Quaranta per pensare

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  1. La filosofia del mattino è spesso differente da quella della sera.
  2. La fede è questo: aver fiducia in altri esseri umani che hanno fede.
  3. L’incombere di una catastrofe deprime molti spiriti, altri ne esalta.
  4. I pensieri pensati nel passato tornano sempre, travestiti.
  5. Anche un involucro ha la sua apparenza.
  6. La verità nuda è amata dai suoi carnefici.
  7. La virtù della continenza dovrebbe manifestarsi anzitutto nella sfera intellettuale.
  8. Sovente dietro l’estrema dedizione si cela la furia del possesso.
  9. I mostri si rigenerano molto più velocemente di quanto pensino i saggi.
  10. Quel che per alcuni è nutrimento vitale, per altri è veleno.
  11. L’uomo non unisca ciò che Dio ha separato.
  12. Se non esistono gli eguali, non esistono neppure i diversi.
  13. Anche con l’acqua pura occorre cautela: bevuta smoderatamente intossica.
  14. Tutti vogliono “voltare pagina”. Manca il libro.
  15. L’essenziale è visibilissimo agli occhi, per questo si chiudono.
  16. Gli scontri di nausee non portano lontano.
  17. Il Bene tende alla contemplazione, il Male all’azione.
  18. La nostra vita è scia di una nave?
  19. L’idea di stupidità è un prodotto di menti intelligenti, nato dalla loro esperienza di se stesse.
  20. Ogni esorcismo è una demonizzazione.
  21. Il doping, in forma reale o metaforica, è la vera religione del nostro tempo.
  22. Atene piange sempre, Sparta non ride mai.
  23. Nessuna valuta ha corso legale nell’Aldilà.
  24. Tutti sputano sentenze, però manca la sputacchiera.
  25. Molti furono fatti a vivere come bruti, per seguire vizio e ignoranza.
  26. Anche le nubi più nere alcuni le vedono bianche, altri rosa.
  27. Per la maggior parte degli umani quella di pensare è una fatica insopportabile.
  28. Esistono desideri grandi e desideri minimi, ma il metro per misurarli nessuno lo possiede.
  29. I fondamentalisti di ogni risma hanno sempre le idee chiarissime.
  30. Leggendo molti libri costruisco la mia immensa consapevole ignoranza.
  31. Il mondo non è bianco e nero, e spesso gli oppressi opprimono.
  32. Travolti da un’onda, pensano di aver conosciuto il mare.
  33. Si può essere prigionieri del presente, del passato, e anche del futuro.
  34. Ogni salvatore, in qualunque campo, è sempre una vittima potenziale.
  35. Consolazione e Illusione sono sorelle.
  36. Il vuoto non può dire “tutto è vuoto”.
  37. Il sogno è pericoloso quanto la sua assenza.
  38. È lo sguardo degli altri che ci fa essere noi stessi.
