Giardini e strade

Giardini e strade (Gärten und Strassen, trad.it di A. Iadicicco, Guanda 2008) è un diario di Ernst Jünger, scritto dall’aprile 1939 al luglio 1940. È la fase iniziale della guerra, sono i mesi del Blitzkrieg in Polonia e in Francia. Jünger, che aveva combattuto per anni sul fronte occidentale nel primo conflitto mondiale, viene richiamato, e assegnato ad una unità di seconda linea, che non sarà mai impegnata in combattimenti durante la travolgente avanzata fino a Parigi.

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Notizie s.p.a.

Ha come sottotitolo Pluralismo, perché il mercato non basta il libro di Michele Polo Notizie s.p.a., Laterza 2010. Scritto da un economista, offre un chiarissimo quadro della condizione (quasi disperata, anche se Polo non vuol disperare) in cui versa in Italia l’informazione nel suo insieme. Appare chiarissimo che se non ci fossero Internet e le varie radio locali indipendenti il pluralismo sarebbe vicino allo zero, e nulla l’indipendenza degli informatori, considerati il duopolio televisivo RAI Mediaset, i potentati che gestiscono la tv satellitare, e il fatto che i consigli di amministrazione dei grandi giornali sono costituiti da azionisti che sono portatori di interessi economici colossali. Continua a leggere

The Genesis of Desire

7684915La mimesi è un meccanismo universale: nessuno di noi può sfuggirvi. Ma la sua necessità non è un semplice determinismo. Io posso ancora scegliere chi desidero imitare, e modellare me stesso su di lui. (p. 27) Questa è forse l’idea più generale che regge l’argomentazione di Jean-Michel Oughourlian in The Genesis of Desire (Michigan State University Press 2010). Jean-Michel Oughourlian è uno psichiatra, ed una delle due voci che tessevano il contrappunto nel basilare testo di René Girard Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo. Egli è convinto che dalla teoria mimetica si possano ricavare applicazioni terapeutiche, e questo libro sul desiderio contiene numerosi esempi clinici, tratti dalla vita professionale dell’autore. Un altro cardine del discorso di Oughourlian è il concetto estensivo di desiderio, inteso come movimento psicologico caratteristico degli umani. Noi siamo creature del desiderio, e non abbiamo alcuna consistenza al di fuori di esso.

In verità, è il desiderio che dirige il sé e che lo crea: il sé non è altro che ciò che potremmo chiamare “sé -desiderio”. Il sé come tale, pertanto, non è davvero responsabile: il desiderio segue il suo stesso destino, la sua stessa logica. Esso scompare nel momento in cui l’ostacolo che ha opposto resistenza si arrende. Qui il sé riconosce di non avere alcun potere suo proprio e non può fare nulla.  (p. 30)

Da un lato, il sé non ha alcuna consistenza al di fuori della rete di relazioni dinamiche che lo costituisce, dall’altro il soggetto (realtà sfuggente) può raggiungere liberazione e pacificazione mediante la conoscenza.

L’unico modo per conquistare la libertà dal mimetismo è comprendere che noi vi siamo sempre e totalmente immersi, e che la rivalità che ci minaccia ad ogni istante può essere tenuta a bada solo mediante la rivelazione del meccanismo che la fa nascere. (p. 35)

Oughourlian dedica varie pagine alla scoperta dei neuroni-specchio, che confermerebbe pienamente l’intuizione girardiana, e produce una serie di casi clinici che avvalorano la sua visione. L’analisi mimetologica del mito di Adamo ed Eva è forse la parte più interessante (e problematica) di quest’opera, che ha natura di applicazione della teoria girardiana, e, per dirla un po’ scherzosamente, rimane pienamente ortodossa rispetto al pensiero del maestro.

Rileggo Simone Weil 77

Gli Ebrei, questo manipolo di sradicati ha causato lo sradicamento di tutto il globo terrestre. Il ruolo avuto nel cristianesimo ha fatto della cristianità una cosa sradicata rispetto al suo passato. Il tentativo di un nuovo radicarsi operato dal Rinascimento è fallito, perché orientato in senso anticristiano. La tendenza dei «lumi», XVIII secolo, 1789, laicismo, ecc., ha infinitamente accresciuto lo sradicamento a causa della menzogna del progresso. E l’Europa sradicata ha sradicato il resto del mondo con la conquista coloniale. Il capitalismo, il totalitarismo fanno parte di questa progressione nello sradicamento; gli antisemiti, naturalmente, propagano l’influenza giudaica. Gli Ebrei sono il veleno dello sradicamento. Ma ancor prima che essi iniziassero a sradicare col veleno, l’Assiria in Oriente, Roma in Occidente avevano sradicato con la spada. (III, 295-296) Continua a leggere

La cura del bambino autistico (5)

