca moderna ha prodotto l’Illuminismo, la democrazia e la responsabilità collettiva verso il futuro, e anche il razzismo, la schiavitù, il colonialismo e l’Olocausto. La tentazione di attribuire tutte le catastrofi moderne all’antimodernità è meno sconsiderata ma non più persuasiva della visione che ne fa la conseguenza inevitabile dell’Illuminismo. Entrambe le posizioni cercano un’ancora filosofica per un mondo privo di essenza costitutiva, come se il baratro non fosse senza fondo, e come se la politica e l’arte non fossero, tra tutte le pratiche umane, le più ricche di doni e pericoli». (p. 63)
Politics and Apocalypse 2
Tra i vari saggi di cui si compone Politics and Apocalypse, di cui ho già detto qualcosa, uno, The Straussian Moment, mi ha colpito per il suo autore. E’ Peter Thiel, grande capitalista tecnologico, creatore del sistema di pagamento Pay Pal e iniziatore di altre grandi imprese. E’ un saggio che mette a confronto il pensiero di Leo Strauss e di René Girard, e ne riporto un passaggio. Continua a leggere
Ingannevoli passioni
Elisabetta Liguori ha letto l’ultimo romanzo di Lidia Ravera, e ne parla nella sua pagina sul mio sito, cominciando così:
Questa volta non vorrei raccontare una trama.
Davanti ad un romanzo come questo, vorrei poter parlare di passione. Di quella di ieri, di quella di oggi. Di passione e di equivoci. Parlare cioè di quello che di mio o di altri, forse di universale, mi è parso di riconoscere dentro il nuovo romanzo di Lidia Ravera, “Le seduzioni dell’inverno” edito da Nottetempo: una storia che racconta abilmente le attuali conseguenze dei fraintendimenti amorosi. Continua a leggere
Nelle tempeste d’acciaio
Anni di guerra in trincea nel 73° reggimento di fucilieri d’assalto Gibraltar, tutte le terrificanti battaglie del Fronte Occidentale, una infinità di bombardamenti, spesso con i gas asfissianti, innumerevoli attacchi e azioni di pattuglia sotto le posizioni nemiche, molte ferite, la morte evitata per un soffio in molte occasioni: il racconto delle esperienze dell’alfiere e poi tenente Ernst Jünger ci conduce alle soglie dell’indicibile. Ai confini dell’impossibilità di giudicare. Nelle tempeste d’acciaio (In Stahlgewittern, prima ed. 1920, trad. it. dell’ed. 1978 di G. Zampaglione, Guanda, Parma 2000) è un libro in grado di spiazzare qualsiasi lettore. Saltano le categorie politiche e morali, in un certo senso siamo proiettati dentro uno sconvolgente epos fatalistico, in cui la guerra è, puramente e semplicemente è: trascende il singolo, collocandolo in un mondo altro, un mondo in cui la sua unica possibilità di scelta sta nell’accettazione o nel rifiuto del coraggio. E Jünger è propriamente un coraggioso, un eroe, se per eroe in guerra intendiamo un uomo pronto a qualsiasi rischiosa azione, nella consapevolezza che la morte gli è sempre accanto. Nello stesso tempo, il mondo di Jünger appare privo di connotazioni ideologiche. E dell’odio ideologico del nemico. Qui il nemico è un alter ego, contro cui purtroppo il fato (come altro chiamarlo?) obbliga Jünger a combattere, come obbliga gli eroi di Omero. Gli Inglesi sono visti come buoni combattenti, sono rispettati. Anche gli Indiani del 1° reggimento Hariana Lancers, con cui il Gibraltar si scontra duramente, appaiono degni avversari. L’impressione più forte che questo libro determina in un lettore del terzo millennio è data dal fronteggiarsi di due eserciti civili, che trattano bene, come uomini, i prigionieri, e nello stesso tempo fanno uso di armi terribili, annientando in una sola battaglia centinaia di migliaia di giovani vite umane. Un duello per il dominio dell’Europa, combattuto da milioni e da singoli, voluto dal fato e registrato da Jünger in modo olimpico. Come se la questione del senso non si ponesse. Si succedono i caduti, chiamati per nome.
