Fra Dioniso e Cristo

for.jpgDonde viene all’uomo la ragione? Perché all’inizio di tutto deve essere la vittima e non la preda? Perché, soprattutto, il male viene fatto coincidere totalmente senza residui con la violenza da Fornari come da Girard? Queste domande mi sgorgano con forza dopo la lettura (una delle mie estive, leggere) del poderoso libro del trevigiano Giuseppe Fornari Fra Dioniso e Cristo. La sapienza sacrificale greca e la civiltà occidentale. È un bellissimo libro, quello dell’ultragirardiano Fornari, un testo molto ricco di idee e di provocazioni intellettuali, e depone a sfavore dell’industria editoriale italiana il fatto che sia stato pubblicato dalla poco conosciuta Pitagora Editrice di Bologna (2001) e non da Adelphi o Einaudi (ma sappiamo che non è il valore di un’opera a determinarne la pubblicazione da parte di un grande editore). Nel 2006 è stato comunque riedito da Marietti. Quest’opera è il tentativo di una fondazione filosofica generale del girardismo come chiave di lettura onnicomprensiva dell’umano. Possiamo definire la prospettiva di Fornari – che è ultragirardiana in quanto Fornari rimprovera a Girard di non essere andato fino in fondo, cosa che lui fa – onnivittimismo. In realtà, l’onnivittimismo è già in Girard, che fa scaturire l’umanità stessa degli umani dal protrarsi millenario di eventi di linciaggio in società preumane, con le conseguenti esperienze di beneficio per i gruppi che avrebbero portato, ad un certo punto, all’istituzione di riti che riproducono, controllandole, le situazioni da cui i linciaggi scaturivano (l’idea del linciaggio fondatore). L’esigenza della vittima starebbe dunque nel cuore dell’umanità. In sostanza è come se il peccato biblico originario fosse spostato da Adamo a Caino, il che, se produce suggestive messi ermeneutiche, costituisce anche, a mio modo di vedere, una semplificazione.
Tutto, assolutamente tutto ciò che è umano viene riportato da Fornari al sacrificio, alla violenza, alla vittima. La vittima è la chiave di lettura di ogni sfera dell’umano, dalla filosofia alla poesia alla scienza. “Questo motore è la vittima, da cui si dipartono tutte le differenze culturali e le rappresentazioni mentali dell’umanità” (p.302). Nella stessa pagina, l’estremismo ultragirardiano di Fornari è massimamente rappresentato dal seguente passo:

Lo spazio è il campo di forze che si viene a creare intorno alla vittima, il tempo è il ciclo (annus) che inizia e si conclude con la rifondazione [violenta, con sacrificio – nota di F.B.], il mondo come totalità è lo sviluppo dell’intera comunità differenziata a partire dalla vittima, il principio di causa è la responsabilità della vittima prima nel male e dopo nel bene, il principio di non contraddizione è la risoluzione del conflitto dei doppi mediante l’uccisione del responsabile della crisi.

Quando, nel maggio del 2003, René Girard venne a Treviso a presentare il libro del suo discepolo, gli chiesi perché in tutte le sue opere egli non avesse mai tematizzato il problema del male. Mi rispose che la parola male è troppo connotata teologicamente, e che la sensibilità moderna è sensibile invece alla parola violenza. Rispondo con un racconto di tre righe.

Scorrono lente le acque del fiume Limpopo. Un bambino di tre anni sta giocando sulla riva.
All’improvviso dalle acque salta fuori un coccodrillo, azzanna il bambino e lo trascina nell’acqua.
Non per giocare.

E leggo nel bellissimo romanzo L’ordalia di Italo Alighiero Chiusano (Rusconi, Milano 1979):

Quello tacque, col volto triste.
“Guarda il mondo,” lo esortai, facendo forza alla mia voglia di tacere, “ammira le cose belle che Dio ha fatto!”
Lui si guardò intorno, ma come se un velo gli trasformasse quel giorno di sole in una sera di pioggia. Mi prese per il polso.
“Osserva!” mi mormorò all’orecchio.
Stentai a comprendere che cosa dovessi osservare, poi scoprii ch’era una ragnatela appesa tra due rami di un albero. Bellissima orditura di fili d’argento, che si cullava alla brezza da far quasi udire un suono d’arpa. Ma in realtà l’unico suono era il ronzio rabbioso di una mosca impigliata. L’uomo indicò un angolo della tela dove già avanzava, lento e feroce, un grosso ragno.

“È la natura” mormorai.
“Chi creò la natura? Chi ha dato istinti a bestie e a uomini per rubarsi la vita e il piazere?”
Il ragno aveva raggiunto la mosca, e mentre quella continuava a ronzare l’avviluppava e pinzava con calma. Feci per strappar la tela, ma l’altro mi fermò.
“Come! Distruzzi l’opera di Dio? Non rispetti i suoi voleri? O grande bestemmia!”
Ripresi a camminare e l’uomo mi affiancò in silenzio.
“Non credi in un Dio buono?” gli chiesi.
“Credo, sì, in un Dio buono: ma occorre… distinguere e non confondere, amize!” (pp.50-51)

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