L’ultima parte del libro di Martin Egge si intitola Dalla parte degli autistici, e consiste in una disamina di tre casi celebri di autistici resi famosi dai libri che essi stessi hanno scritto. Sono Birger Sellin, Donna Williams e Temple Grandin. Non è un caso che l’attenzione e lo spazio maggiori siano da Egge dedicati a Birger Sellin, che ha scritto Prigioniero di me stesso utilizzando la tecnica della comunicazione facilitata, che, come abbiamo mostrato qui e qui, è priva di alcun fondamento e sostanzialmente menzognera. Ora sappiamo bene che il pensiero che passa nel computer e circola poi come prodotto da una mente autistica è essenzialmente il pensiero del facilitatore, colui che siede accanto alla persona con autismo, e senza la cui assistenza e presenza fisica la persona autistica non scriverebbe nulla o quasi nulla.  Continua a leggere

Ricordi di mia madre

È un libro sulla vecchiaia delle persone care, questo Ricordi di mia madre di Inoue Yasushi (1964-1974, trad. it. di L. Origlia, Adelphi 2010). Tre testi sulla vecchiaia della madre dello scrittore, come lenta consumazione della psiche, dello svanire della memoria, in cui restano solo isole separate da mari di oblio. Sulla vecchiaia che proprio per il dissolversi delle strutture psichiche porta a comportamenti fastidiosi per gli altri, a difficoltà di convivenza, ad uno straniamento progressivo che tutto l’affetto dei figli non riesce a contrastare. Continua a leggere

La cura del bambino autistico (4)

Il terzo capitolo de La cura del bambino autistico si intitola “La pratica à plusieurs di Antonio Di Ciaccia”. Antonio Di Ciaccia, un seguace di Lacan, è il fondatore a Bruxelles di una istituzione, L’Antenne 110, che si propone di applicare alla cura di autismo e psicosi infantili la psicoanalisi nella versione lacaniana. Da questa deriva l’Antenna 112 dello stesso Martin Egge, a Mestre. Continua a leggere

L’illusione di Dio 10

Ironia della sorte, poi, nell’attacco alla “religione” e nel suo proselitismo per l’ateismo, Dawkins usa la stessa retorica del fondamentalista religioso che egli cerca di distruggere. Parla per alternative secche, distorce l’evidenza, e semplifica eccessivamente realtà complesse. Con la predicazione di disprezzo e intolleranza, egli rinforza quel timore che alimenta l’estremismo religioso. In questo senso, i due fondamentalismi sono interdipendenti, perché ciascuno non può esistere senza l’altro come nemico. Richard Harries scrive: Continua a leggere

La cura del bambino autistico (3)

Il secondo capitolo de La cura del bambino autistico si intitola significativamente Jacques Lacan e le psicosi. Il peccato mortale, come abbiamo già osservato, è quello dell’iscrizione dell’autismo in quanto tale nell’ambito delle psicosi, che tra l’altro giustifica il titolo. Infatti Egge pensa l’autismo come cosa infantile, e si colloca tra coloro che parlano di quelli che furono bambini autistici come adulti psicotici. Qui è la radice del famoso cambio di diagnosi che ha imperversato nel nostro paese, disorientando le famiglie, nel passaggio tra neuropsichiatria (nascita-16 anni) e psichiatria (16 anni -).

A pag. 61 Egge scrive: “Finalità di ogni cura è produrre il soggetto al di là della struttura cui egli appartiene. Cosa significa produrre il soggetto? Ogni bambino si trova alla nascita in posizione di oggetto dell’Altro materno”. Qui mi pare di poter muovere due obiezioni fondamentali, dal momento che Lacan e i lacaniani usano un linguaggio para-filosofico. E la prima obiezione è di natura puramente filosofica. Questa: un soggetto non può nascere da un non-soggetto, ma solo da ciò che, se pure è oggetto, ha in sé già da sempre la natura di soggetto, è già un soggetto – liminale, esordiente, in fieri, ma soggetto. E infatti anche il neonato ha una sua soggettività, e – seconda obiezione – la esprime con un attivismo di esplorazione del mondo già nei primi giorni di vita, dimostrando un evidente germe di capacità relazionale. Il considerare il bambino “a livello strutturale” come oggetto del desiderio della madre, come per lei costituente una identità col fallo (per la madre fallo=bambino), e il ritenere che “per tutti, all’inizio non c’è soggetto ” se non passando attraverso “la strada maestra chiamata Edipo” (62) mostra una rigidità categoriale del pensiero, un suo ideologico irrigidirsi in una costruzione a-dialettica.

La psicoanalisi ha un aspetto magico: si tratta di un sapere rigido costituito su una serie di mitologemi, che tuttavia riesce a presentare un aspetto, un ad-spectum incantatore e fluido proprio in virtù di affermazioni dogmatiche, e di posizioni che ad un pensiero non critico possono apparire come certezze. Se le parole hanno un senso, proposizioni come “quando il bambino si accorge della sua totale dipendenza dall’Altro materno e della sua impotenza, è profondamente depresso”  (63) dovrebbero destare sospetto.