Frattanto il nemico, dopo un leggero ripiegamento, incominciò un nutrito fuoco di armi automatiche durante il quale un fucile Lewis, in posizione a cinquanta metri da noi, ci costringeva ad abbassare continuamente la testa. Da parte nostra, una mitragliatrice leggera raccolse la sfida. Per mezzo minuto le due armi crepitarono l’una contro l’altra investendosi con una reciproca grandine di proiettili. Poi, il nostro mitragliere, il soldato scelto Motullo, si abbatté colpito alla testa. Benché la materia cerebrale gli colasse sul viso fino al mento, era ancora cosciente quando lo portammo al più vicino rifugio. Motullo era un uomo maturo; di quelli che non si sarebbero mai presentati come volontari; ma durante quella sparatoria, mentre era disteso dietro la sua mitragliatrice, lo osservai bene: nonostante le salve gli fioccassero tutt’intorno, non piegava la testa di un millimetro. Quando gli chiesi del suo stato, mi rispose con frasi coerenti. Ebbi l’impressione che quella ferita mortale non gli causasse eccessivo dolore; forse non aveva nemmeno coscienza della sua gravità. (p. 241)
Ecco la sorte del mitragliere Motullo, che cade a Cambrai come sarebbe potuto cadere tremila anni prima sotto le mura di Troia.
Gente indipendente
Un romanzo davvero ricco e robusto è il capolavoro di Laxness Gente indipendente (Sjálfstætt Fólk, 1934-35, trad. it. Iperborea, Milano 2004) la cui complessità di registri e di stratificazioni culturali deve aver fatto versare lacrime e sangue alla valorosa traduttrice Silvia Cosimini, che ringrazio per il piacere che mi ha dato la lettura. Vecchio frequentatore di Leopardi, ogni volta che sento nominare l’Islanda mi viene in mente quel celebre dialogo delle Operette morali.
Giustamente da Leopardi l’Islanda vi è posta come la terra meno adatta all’uomo, quella in cui la natura lo fa maggiormente patire, chiamandolo ad una lotta senza fine. E senza fine nel romanzo di Laxness è la lotta del poderoso allevatore di pecore e contadino Bjartur contro gli elementi naturali, dalla neve ai parassiti alle malattie degli animali, e contro gli umani, dentro e fuori la sua famiglia. Odia le novità Bjartur, e rimpiange i tempi antichi degli Jomsvichinghi, i tempi dell’eroismo e delle questioni risolte a fil di spada. La sua è anche una battaglia culturale di assoluta retroguardia. Infatti, egli compone e manda a memoria versi, in stile arcaico, e disprezza ogni espressione della Modernità. Ma la Modernità lo assale da ogni parte, minacciando il suo valore supremo, l’indipendenza, che per lui è una sorta di incondizionata autarchia. La transizione dell’Islanda, il suo salto nel mondo moderno, che avviene con la Prima Guerra Mondiale, distrugge i sogni di Bjartur, ma non lo vince: e anzi gli fa conquistare una sorta di perfezionamento spirituale, con la comprensione della necessità che la lotta sia accompagnata dall’amore (per la sventurata figlia Ásta Sóllilja, alla fine della storia).
Il solitario epos che Bjartur costruisce per sé stesso ha qualcosa che sfiora la hybris. Eppure quest’uomo che perde due mogli e quasi tutti i suoi figli, e rinuncia alla possibile terza compagna per non perdere l’indipendenza, non corrisponde al canone del padre-padrone. Perché l’indipendenza è per lui il valore per eccellenza, vorrebbe che fosse per tutti. Ma non ha la capacità di riflettere sulla questione: non è un pensatore ma un lottatore. La sua vera dimensione affiora nel momento in cui, solo nella grande brughiera, cerca di catturare a mani nude una renna maschio finendone trascinato nelle acque gelate di un fiume.