  39. Si legge per vivere, il contrario è follia.
  40. Una bellezza non salvata non salverà nessuno. 

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Ipazia scene IX e X

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Per due giorni la barchetta di Filemone ha disceso la corrente del Nilo. I suoi occhi si sono posati su città e villaggi, sulla gente lungo le rive. Che vita conducono? Sono felici? Si è tenuto a distanza da ogni inbarcazione che ha incrociato, splendide barche di ricchi signori o mercanti, piccole zattere di commercianti poveri. Ha salutato ciurme di monaci in movimento da un monastero all’altro. Viaggio che sembra senza fine. Paesaggio sempre uguale, fango, sabbia, uccelli acquatici e coccodrilli immobili al sole. Nostalgia delle sue colline e del deserto immenso, aperto su un mondo favoloso di elefanti, draghi, satiri e antropofagi… il mondo della Fenice. Stanchezza, melanconia. La mente di Filemone torna sulle ultime parole di Arsenio. Che cosa lo sta attirando nel grande mondo, lo spirito o la carne? Come capire? Sente che il mondo lo eccita, e questo è carnale. Ma lui aspira a convertire quel mondo, e questo non è spirituale? Non sta forse per gettarsi in una nobilissima impresa? Assetato di fatica, di santificazione, anche di martirio. Il martirio taglierebbe il nodo di Gordio di tutte queste tensioni, delle tentazioni assillanti. Il martirio lo salverebbe. Ma è vero che nella laura lui si salverebbe senza dover affrontare gli orrori del mondo… Il dubbio lo attanaglia. Ma infine si riscuote. Il dato è tratto! Filemone andrà avanti, risponderà alla chiamata, che sia dello spirito o della carne. Ma quanto desidererebbe un’ora, un’ora soltanto, nella vecchia laura, tra i volti familiari…

Ed ecco una grande imbarcazione, una nave, tutta dipinta di colori vivaci. A bordo uomini armati, vesti rozze, straniere. Grida belluine. Stanno dando la caccia a qualcosa di grosso, nell’acqua. A prua sta un gigante, impugna un arpione con la destra, con la sinistra tiene una fune. La fune è legata ad un altro arpione, conficcato nella schiena di un ippopotamo. Schiuma, sangue. A poppa un vecchio guerriero capelli grigi, il timoniere. Mantiene la barca vicina all’animale. Venti remi in azione, tutti sono eccitati. Filemone dimentica il suo dovere, si avvicina curioso. Sulla grande barca dei cacciatori c’è un tendone decorato: dall’ombra sguardi di occhi bistrati si posano su di lui. Chiacchiericcio, sorrisi, gridolini, agitarsi di boccoli scuri e collari d’oro. Lino trasparente, braccia nude. A poche braccia da lui… I serpenti!
Confusione nella mente, vergogna, Filemone rema freneticamente per allontanarsi da quella gente, e non vede il pericolo. La bestia furiosa ha visto la barchetta, l’attacca, e in un attimo la capovolge. Filemone nuota come un pesce da sempre, e si accorge di non aver paura. Una furia lo prende, impugna il suo coltello dalla corta lama, colpisce e colpisce la bestia sul fianco. I barbari gridano entusiasti, la scena li delizia. L’ippopotamo spalanca la bocca e in un attimo la barchetta va in frantumi. Ma allora il gigante dalla prua scaglia un arpione con tanta forza che sprofonda fino alla vita della bestia, che rimane a galleggiare immobile nell’acqua sanguinosa.
Grida di trionfo, maschili e femminili. Solo Filemone tace, nuota tra i resti della sua barchetta. Che fare? Nuotare verso la riva? Coccodrilli? E quegli occhi di basilisco che lo guardano… Dai coccodrilli potrebbe salvarsi, ma dalle donne… E si mette a nuotare con tutto il vigore verso la riva. Ma deve fermarsi, perché si ritrova accanto la fiancata della nave, si ritrova tra le mani una corda, si ritrova issato a bordo, tra barbari ridenti e amichevoli. Risate, complimenti, meraviglia, mormorio della ciurma. Trovano strana la sua riluttanza a valersi del loro aiuto. Il ragazzo li guarda stupito. Hanno la pelle chiara, corpi possenti, barbe rosse e capelli biondi, lunghi, annodati sopra la testa. Vestiti mezzi barbari e mezzi romani, usurati dal tempo e dalle battaglie. Collane di monete romane, d’oro. Il timoniere si distingue perché indossa semplici brache di lino e una corazza di cuoio. Come mantello una pelle d’orso. Parlano una lingua che Filemone non capisce.
Il gigante sta dicendo al timoniere: Il nostro ospite è un ragazzo con muscoli e cuore, Wulf figlio di Ovida, e capisce meglio di te cosa vuol dire portare pelli d’orso sulla schiena in questa fornace.
Io mi mantengo fedele al modo di vestire dei miei padri, Amalric! Quel che ci ha portato a saccheggiare Roma può portarci fino ad Asgard.
Il gigante Amalric sogghigna: Asgard, sempre Asgard… se sei tanto ansioso di andare ad Asgard da questi banchi di sabbia, potresti chiedere a questo ragazzo quanto dista da qui.
Wulf lo prende alla lettera, e lo chiede al giovane monaco. Filemone non capisce e scuote la testa.
Chiediglielo in greco, dice il gigante.
Il greco è una lingua di schiavi! Che glielo chieda uno schiavo, sbotta Wulf.
Amalric ridendo tuona: Nessuno dei Goti è uno schiavo. Ehi! Una di voi, ragazze! Pelagia! Tu parli la lingua del ragazzo. Domandagli quanto ci vuole da qui ad Asgard.
