Dacca e i Curdi

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Un ragazzo e due ragazze bengalesi sono seduti ad un tavolo del ristorante Holey Artisan Bakery di Dacca. Tutti e tre sono musulmani e vestiti all’occidentale. Irrompe un gruppo di terroristi-martiri sunniti. Tutti e tre i ragazzi bengalesi sono in grado di recitare versetti del Corano. Al maschio è offerta la libertà, che lui eroicamente rifiuta pagando il suo gesto con la vita. Alle femmine no, e sono senz’altro uccise. Perché questa differenza di trattamento? Quei giovani non sono tutti ugualmente islamici? Non conoscono forse il Corano? È del tutto evidente che qui secondo i fondamentalisti vi è una questione di genere: nel senso che al maschio nella loro visione è concessa da Dio una serie di libertà e autonomie che invece da Dio alla femmina sono negate. Un uomo può anche vestirsi, se crede, in maglietta e jeans, una donna no. Se lo fa tradisce l’Islam ed è nei fatti una rinnegata, e va trattata come tale, i rinnegati devono morire. Qui si coglie un punto centrale: la questione del ruolo della donna nelle società islamiche, del suo stato di sottomissione al maschio. È proprio per la centralità di questo elemento critico che gli occidentali dovrebbero appoggiare in ogni modo il popolo che all’interno del mondo musulmano ha visto il massimo grado di emancipazione della donna, e che potrebbe essere un faro per quel mondo: il popolo curdo. Dubito fortemente, dati i precedenti, che l’Occidente si muoverà con intelligenza.

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La strage di Orlando

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Considerazioni sulla strage di Orlando, così come mi vengono.
1. L’omofobia del terrorista Omar M. è strettamente legata alla sua identificazione nell’islamismo jihadista. Scindere i due elementi porta fuori strada: anche nei paesi islamici più tolleranti un locale come il Pulse Club di Orlando sarebbe del tutto impensabile, e le forme di omosessualità accettate socialmente in tutto il mondo musulmano sono solo quelle sommerse e invisibili. In nessun paese islamico può prosperare, manifestandosi e lottando per i suoi diritti, una comunità LGBT.
2. Attaccare l’Islam in quanto tale per fatti del genere è pericolosissimo, perché non fa altro che accrescere l’odio inter-religioso e spingere nuovi credenti nelle reti dell’ISIS. Chi tra gli occidentali vuole lo scontro totale con l’Islam come religione deve dichiarare di volere anche un mare di sangue, incommensurabile con quello che viene versato ora. C’è bisogno di un impegno culturale immane, al fine di superare quella che deve essere compresa come una guerra di culture in corso, anche entro l’Islam. La possibilità di un mare di sangue, tuttavia, solo un accecato oggi la può escludere.
3. L’Islam jihadista ha una forte capacità di contagio, grazie anche all’internet. La comunità musulmana nei paesi occidentali non sembra attualmente essere in grado di generare anticorpi adeguati.
4. Ritenere che il jihadismo sia un prodotto di povertà ed emarginazione è mera insensatezza: atti di violenza sfrenata vengono compiuti in nome di Dio da persone perfettamente integrate nelle società ricche, figli di genitori integratissimi, come Omar Mateen. Ergo, lo scontro è culturale, e il detonatore massimo è il sesso, il locus in cui agli occhi di una buona parte dei musulmani, e non dei soli jihadisti, si palesa la totale corruzione morale dell’occidente: nell’emancipazione della donna, nell’esistenza stessa di un mondo LGBT pubblico e socialmente accettato.
5. Domanda. Cosa accadrà in una globalità multiculturale in cui la comunità musulmana crescerà di numero, offrendo al suo interno l’humus culturale (anzitutto bloccando qualsiasi possibilità di studio storico-critico del Corano) per lo sviluppo di cellule mortifere?