Un’ attenzione particolare richiedono le figure femminili del romanzo. Dalla vecchia nonna che, come dice uno dei due ragazzi in quel mirabile dialogo tra fratelli che si svolge “sul piancito” nel cap. 40, “sa tutto, sopra e sotto la terra”, cosicché “chi capisce la nonna capisce tutto” (p. 369), a sua figlia la seconda moglie, che pensa di aver avuto come migliore amica della sua giovinezza una donna del “popolo nascosto” degli Elfi, alla prima moglie, che la dieta a base di pesce conservato rende così bramosa di carne che, lasciata sola dal marito con un agnello a farle compagnia, dopo una notte di tregenda si leva dal letto con una brama invincibile:
Si mise al l’opera con tutta calma, scostò il vello dalla gola della pecora come un mattatore provetto, ma ormai la bestia aveva presentito la morte e tremava sotto le mani della donna, gemeva a bocca aperta, le narici dilatate, dimenandosi convulsamente nelle sue corde. La donna, ben lungi dal provare compassione e pietà in quel momento, si sistemò seduta a cavalcioni sulla pecora distesa, cercò di puntellarle il corpo con i piedi, e finalmente riuscì a bloccarla in modo tale che non le parve più rischioso avvicinarle la falce alla gola. La falce non era l’ideale come coltello da macello: benché la lama fosse affilata, si impugnava così male che bisognava fare estrema attenzione a non ferirsi; dovette prenderla con entrambe le mani, perdendo così il controllo della testa della pecora in agonia. Ma non si lasciò assolutamente scoraggiare da questa difficoltà e continuò a incidere e segare il collo della pecora, con le mani schiumanti di sangue caldo che le schizzava fin sul volto. A poco a poco la bestia perse così tanto sangue che smise di agitarsi, smise perfino di alzare la testa, e rimase rantolante a bocca aperta. Finalmente la donna trovò le vertebre del collo. Spinse la lama sempre più in fondo, uno spasmo voluttuoso percorse la bestia, distesa lì tra le sue gambe,e più niente si mosse se non la coda. La ferita al collo era così larga che si vedeva il midollo candido. Lo tagliò di netto, ci fu un ultimo tremito, e la pecora fu morta. Poi la donna staccò la testa dal busto e lasciò sgocciolare la carcassa nel ruscello; c’era del sangue sull’erba. La donna sedette sulla riva e si lavò le mani e la faccia sotto il flusso della cascata, ripulì con cura la falce sul muschio. Le venne un brivido e si sentì esausta, quasi intontita, e non si diede più pensiero per quello che aveva fatto, barcollò fino a casa per vestirsi e si sedette sul letto, l’eccitamento svanito, aveva placato i suoi istinti, e con l’appagamento le corse per tutto il corpo un piacevole torpore in quell’alba grigia, si lasciò ricadere indietro, tirò la trapunta sulle spalle nude e si addormentò. (pp. 108 – 109)
A dimostrare che la propensione a versare il sangue di altri esseri viventi e a godere dell’ebbrezza dell’uccidere non è di uno solo dei due generi di cui si compone la stirpe degli umani.
Il Decano
Il Decano di Lars Gustafsson (Dekanen, 2003, trad.it di C.G. Cima, Iperborea 2007) è un romanzo sul male e un romanzo di pensiero. Gustafsson, che ha insegnato “storia del pensiero europeo” per più di vent’anni nell’università di Austin in Texas, nei suoi libri affronta problemi esistenziali a partire da una meditazione continua delle grandi tematiche della filosofia e in generale della cultura dell’Occidente. La figura diabolica e misteriosa del Decano dell’università, sulla sua sedia a rotelle (ha combattuto nel Vietnam e vi è stato gravemente ferito dopo aver conosciuto l’ebbrezza della distruzione), che molto parla e ragiona, e diffonde il male intorno a sé, mi ha ricordato immediatamente il loquace Kurtz di Cuore di tenebra e di Apocalypse now. Ma qui il cuore di tenebra non è nel mezzo della selvaggia Africa nera o nella giungla indocinese, bensì da quest’ultima è stato trasferito nel centro della post-modernità occidentale. Il protagonista e voce narrante Spencer Spencer appare, dal canto suo, caratterizzato dalla tipica debolezza del soggetto letterario postmoderno. La sua identità fragile si sgretola davanti alla perversione del Decano. L’espediente eterno del manoscritto è qui un dato metaletterario: il manoscritto è recentissimo e tuttavia pieno di parti corrotte e illeggibili, a significare l’impossibilità di una comprensione unitaria e univocamente sensata della realtà. Il Decano è uomo colto, e pure è dominato dal demone della violenza, dal bisogno di uccidere. La cultura, per quanto raffinata, ci dice Gustafsson, non è il rimedio alla pulsione mimetica e omicida dell’umano, non può soffocare il suo bisogno di vittime. In realtà, sosteniamo noi, la cultura odierna è in sé scissa: la sua origine come cultura umana è infatti nella pratica sacrificale e insieme nel differimento della violenza universale, differimento che rende possibile quella pratica stessa. Ma può funzionare solo se la società accetta il sacrificio. La nostra società non lo accetta più, da tempo, e la violenza, priva dei canali istituzionali, si comporta come il magma di un vulcano: fuoriesce dove può, in chi può, assumendo i tratti di un nichilismo affascinante, a volte misticheggiante a volte lucidamente intellettualistico. Il momento centrale della storia narrata da Gustafsson è il capitolo intitolato Il Decano fa domande, dove la sua natura conradiano-dostoevskiana emerge in piena luce nel dialogo con Spencer Spencer.
