L’ex fascista del 2000

Poiché in Italia nulla è permanente, ed anche nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, dico che è bello contemplare il divenire di Gianfranco Fini. Che fu fascista ed ora è democratico, e sfiora e accarezza la cultura radicale della borghesia illuminata. Egli porta con schiena dritta il peso delle grandi mutazioni che ha attraversato. Quello che non ha perduto e non perderà mai è la brama di comando, e il culto della personalità. Nel Paese del melodramma, lo scontro oggi è tra narcisismi politici, che coprono come un velo iridescente il conflitto degli interessi socioeconomici.

Le ultime parole famose del camerata Fini: «Per essere di nuovo determinante, il Msi deve saper essere anche figlio di puttana» [Luglio 1991]. «Non occorre impostare un rilancio del Msi su una operazione di ridefinizione ideologica: tutti quanti diciamo che siamo i fascisti, gli eredi del fascismo, i post-fascisti, o il Fascismo del Duemila» [Luglio 1991]. «Ai combattenti della Decima Mas, espressione più alta del valore dei nostri soldati, va il cameratesco saluto di tutto il Msi… Ognuno di voi, e con voi tutti i combattenti delle Forze Armate della Rsi, rappresenta la prova che chi è vinto dalle armi ma non dalla storia è destinato a gustare il dolce sapore della rivincita… Dopo quasi mezzo secolo, il fascismo è idealmente vivo…» [Maggio 1992]. «Mussolini è stato il più grande statista del Secolo» [Settembre 1992]. «Alleanza nazionale non è e non vuole essere un nuovo partito [ma] una confederazione di cui il Msi è il centro motore… L’identità è un passato che ha la capacità di diventare futuro, è memoria storica che costruisce l’avvenire» [Dicembre 1993]. «Mussolini è stato il più grande statista del Secolo… Ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti» [Giugno 1994].

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4 thoughts on “L’ex fascista del 2000

  1. “Chi è Gianfranco Fini?”: la domanda si impone ovviamente per motivi non anagrafici, ma politico-ideologici, se si considera che il deuterantagonista di Berlusconi ha compiuto una traiettoria che lo ha portato dal ruolo di esponente di primo piano dell’ex Movimento Sociale Italiano a segretario nazionale dell’ex Alleanza Nazionale, fino allo scioglimento di questo partito nel Pdl, laddove la nomina del suddetto personaggio a Presidente della Camera dei deputati è stata chiaramente la contropartita della scelta di liquidare An e di farla confluire nel Pdl.
    Come si spiega, dunque, che colui che fu il ‘delfino’ di Giorgio Almirante, ovvero il giovane e aggressivo leader del Msi negli anni ’70 e ’80, si sia ‘trasformato’ in un uomo politico postfascista anomalo non solo rispetto ai rappresentanti della coalizione di centrodestra, ma perfino rispetto ad alcuni membri di primo piano dell’opposizione? Per trovare la risposta a questa domanda non banale è opportuno prendere le mosse da quando il Msi, partito neofascista, viene ‘sdoganato’ da Berlusconi e si reincarna in An nel 1995, sia pure perdendo la corrente più accesamente ‘nostalgica’ di Rauti. Il ‘lifting’ berlusconiano (ma soprattutto la fine della contrapposizione tra fascismo, democrazia e comunismo, che era stata, è sarà, la vera ‘ratio essendi et agendi’ della nascita di queste formazioni di destra) permette quindi a un partito dalla matrice e dall’identità dichiaratamente neofasciste di riciclarsi in un partito di stampo conservatore.
    Da questo momento, ritenendo improbabile una rifondazione politico-culturale della base elettorale e dei ‘colonnelli’ del suo partito, Fini mette in pratica tutta una serie di ‘strappi’ nei confronti della tradizione missina, che hanno avuto forti ripercussioni sul piano mediatico e hanno indotto un certo numero di sprovveduti e disorientati dell’‘asinistra’ ad accreditare al segretario dell’ex Msi e dell’ex An il ruolo di possibile alleato.
    Che Gianfranco Fini abbia abbandonato il progetto di ‘sdoganare’ fino in fondo l’elettorato ex missino per condurlo nel circuito liberale di una destra europea è più di un sospetto. Così come non è un sospetto più o meno malizioso pensare che tutte le sue prese di posizione liberal-progressiste siano state dettate da iniziative e valutazioni personali, non condivise e perfino avversate dagli altri dirigenti e dal corpo dei dirigenti intermedi e degli iscritti di An. L’“Osservatore Romano”, che se ne intende, lo ha definito “opportunista politico”. Orbene, questo giudizio è molto vicino alla verità. In effetti, non bisogna dimenticare che, alla fin fine, anche Fini, come Bossi, è stato un ‘colonnello’ di Berlusconi.
    In conclusione, traendo la logica conseguenza dalle premesse che sono state ricordate, la risposta alla domanda sull’identità di Gianfranco Fini è molto semplice: egli non è altro che una variante (senz’altro più presentabile) di Berlusconi. Al massimo può essere paragonato, ‘si parva licet componere magnis’, a un pallido equivalente di Giuseppe Bottai, il ministro fascista delle Corporazioni che fondò la rivista culturale “Primato”, in cui si formarono o poterono scrivere alcuni fra i più qualificati esponenti della sinistra (da Vecchietti a Pintor e Alicata) e del mondo intellettuale del secondo dopoguerra (da Paci e Abbagnano a Montale e Pavese). Gli storici hanno formulato sul ruolo di Bottai due ipotesi che possono essere riprese, ‘mutatis mutandis’, anche per definire il ruolo di Fini: la prima è che Bottai, prevedendo la caduta di Mussolini, intendeva crearsi una base di consenso; la seconda è che agiva controcorrente per polarizzare verso il fascismo gli intellettuali, offrendo loro il volto e l’illusione di un fascismo ‘diverso’.

  2. Intende dire, con questa sua conclusione, che Ennio Flaiano diceva il vero quando affermava che” In Italia esistono due tipi di fascisti: i fascisti e gli antifascisti”? E’ ormai buffonesca, la nostra politica…

  3. Il succo del mio discorso può forse essere stilizzato (perlomeno in senso antropologico) con un’osservazione tratta dall’editoriale di Eugenio Scalfari apparso sulla “Repubblica” del 14 novembre e intitolato “L’ultima minaccia di Mackie Messer” (osservazione che, occorre riconoscerlo, ha ottime ‘chances’ per diventare memorabile): “Questi ingenui che si credono furbi sono una delle nostre debolezze nazionali. L’altra debolezza sta nel fatto che i furbi si credono anche intelligenti e non lo sono affatto.”

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