Francesco e i mercanti

popDice il Papa: «Tre giorni fa un gesto di guerra, di distruzione in una citta’ dell’Europa, gente che non vuol vivere in pace. Ma dietro di quel gesto c’erano altri, come dietro Giuda c’erano quelli che gli hanno dato denaro. Dietro quel gesto i fabbricanti di armi che vogliono non la pace, ma la guerra, non la fratellanza ma l’odio. Poveri quelli che comprano le armi contro la pace». Dunque, secondo il Papa, dietro eventi come questo, non c’è anzitutto un certo tipo di predicazione islamista, non c’è una certa interpretazione del Corano. Ci sono i mercanti. Ma se io odio gli infedeli, e per ucciderli mi compro un economico kalashnikov, la colpa delle morti è del trafficante che me lo vende o mia, quando sono io che premo il grilletto? E se pugnalo una ragazza ebrea per strada a Gerusalemme, la colpa è del fabbricante di coltelli da cucina?
Quello che mi preoccupa in queste estemporanee ma significative espressioni del pensiero bergogliano non è tanto l’idea che dietro il gesto dei terroristi ci siano altri, e questi siano i fabbricanti di armi. (Che le bombe dei terroristi islamici siano quasi sempre fatte in casa con ricette alquanto semplici, e non raffinati ordigni di industria bellica attuale, non sembra far riflettere il pontefice.) Quello che sommamente mi preoccupa è il riferimento a Giuda. Tutti gli studiosi seri sanno benissimo che i trenta denari, come tantissimi altri particolari delle narrazioni evangeliche, non sono un elemento storico ma una costruzione ideologico-teologica della comunità cristiana primitiva. In ogni caso, quelli che glieli avrebbero dati non sono mercanti o affaristi, sono persone molto, molto religiose. Quello che è certo è che la morte di Gesù è stata voluta dalle autorità religiose del suo tempo: lo scontro tra Gesù e quelle autorità religiose è stato fortissimo, e assolutamente determinante nella vicenda che lo portò alla morte. Nella narrazione evangelica, del resto, Gesù non si scontra mai con peccatori, affaristi, gente di malaffare, ma sempre e soltanto con uomini religiosi: farisei, sadducei, dottori della legge: gente pia, gelosa custode della tradizione. È stata la religione, e non il denaro, a portare Gesù alla sua fine. Le turbolenze che i Romani temevano, e che hanno portato Pilato alla sua decisione, erano suscitate nel popolo dall’attesa messianica. Certo, la religione non è mai allo stato puro, perché essa è sempre anche (e soprattutto) un fatto sociale: ci sono sempre anche intrecci di interessi di ogni tipo, soprattutto economici e politici. Ma allora, Francesco, per comprendere questo ti basta guardare dentro le mura vaticane.

 

Guerra è

europe911Noi piangiamo sulle vittime di Beirut e di Parigi (troppo poco sulle prime qui da noi, purtroppo). La galassia islamista sunnita sull’internet, invece, in queste ore sta esultando: in pochi giorni sono stati colpiti tre nemici di Daesh: gli Sciiti libanesi di Hezbollah, i Russi e i Francesi. Sotto sotto stanno esultando, però, pur se con falsa coscienza, anche quegli italiani che invocano misure forti, che plaudono all’uso delle armi da parte dei cittadini, che sognano l’espulsione di tutti i musulmani dall’Europa. Non parliamo poi dei cristianisti, cioè del corrispondente occidentale più pallido e meno coraggioso del fondamentalismo islamico, quelli disposti a combattere sì, ma solo per procura. Costoro non sanno nemmeno esattamente quel che vogliono (in questo accomunabili a tanti, anche tra i sognatori di sinistra e i progressisti risentiti di vario ordine e grado).
Appare assolutamente chiaro come vi sia una profonda differenza tra l’attacco a Charlie Hebdo e il massacro di ieri. Mentre il primo aveva un obiettivo chiaramente definito, un nemico ideologico da colpire, e il terrore ne era una prevedibile ma secondaria conseguenza, nell’evento del 13 novembre il fine unico è il terrore generalizzato. Se gli islamisti sunniti disponessero di una propria aviazione militare bombarderebbero indiscriminatamente le città occidentali, farebbero dell’Europa una Siria. Si tratta dunque di un terrore bellico, che si abbatte su Parigi per motivi simbolici ma anche pratici, perché la cintura delle banlieues offre un ambiente dove si possono diffondere e trovare rifugi sicuri l’appoggio ideologico a Daesh e l’estremismo armato. L’11 settembre per l’Europa è arrivato un 13 novembre, ma l’Europa è molto più fragile degli USA, e frammentata. Un italiano fatica ancora oggi a sentire come sua una sventura che colpisce dei francesi, e viceversa. Ma quello che risulterà, proprio per questo, sarà un graduale svanire delle illusioni di partecipazione sulle quali si basano le nostre democrazie. Lo Stato, come si sa, ama lo stato d’eccezione, che sempre lo rafforza e che gli dà vigore, e che da sempre è connesso alla guerra, esterna o interna. Questa nuova guerra è esterna-interna, la più difficile che si possa immaginare, e con caratteri nuovi a causa della globalizzazione e della tecnologia delle comunicazioni. Ci aspettano tempi duri, e molto complicati, ai quali le menti troppo semplici o molto contorte, che sono la maggioranza, si riveleranno del tutto inadeguate, con esiti catastrofici.