«C’è una cosa che non dobbiamo dimenticare. Noi viviamo in un’epoca totalmente amorale.
Non c’è nulla, letteralmente nulla, che trattenga gli esseri umani dai peggiori misfatti. Il buon vecchio romanzo poliziesco, in tutto e per tutto essenzialmente un prodotto dell’impero britannico con i suoi principi legali altamente evoluti, ha fatto in tempo a diventare ormai ridicolo, alla fine di questo secolo.
Come può l’omicidio in biblioteca misurarsi con le fosse comuni del Novecento, i suoi forni crematori e le sue fabbriche di sterminio?
E dove va a finire il mistero se tutti sappiamo chi ha commesso i crimini? Non c’è più bisogno di ingegnosi detective, di segugi che seguono naso a terra labili tracce e di intelligenze superiori in berretto sportivo che traggono le conclusioni esatte in mezzo a brughiere deserte.
E come se ciò non bastasse; sappiamo anche che i criminali nella maggior parte dei casi non sono mai stati puniti. La morte di Hitler è stata proporzionata a ciò che aveva commesso? Non direi. Di Stalin sappiamo che aveva l’abitudine di guardarsi film di Chaplin nella sua sala di proiezione privata dopo giornate passate a esaminare lunghe liste di esecuzioni capitali. E che rideva di cuore a quei film. Si potrebbe quasi dire: più grande è il crimine, minore è il rischio di punizione. ll rischio di essere scoperti naturalmente esiste – ma che importanza ha essere scoperti per uno Stalin, un Hitler o un Eichmann?
In questa prospettiva naturalmente si può dire che questi moderni assassini arabi che si fanno saltare in aria insieme alle loro vittime, passanti innocenti e bambini dell’asilo, rappresentano una forma moralmente molto più soddisfacente di criminalità. Costituiscono un nuovo tipo di criminali che in effetti incorporano la propria stessa punizione – e, si può ben dire, una giusta punizione – nel crimine stesso.
Lo fanno, ne sono convinto, non per qualche sciocca motivazione religiosa, ma perché hanno un’idea del nulla, della sua estensione e delle sue reali dimensioni. Non hanno meritato un destino migliore. Ed è proprio questo che dimostrano. Con mezzi tanto spaventosi.
Nel complesso io giudico l’Inferno, il vero Inferno di una volta, con le sue sofferenze infinite, il terrificante isolamento nelle segrete più profonde dell’universo, le insopportabili grida dissonanti dei demoni che volano bassi sotto un cielo grigio da secoli, questo Inferno dove tutte le nostre promesse si svelano come tradimenti e tutto il nostro amore come falso e come egocentrismo camuffato, io lo giudico una necessità morale, si, metafisica.
Naturalmente vedi che ho ragione, non è vero, Spencer?»
Io ammettevo, un po’ titubante e balbettante, che poteva anche avere ragione. E continuavo a chiedermi come diavolo avesse saputo di Mary Elizabeth e del mio detestabile cugino. Questa metafisica facevo un po’ fatica a seguirla. In ogni caso in quel momento.
«l’Inferno è dunque una necessità morale. Siccome è evidente che i malvagi non vengono puniti in questo mondo ma se mai premiati, soprattutto se sono troppo malvagi, abbiamo bisogno di un altro mondo.»
«Potrebbe darsi?»
«C’è solo un problema, Spencer. Non esiste la benché minima ragione di credere che questo altro mondo esista.» (pp. 164-165)
Politics and Apocalypse
Credo che il fenomeno antropologicamente più significativo dei nostri anni sia l’emergere, all’interno del mondo islamico, del massacro suicida come forma di guerra santa. Si tratta di una novità assoluta, sulla quale si è ragionato finora molto poco e in modo superficiale. Probabilmente perché ci si rifiuta di vedere qualcosa che non si è in grado di sostenere.
