Giardini e strade

Giardini e strade (Gärten und Strassen, trad.it di A. Iadicicco, Guanda 2008) è un diario di Ernst Jünger, scritto dall’aprile 1939 al luglio 1940. È la fase iniziale della guerra, sono i mesi del Blitzkrieg in Polonia e in Francia. Jünger, che aveva combattuto per anni sul fronte occidentale nel primo conflitto mondiale, viene richiamato, e assegnato ad una unità di seconda linea, che non sarà mai impegnata in combattimenti durante la travolgente avanzata fino a Parigi.

Nei tempi morti, lo scrittore soldato legge vari libri, tra cui la Consolazione di Boezio. E le annotazioni e le riflessioni spaziano su tutti i temi che gli sono cari. I pensieri sbocciano dai semi più diversi, e si espandono variamente.
Ci sono riflessioni di natura morale. Ad esempio, ospite nella casa di un pastore che è assente,  e notando come sia presente pur se assente, nella disciplina della casa, Jünger scrive:

Ci sono due tipi di disciplina – l’una agisce dall’esterno verso l’interno, come un mordente, e tempra gli uomini, l’altra invece irraggia dal cuore verso l’esterno, come una luce e, senza toglier loro la mitezza, li rende impavidi. Per la prima ci occorrono sempre dei padroni, l’altra invece spesso cresce dentro di noi come un seme. (p. 80)

Ma il tema fondamentale di questo diario nella guerra è il tempo, e il nostro rapporto con esso.

Le cattedrali sono fossili racchiusi nelle nostre città come dentro tardivi sedimenti. Eppure siamo ben lontani dal trarre, in base alle loro proporzioni, deduzioni sulla potenza vitale che fu loro associata e che le costruì. Ciò che visse in quei gusci colorati, ciò che li creò, è per noi più remoto delle ammoniti del cretaceo; e riusciamo più facilmente a ricostruire da un osso di dinosauro ritrovato in una fossa di ardesia la costituzione dell’animale cui appartenne. Si potrebbe anche dire che gli uomini di oggi vedono simili opere come un sordo vede le forme di trombe e violini. (p. 27)

Notando come nella Bibbia il personaggio di Giuseppe ci appaia a noi più vicino di Mosè, nota:

È sempre questo il senso della preistoria: rappresentare la vita nel suo significato atemporale, mentre nella storia la si raffigura nel suo svolgimento temporale. La preistoria è dunque sempre la storia, la storia che ci è più vicina, la storia dell’uomo in sé. (p. 81)

Ma perché ci ricordiamo di Casanova, perché è ancora così famoso quel libertino del Settecento?

Qual è il modello di cui si avvale la nostra memoria per scegliere tra la quantità enorme di coloro che vissero e si distinsero nel passato? Perché un vagabondo come Villon ci è ancora tanto familiare, mentre innumerevoli gentiluomini che ebbero un nome ai tempi loro sono caduti nell’oblio? (p.118)

E ci sono notazioni filosofico-morali, come una riflessione sul digiuno.

Quando digiuniamo allo scopo di curarci, ci comportiamo come il padrone di casa che dispensa per un periodo il suo cuoco dal servizio per liberarsi di un ospite sgradito. Il digiuno è una grandiosa medicina; dona non solo salute, ma anche ozio e potenza spirituale (p. 119)

E considerazioni su esperienze ben note a tutti quelli che pensano.

Un pensiero che ci sfugge è come un pesce che si sgancia dall’amo. Non dovremmo dargli la caccia; continuerà a nutrirsi in profondità, e tornerà su più robusto (p. 182)

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