Il Grande Califfato

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Contiene un messaggio, anzi un avvertimento fondamentale, Il Grande Califfato di Domenico Quirico (Neri Pozza 2015): l’Occidente, prigioniero di una visione puramente economicista della realtà, non possiede oggi categorie interpretative adeguate per gli eventi che si stanno verificando all’interno del mondo musulmano sotto il segno del totalitarismo islamico globale (p.13). Quirico negli ultimi vent’anni ha percorso campi di battaglia e luoghi di violenza scatenata in cui protagonista, in un modo o nell’altro, è l’Islam in una delle sue declinazioni. Dalla Bosnia all’Algeria, dalla Siria all’Iraq alla Libia, il suo sguardo instancabile coglie i particolari e l’insieme, mentre lui incontra persone, interroga, ascolta, e infine compone un quadro che possiamo soltanto definire estremamente inquietante. Diciamo che Quirico, come mostra anche la sua tesissima prosa, porta la missione di corrispondente di guerra al suo estremo, fino al famoso episodio della sua prigionia di cinque mesi in mano a fanatici che avrebbero potuto ucciderlo da un minuto all’altro, per i quali una vita umana vale meno di nulla, fino al suo a rincorrere la violenza scatenata in ogni angolo del mondo arabo e musulmano per poter dare un senso al tutto, per trovare il bandolo di una matassa della cui esistenza i più, da noi, sembrano non accorgersi. Poiché «Non c’è da sperare soccorso dai nostri luoghi comuni ordinari. Non avendo osservato nel fondamentalismo islamico che l’esteriorità e il transitorio, non comprendiamo assolutamente nulla dei gesti nuovi e di sovrumana parvenza che non trovano l’analogo in alcun passato prossimo e che sembrano già appartenere a qualche indiscernibile futuro» (p. 48). La non comprensione occidentale secondo Quirico è anche una conseguenza della diversa velocità con cui scorre il tempo in Occidente e nelle terre in cui sta germinando lo stato islamico totalitario. Colà lo scorrere è molto più lento, e maggiori la pazienza e la capacità di attesa. Così, noi pensiamo che in Algeria tutto sia sistemato, che l’islamismo sia debellato, e invece così non è: ha solo rallentato, per il momento, il passo. E Quirico è stato il primo a capire che stava nascendo l’ISIS.
Similmente, noi non capiamo l’impulso che muove tanti giovani foreign fighters a marciare sotto le bandiere nere. Vi è, per Quirico, un cuore di luminosa tenebra pervasivo: la netta separazione tra puri e impuri tracciata da Dio, la condanna assoluta degli impuri alla distruzione, l’innocenza dello sterminatore agente di Dio. Essere portatori di una violenza illimitata e innocente, semplificata e semplificatrice, una violenza divina, questo è il primum movens, ciò che attrae chi si fa combattente dell’ISIS: «Che cosa governa un cuore? Il medico, il rapper, lo spacciatore lasciano come un vestito vecchio tutto ciò che noi crediamo fondamentale e attraente, la scienza che salva, la musica, il malaffare redditizio; e vanno a uccidere e morire per un Assoluto così crudele, in un Paese che non è il loro, neppure quello dei padri o nonni, dove aleggia l’alito dei luoghi infausti. C’è di che scoraggiare i settatori delle magnifiche sorti e dei fatali progressi.» (p. 90)
L’Occidente guarda, inorridisce e non vuole comprendere, il suo sguardo si ferma alla superficie. L’Algeria, ad esempio, è vicinissima, è legatissima alla Francia, e tuttavia chi ricorda più i tragici eventi di pochi anni fa? I lotofagi occidentali sembrano desiderosi solo dell’oblio… «La guerra sporca dei décideurs algerini ha solo impedito che il primo stato islamista nascesse all’inizio degli anni Novanta, invece che nel 2014. Abbiamo, grazie alle decine di migliaia di martiri algerini, guadagnato vent’anni. Che abbiamo dilapidato senza fare nulla» (p.117).