La stragrande maggioranza degli intellettuali occidentali si preoccupa degli abusi americani nelle carceri speciali, ma rimane sostanzialmente indifferente alle esplosioni nei mercati di Baghdad o di Karachi. Continua a leggere
Un terribile amore per la guerra
Si può pensare miticamente? È quel che cerca di fare nei suoi libri James Hillman, la cui intera opera non è che una glossa alla poesia filosofica di Schiller Gli dèi della Grecia (“Sì, tornarono a casa, e presero con sé / ogni bellezza, ogni grandezza, / ogni colore, ogni vita, / lasciandoci solo una parola senz’anima” – trad. G. Moretti). Confesso di aver letto il suo Saggio su Pan molti anni fa, e di non aver più cercato lo suo volume, perché non sono un nostalgico degli dèi del politeismo, e giudico la loro espulsione dal mondo, strettamente legata all’avvento del monoteismo e alla nascita del pensiero scientifico occidentale moderno, un evento necessario, e il loro ritorno non auspicabile. Poichè sono gli dèi dell’ordine sacrificale. La loro espulsione è l’espulsione dell’espulsione come regola permanente e fondante dell’umano. Sono uno che pensa che la scienza moderna e l’economia del libero scambio (e anche la democrazia come è oggi intesa) non siano nate per caso nel grembo della Christianitas. E che tuttavia siano estremamente precarie nelle loro fondamenta. Non sono nate per caso in contesto cristiano, ma mantengono un aspetto intrinsecamente violento, sempre pronto a nuove esplosioni. Questo aspetto violento è legato alla permanenza del sacro che sopravvive alla caduta delle forme religiose tradizionali e si fa più virulento. In altre parole: Cristo fa venir meno il Tempio, ma gli umani non accettano questo venir meno. Insistono: vogliono templi, vitelli d’oro e immagini manipolabili del divino. Vogliono sempre il sacro. Solo la comprensione del divino come trascendente e totalmente altro, e la spogliazione del mondo del mito e del sacro, con la sua riduzione a mera natura, potevano consentire l’espansione del pensiero scientifico come si è dato nella storia dell’Occidente. Ma un pensiero scientifico puro si può dare solo al di fuori di un ordine sacrificale, altrimenti esso sarà sempre inquinato, e le sue ricadute tecno-poietiche saranno spaventose. Come infatti è avvenuto e avviene. E, dialetticamente, il divino espulso ritorna, nelle due forme tra loro apparentemente lontane dello scientismo ateistico e dell’idolatria (nelle sue molteplici incarnazioni, dal culto di Padre Pio al culto della notorietà televisiva). Certo, è così: dèi e mito si sforzano di tornare, in molte forme (e una virulenta è stata il nazional-socialismo, come è noto). Alcune paiono particolarmente seducenti e accattivanti, e innocenti, come in Calasso e Hillman, ma mi sembra che sia opportuno criticarle e respingerle.
Il saggio Un terribile amore per la guerra (A Terrible Love of War, 2004, trad. it. di A. Bottini, Adelphi, Milano 2005) presenta una spaventosa ambiguità. Da un lato Hillman si professa pacifista (senza che il suo concetto di pace appaia razionalmente fondato), mentre dall’altro, come capita a molti pacifisti, le sue pagine grondano di odio verso il Cristianesimo e verso l’America. Sembra, a leggere Hillman, che le guerre distruttive le abbiano inventate i monoteisti. Potremmo chiedere con Simone Weil: e i Romani? E Cartagine? E Corinto? E aggiungere: e Gengis Khan? Il risentimento di Hillman nei confronti del suo stesso popolo è fortissimo, a suo parere tutti gli Statunitensi sono bambini col fucile in mano che si rifiutano di diventare adulti. Si avrebbe buon gioco a rovesciare la prospettiva di Hillman contra Hillman, facendo vedere come il suo sia un pensiero infantile sotto veste psicoanalitica (oh, come si presta la psicoanalisi a favoleggiamenti e bambinerie d’ogni sorta… lasciamo perdere). Mi limito a citare le righe più interessanti, che rivelano come pensiero e mito si fondano in una mostruosità senza nome quando non è il pensiero a pensare il mito, ma il mito a impossessarsi del pensiero.
Mettiamo che la guerra di secessione, che ha segnato indelebilmente la terra e inciso cicatrici permanenti nel carattere del popolo americano, sia stata un sacrificio offerto da una società cristiana secolare a un dio o a dèi che fino a quel momento erano stati trascurati, dèi della terra, dèi onorati su quella terra e mantenuti in vita su quella terra dalle popolazioni che ci abitavano da secoli, da prima che i combattenti indossassero la divisa azzurra e la divisa grigia.