Che poi l’intero edificio della psicoanalisi sia ab origine segnato da un profondo e irredimibile maschilismo è stato messo in luce da tempo. Anche nel capitolo Jacques Lacan e le psicosi questo maschilismo deformante è ben visibile. Quando si parla di bambino (genere maschile, qui non si parla mai di bambina, e non deriva certo dal fatto che kind in tedesco è di genere neutro) l’interlocutore principale, il motore di tutto, è sempre il fallo. (73)

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La cura del bambino autistico (2)

Ovviamente, per Martin Egge gli approcci all’autismo si dividono in due grandi categorie: non psicoanalitici e psicoanalitici. Parlando dei primi, in termini liquidatori, l’autore afferma: “Il comune denominatore di queste terapie consiste nell’applicazione di una tecnica (di cui lo specialista è il detentore) a un oggetto da ‘curare’, il bambino. In quest’ottica il bambino psicotico o autistico è assimilato al disabile o al portatore di un deficit intellettivo e nella terapia viene sottolineata la mancanza o il difetto da eliminare, il tutto a scapito della soggettività del bambino stesso” (28)

Qui è evidente che molto si gioca sul concetto di disabilità. Se la disabilità è la non-abilità a compiere atti fondamentali per la vita sociale e per la stessa sopravvivenza fisica elementare dell’individuo, io conosco poche persone in buona salute fisica più disabili di mio figlio e degli altri bambini che frequentano l’Orto di San Francesco. E anche il concetto di soggettività non è così sicuro e scontato come potrebbe apparire a prima vista. Poiché ha un retroterra filosofico, prima che psicoanalitico, estremamente ramificato e vasto e nebuloso. Con differenze enormi tra Occidente e Oriente. Come osserva lo psichiatra Jean-Michel Oughourlian in The Genesis of Desire (Michigan State University Press 2010), la psicoanalisi parte da un’idea di soggetto autonomo, esistente per sé, che è l’idea tradizionale della filosofia classica occidentale. Ma questa idea di soggetto è un’ idea culturale, e storicamente determinata, e non ha la natura del dato scientifico.

Egge liquida, tra gli altri,  l’approccio TEACCH, anzitutto per il fatto che in esso non si farebbe distinzione “tra disturbi disfasici del linguaggio, ritardo dell’acquisizione del linguaggio a causa di qualunque sindrome organica e autismo. Tutto entra nello spettro dell’handicap” (35)
E lamenta: “Dove sono andate a finire tutte le ricerche psicoanalitiche e psicodinamiche tese a isolare un certo gruppo di bambini che possono trarre notevoli miglioramenti da un certo trattamento o, nel caso dei bambini più piccoli o più gravi, da un lavoro preliminare che li sostenga e li conduca verso una maggiore apertura al mondo? Il lavoro sottile, gli sforzi per comprendere e sostenere questi bambini in difficoltà, apparentemente chiusi in se stessi, sembra fuori moda. La risposta moderna è pratica: si chiama addestramento”. (36)

Per alcune pagine Egge passa in rassegna i vari approcci, psicoanalitici e non, alla questione dell’autismo, e le differenti interpretazioni del medesimo. In realtà il punto teorico fondamentale, sul quale il lavoro del concetto dovrebbe anzitutto fare un’opera di pulizia, è la difficoltà di isolare un autismo puro. Il singolo soggetto autistico è sempre un individuo che porta in sé una costellazione di deficit e di problematiche. Anzitutto un’insufficienza mentale, più o meno severa. Quella autistica è dunque una condizione di pesante disabilità, sulla quale (e a causa della quale) possono certamente inserirsi forme di disturbo mentale di secondo grado, psicosi, ecc., come può essere per un cieco, in cui l’ handicap, con le difficoltà esistenziali che produce, faccia sorgere nevrosi, ecc. La cecità determinata dall’autismo è una cecità sociale, e questo può innnescare successivi disturbi del comportamento (ma il comportamento non è  cosa totalmente altra rispetto alla mente di chi si comporta). Possiamo osservare come l’attuale arretratezza generale del trattamento dei soggetti autistici si verifichi anche nella scarsità di studi sui comportamenti problematici delle persone con autismo in relazione ai loro disturbi psichici specifici. Insomma: qui occorrerebbe aprire un settore di studi sui disturbi pischici dei soggetti autistici, e non limitarsi, come pare accada, solo alle comorbilità di tipo organico. Ma questo richiederebbe da un lato l’abbandono totale del concetto dell’autismo in sé come forma di psicosi (cosa che la psicoanalisi ed Egge non fanno assolutamente), dall’altro un’ apertura concettuale di coloro che pensano di poter risolvere tutto con il semplice apprendimento, da parte dei soggetti autistici, di schemi di comportamento socialmente accettabile. L’addestramento (training) è molto importante per il raggiungimento di autonomie anche elementari, ma certamente non elimina tutti i problemi delle persone con autismo, anche di quelle con più grave ritardo mentale, che sono moltissime. Rimarrà sempre una sfera opaca di non-comunicazione, di sofferenza, di disagio negli autistici e nelle persone che vivono con loro. Questo aspetto, con tutto ciò che comporta, mi sembra attualmente misconosciuto o sottovalutato.

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