 

 

Islam e Cristianesimo

Perché Islam e Cristianesimo possano convivere pacificamente occorrono delle condizioni precise. Penso che la storia lo dimostri in modo inconfutabile. La condizione prima è che la comunità cristiana o quella musulmana debbono rappresentare, nel territorio dato, una piccola minoranza. La condizione seconda è che in quel territorio esista un potere sovrano forte e deciso, e non democratico. In qualsiasi Stato debole o democrazia ove esistano una comunità musulmana forte e una comunità cristiana anch’essa forte, lo scontro inter-religioso sarà sempre inevitabile. Non conosco alcun caso di convivenza pacifica tra due comunità altrettanto forti e dedite ad un intenso proselitismo. Il Libano è un caso limite, e la comunità maronita e quella sunnita e quella sciita hanno avuto i loro eserciti. Ma anche tra una comunità sciita forte e una sunnita forte non è possibile la convivenza pacifica. Ovunque poi differenti religioni siano convissute in pace, lo hanno sempre fatto sotto un potere formidabile. Non si tiri dunque in ballo Akbar o il califfato in Spagna.

Cristianofobia

Nelle Maldive la religione di stato è l’Islam sunnita, e la legge si fonda sulla Sharia. Mi pare interessante, per capire le attuali tensioni in Africa, con le stragi di cristiani (e non solo), quanto dice il mullah Ahmed Al-Qataani in una intervista del 2000  ad Al-Jazeera, riportato in inglese qui, in un sito web maldivese.
I musulmani ritengono che l’Africa stia subendo una gigantesca cristianizzazione, e che essi stessi, che un tempo erano la grande maggioranza degli abitanti del continente, ora siano ridotti ad un terzo. Al-Qataani pone una differenza tra evangelizzazione (invitare una persona ad abbracciare una religione) e cristianizzazione (cioè approfittare di debolezza e povertà per strappare persone di fede musulmana alla propria religione). Mi pare che l’intervista esprima bene il senso di una invasione, di una violenza subita. “Ogni ora 667 musulmani si convertono al Cristianesimo, ogni giorno 16.000 musulmani si convertono al Cristianesimo, ogni anno 6 milioni di musulmani si convertono al Cristianesimo”. Le comunità umane si identificano in usi/costumi/religione, e reagiscono quando si avvertono in qualche modo aggredite in questo trinomio. Prima dell’ 11 settembre, e dei torbidi di Alessandria,  il tema si poneva già.

Sul volto

Sul divieto di celare completamente il volto che la Francia sta introducendo, posso fare due considerazioni. 1) La consuetudine, propria di una parte  dell’Islam, di obbligare le donne a celare totalmente il proprio aspetto in pubblico è segno di una concezione per la quale tra l’uomo e la donna esiste una differenza radicale, e l’esistenza di questa differenza è negata dalla cultura occidentale contemporanea, per la quale tutti hanno gli stessi diritti. Su questo punto il conflitto di civiltà è evidente e netto, poiché tra i diritti non c’è quello di individui o gruppi di rinunciare ai diritti. 2) La democrazia è fondata sul riconoscimento dell’altro cittadino, anzitutto nel suo significato fisico immediato. I cittadini di uno stato democratico sono persone che si riconoscono l’un l’altro faccia a faccia, il volto di ciascuno deve essere aperto allo sguardo dell’altro. Senza questo primo elementare riconoscimento, non è possibile la democrazia. Per questo, il dibattito sul diritto o meno di indossare in pubblico burka e niqab, ovvero le due fogge del velo islamico che  coprono totalmente il volto, rendendo irriconoscibile la persona che le indossa, esprime in realtà un conflitto su pretese non negoziabili. Da una parte si invoca il diritto delle donne islamiche alla differenza radicale segnata dal nascondimento del volto, dall’altra si sostiene che le donne che fanno così rinunciano a un diritto elementare, quello della piena partecipazione alla democrazia, e prima ancora a quello di manifestarsi per come si è. Continua a leggere

Islam

In un momento tanto critico per le relazioni tra Occidente e mondo islamico qual è quello che stiamo vivendo, in cui si pubblicano in un Paese europeo vignette satiriche su Maometto e a queste nel mondo islamico si risponde con sdegno e anche con azioni violente, la poderosa opera di Hans Küng Islam. Passato presente e futuro (Der Islam, 2004, tra. it. di S. De Maria, G. Giri, S. Gualdi, V. Rossi e L. Santini, Rizzoli, Milano 2005) si presenta come uno sforzo titanico di pacificazione, in un’ottica opposta a quella del Clash of Civilizations.
Per ottenere una condizione di pace, Küng sa che non bastano i buoni sentimenti, di cui in apparenza grondano tutti i mezzi di comunicazione di massa (in Occidente), ma occorre un duro lavoro del concetto. Questo è chiaro nell’epigrafe iniziale.