Mettiamo che gli dèi del suolo di questo « nuovo mondo » stessero dicendo: « Non potete sbarcare qui; non potete rivendicare questa terra con il solo sudore della fronte, né con leggi e trattati e nemmeno con l’espulsione di altri e il diritto del vincitore. Per avere diritto a questa terra dovrete pagarla con il vostro sangue, e finché non avrete pagato essa non sarà veramente vostra; rimarrete dei coloni, ancora attaccati nell’anima a un’altra madre, dei profughi da essa, dei ribelli contro di essa, segretamente suoi servi, e non avrete lasciato che questa terra compia la sua nascita nella libertà ». (pp. 118-119)
Transit
Si inseguono e si intrecciano, ma non dialogano fra loro, i pensieri e i ricordi dei cinque personaggi di Transit, romanzo di Abdourahman A. Waberi (Transit, 2003, trad. it di A. Belli, Morellini Editore, Milano 2005). Sono tutti in fuga dall’Africa, i personaggi, e passano poche ore nella zona transit dell’aeroporto Charles De Gaulle. C’è l’intellettuale schiacciato dagli eventi, Harbi, c’è la moglie bretone Alice, c’è il figlio giovane Abdo-Julien, c’è il vecchio Awaleh ancora legato alle radici culturali-mitiche africane, e soprattutto c’è il guerriero Bashir Bin Laden, il cui nome di battaglia è già promessa di massacro senza fine.
È proprio quest’ultimo ad apparire ad una coscienza occidentale come il soggetto più interessante, uno che esprime una visione della vita durissima, sconvolgente, davvero totalmente altra rispetto al politicamente corretto, ai buoni sentimenti, alla stessa cultura democratico-progressista contemporanea (e altra rispetto anche a molte altre cose). I pensieri di Bashir Bin Laden sono resi in un linguaggio spesso sgrammaticato e terribilmente mimetico, dal quale emergono tutte le pulsioni dalle quali l’Occidente ha scelto di distogliere lo sguardo. Non è il solito libro di denuncia anticolonialista antimperialista terzomondista, questo, né Waberi vuole invocare una non responsabilità degli Africani per ciò che in Africa è accaduto e continua ad accadere. L’odio per l’Altro africano da parte dell’africano stesso (qui Wadag e Walal provano un odio ancestrale gli uni verso gli altri) è una realtà terribile con cui fare i conti. A Bashir Bin Laden la guerra piace moltissimo, e il kalashnikov è lo strumento di lavoro amato, l’irrinunciabile mezzo della realizzazione di sé. Nella pace, confessa, non si è felici.
Senza kalashnikov non si può più arraffare le ricchezze che sono dappertutto. Non è carità, questa. E poi ‘sta vita civile è triste, non sei più feroce con nessuno. Le belle ragazze, ti boicottano. Le brutte ragazze, si girano dall’altra parte quando passi davanti alla loro faccia. I perenni disoccupati, gridano “ecco guarda un nuovo disoccupato” mentre prima facevi: pum! un calcio in pancia tieni stronzo beccati questo e porta a casa. Anche i polli ridono di te. La città, lei dice: la guerra non è bella, non è bella, come il cantante congolese. Io non sono d’accordo. Io dico la guerra è troppo bella. (p. 35)
La guerra è qui scatenamento di tutte le pulsioni. Bashir e compagni si drogano, rapinano, stuprano, vedono morire senza alcun patema d’animo bambini-soldato gettati in battaglia, massacrano bestie e umani allo stesso modo. Sperimentano una esaltazione della virilità come potenza illimitata e senza legge. Una sorta di orgasmo marziale permanente, si potrebbe dire.
Noi, i mobilitati, eravamo felici. Avevamo le armi, il diritto di fare tutto quello che vogliamo. E poi la battaglia non era ancora feroce. Era statu quo (anche questo è linguaggio militare). Parità. E anche molti morti, soprattutto ribelli o civili che aiutano sotto sotto i ribelli. Attenzione, bisogna essere seri, ci sono dei morti tra noi, soprattutto giovani mobilitati senza esperienza come me, o Aïdid, Warya, Ayanleh, Haïssama. Un sacco di giovani mobilitati (chissà perché, dico giovani mobilitati, sono tutti giovani, no?) si sono beccati pallottole nello stomaco. Questa è la guerra ma non bisogna piangere troppo come le mamme. Un uomo con il vero coso duro tra le gambe non piange mai come femminuccia. Punto e basta. Strisciate. (p. 47)