Non c’è pace tra le nazioni
senza pace tra le religioni.
Non c’è pace tra le religioni
senza dialogo tra le religioni.
Non c’è dialogo tra le religioni
senza una ricerca sui fondamenti delle religioni.

Il grande teologo svizzero, uno dei pensatori più liberi della Chiesa Cattolica, attua un suo immenso piano di lavoro teologico-storico, che lo porta a ricostruire in tre straordinari libri le vicende storico-teologiche dei tre monoteismi abramitici. In fondo, l’impostazione è quella di un Lessing cattolico del terzo millennio, la pietra miliare è Nathan der Weise, come Küng riconosce alle pagine 25-26. Le tre religioni si debbono riconoscere nella loro reciproca dignità, che non impedisce loro di criticarsi vicendevolmente. In questo senso occorre la reciproca conoscenza (che però secondo me non basta affatto, come è dimostrato da infinite guerre e contrasti in cui gli attori si conoscono perfettamente, come gli stessi Sciiti e Sunniti). Islam segue le differenti fasi storiche della religione musulmana con una documentazione scientifica di prim’ordine (83 pagine di note) e individua lucidamente alcuni fondamentali nodi. Uno è quello della necessità di una lettura storico-critica del Corano (la cui natura di Rivelazione l’autore accetta), rifiutata quasi universalmente nel mondo islamico, per una ricerca sui fondamenti dell’Islam analoga a quella che da tempo si è attuata nell’ambito degli altri due monoteismi. Qui Küng, che per il dialogo si batte strenuamente, incontra una pietra d’inciampo che è un colossale macigno.

Sarebbe molto utile se gli studiosi islamici iniziassero ad adottare un approccio di tipo storico, ma per un musulmano questo è ancor oggi un reato punibile con la morte, esattamente come lo era l’eterodossia per un cattolico dei tempi dell’Inquisizione o per un prote­stante liberale nella Ginevra di Calvino. Nel 1971 mi trovavo a Kabul (che allora era ancora la tranquilla capitale dell’Afghanistan) e duran­te una lunga discussione notturna fra amici, alla presenza di un pro­fessore musulmano, affermai tra il consenso generale che la parola di­vina del Corano è al tempo stesso anche parola umana, parola del Profeta. Chiesi dunque al mio interlocutore straniero se gli fosse pos­sibile esporre simili considerazioni anche in sede universitaria e la sua risposta fu un esplicito «no»: «In quel caso dovrei espatriare». Fu quel che poi accadde qualche anno più tardi. Mi chiedo attraverso quali canali un musulmano possa ricavare una visione positiva della pro­blematica storica sul Corano. (p. 627)

Un altro nodo è il blocco della ricerca filosofica libera, che perdura dai tempi di Averroè, e che si è accompagnato alla deriva legalistica dell’Islam, divenuto anzitutto una religione giuridica, e ad un impedimento alla nascita di una scienza moderna in tutti gli stati islamici.

A che cosa dobbiamo dunque imputare l’improduttività intellettuale del mondo islamico nell’età moderna? Neanche Bernard Lewis risponde in modo preciso a questa domanda. Anticipando, vorrei rispondere sostanzialmente come segue: non è l’islam in sé a essere colpevole, non lo è neppure un certo paradigma, finché rimane all’interno del proprio tempo; il problema sorge quando un paradigma viene perpetuato («eternato») oltre la sua epoca. In raffronto: il paradigma ulama-sufi per l’islam del medioevo è adeguato tanto quanto lo è quello cattolico romano per il cristianesimo medievale. Ma il persistere, oltre il medioevo, di questo paradigma una volta mutate tutte le condizioni epocali conduce a una discordanza temporale e dunque all’improduttività intellettuale. Ciò vale per chiesa e teologia della Controriforma e dell’antimodernismo (prescindendo dal Barocco), ma anche per l’islam dell’età moderna, il quale rifiuta allo stesso modo una Riforma e un Illuminismo. I paradigmi religiosi possiedono una elevata capacità di resistenza e di sopravvivenza soprattutto nei casi in cui la religione sia fortemente istituzionalizzata, ma la conseguenza può essere l’improduttività intellettuale, nel cristianesimo come nell’islam come verrà mostrato chiaramente nei prossimi paragrafi. (p. 470)

Le pagine più teologicamente dialogiche (e audaci) del libro sono quelle in cui, a partire dalla convinzione che Maometto abbia conosciuto un superstite giudeo-cristianesimo arabico, al quale si sarebbe sentito molto vicino, Küng propone ai cristiani una rilettura non metafisico-greca della condizione di figlio di Dio che appartiene a Gesù. «Se anche oggi si riconoscesse l’autenticità del significato originario del Rapporto Dio-figlio, allora anche il monoteismo islamico non avrebbe nulla di sostanziale da eccepire» (p. 586). Personalmente, dubito fortemente che le Chiese cristiane possano seguire Küng su questa linea, che le porterebbe a mettere in discussione se stesse e la propria storia in un modo assolutamente radicale. Le istituzioni religiose tutte, come lo stesso teologo dichiara, sono estremamente conservatrici di sé, e, per usare un’espressione cara ad alcuni spiriti alti, curvae in se.

Le generazioni più tarde dei seguaci di una religione cercano di ovviare all’emergente crisi di plausibilità della loro fede e delle sue prescrizioni con l’aiuto della speculazione teologica, che consiste nella maggior parte dei casi nella legittimazione teorica della diretta origine divina di tale religione. Che cosa si ottiene in questo modo? Si prendono le distanze dalle altre confessioni e si afferma la propria pretesa assoluta di verità, stimolando un profondo senso di convinzione e favorendo la coesione del gruppo. (p. 615)

Pensando alla Chiesa cattolica e alla sua dogmatica un’affermazione come la seguente mi appare davvero dirompente: «… la comprensione coranica di Gesù non va più considerata un’eresia musulmana, bensì una cristologia d’impronta cristiano-originaria su suolo arabo!» (p. 596) E mi pare che le forze in campo che potrebbero schierarsi con Küng siano davvero minoritarie.

Qualunque sia la prospettiva storica nella quale ci poniamo, è evidente che vi sono affinità contenutistiche tra il Corano e la concezione di Cristo delle comunità giudaico-cristiane. Già cent’anni or sono tali affinità furono messe in luce da Adolf von Harnack e Julius Wellshausen; successivamente, sono state individuate anche da Adolf Schlatter, un esegeta protestante di orientamento conservatore nonché dal ricercatore ebreo Hans-Joachim Schoeps. Ovviamente gli esiti delle loro ricerche non sono stati accolti e resi noti né all’interno dell’islam né all’interno della dogmatica cristiana o del dialogo ebraico-cristiano-musulmano. Non solo i teologi musulmani, quindi, ma anche i dogmatici cristiani delle varie confessioni tendono ad ignorare deliberatamente conclusioni poco gradite della ricerca esegetica e storica, mentre coloro che sono impegnati a favorire il dialogo interconfessionale sono spesso sprovvisti di nozioni teologiche, esegetiche e storico-dogmatiche. (pp. 589-590)

Un problema, poi, che il libro lascia del tutto aperto è quello del Mercato. La supremazia dell’Occidente, che dal tempo della spedizione napoleonica in Egitto determina sconcerto e risentimento nel mondo islamico, non è solo scientifica, tecnologica, industriale e militare. Essa è legata anche, e in modo essenziale, al mercato libero. E sul Mercato le idee dei teologi, per quanto avanzati come Küng, mi appaiono sempre in qualche modo arretrate, non all’altezza dei tempi. Essi faticano ad accettarlo. Forse perché dire Mercato significa evocare gli Stati Uniti, e questi nella visione di Küng, e della maggioranza dei teologi, sono poco meno del Demonio.
Il testo di Küng è apprezzabile perché fa pensare, solleva perplessità e impone riflessioni, come fanno tutti i libri che val la pena leggere. Ad esso si possono perdonare difettucci come sviste nella frettolosa traduzione italiana (quali “strutture familiari e gentilezze”—anziché gentilizie) (p. 199) o affermazioni errate (Anwar as-Sadat avrebbe sconfitto Israele nella guerra dello Yom Kippur, secondo Küng, mentre accadde il contrario, ovvero che gli Egiziani, dopo il loro successo iniziale nell’attacco di sorpresa alle linee nemiche, dovettero chiedere urgentemente la fine delle ostilità perché l’audacissima manovra di Sharon sui Laghi Amari aveva portato l’esercito dello stato ebraico in territorio egiziano, e i carri israeliani puntavano sul Cairo) (p. 550).