Dall’ombra del tendone una voce sensuale: Me lo dovresti chiedere più gentilmente, mio ruvido eroe.
Vieni qua, allora, mio virgulto d’olivo, mia gazzella, mio fiore di loto, mio… non mi viene. Vieni qua, e domanda a questo selvaggio uomo delle sabbie quanto distanti siamo noi ora qui da Asgard.
Filemone vede il telone sollevarsi, vede apparire una giovane donna ornata come una regina, splendente di gioielli. Come se dalle figure dipinte che lo avevano sedotto, nella valle lassù, una avesse preso qui… carne e vita.
Asgard? cinguetta, che cos’è questa Asgard? La bella creatura guarda il gigante aspettando la risposta.
La città degli Dei immortali, dice Wulf bruscamente, rivolto alla ragazza.
La città di Dio è nell’alto dei cieli, dice Filemone all’interprete, distogliendo subito lo sguardo da quegli occhi scintillanti e sensuali, che cercano i suoi.
Tutti scoppiano a ridere, tranne il capo, che si limita ad alzare le spalle.
Ad Alessandria i goti hanno raccolto tradizioni di ogni genere sulle terre del profondo Sud. Per me, dice Amalric, Asgard potrebbe essere nell’alto dei cieli come alle sorgenti del Nilo. Potremmo raggiungerla volando come uccelli, o remando controcorrente. Pelagia, chiedigli da dove viene il fiume.
La domanda di Pelagia scatena il caos nella mente di Filemone: le meraviglie di quel mondo magico su cui ha fantasticato da ragazzino camminando coi monaci. Potenza del fiume Nilo! Nasce nel Caucaso. Ma dov’è il Caucaso? Non lo sa… In Paradiso? In Etiopia? In India? Dove si trovano quelle terre? Non lo sa. Nessuno lo sa. Il fiume scorre per centocinquanta giorni di viaggio attraverso deserti… Deserti dove non vive nessuno, solo serpenti alati e satiri. Dove il calore incendia le criniere dei leoni…
Laggiù tra quei dragoni potremmo fare buona caccia, se non altro, dice Smid figlio di Troll, l’armiere del gruppo.
Buona come la caccia di Thor, quando prese il serpente Midgard con la testa di toro, dice Wulf.
Ancora cento giorni di viaggio, riprende Smid, intorno all’Arabia e all’India, tra foreste piene di elefanti e di donne dalla testa di cane.
Sempre meglio, Smid! grugnisce Wulf, approvando.
Bistecche fresche laggiù, nobile Wulf, eh? Dice Smid. Devo sistemare per bene le punte delle frecce.
Filemone riesce a dire: Dalle montagne degli Iperborei, immerse nella notte eterna, dove l’aria è piena di piume… Cioè, un terzo delle acque del Nilo viene di là, e un altro terzo dall’oceano del Sud, oltre i monti della Luna, dove nessun umano ha mai posto piede, e un terzo ancora dalla terra dove vive la Fenice, che nessuno sa dove sia. Ma risalendo il fiume si incontrano le Cataratte, e le piene, e… e… e… oltre le Cataratte nulla se non dune di sabbia e rovine, infestate di demoni… Quanto ad Asgard, tra noi nessuno ne ha mai sentito parlare…
Pelagia traduce in gotico, sbaglia, interpreta, aggiunge. Tra i goti qualcuno sa abbastanza bene il greco e protesta. Alla fine il gigante si dà una manata sul ginocchio e giura che Asgard può marcire fino al giorno della fine degli Dei prima che lui risalga il Nilo di un altro braccio.
Non badiamo al monaco! ringhia Wulf. Cosa può saperne un poveraccio come lui?
Perché dovrebbe saperne di meno lui di quel bue di governatore romano? chiede Smid.
Oh, i monaci sanno tutto, dice Pelagia. Loro risalgono il fiume per centinaia di miglia, migliaia di miglia. Attraversano i deserti, in mezzo a nemici e mostri, dove chiunque altro verrebbe divorato, o impazzirebbe immediatamente…
Ah, quei santi uomini! Il segno della Santa Croce li rende invincibili! grida una delle ragazze. Tutte si segnano devotamente. Due o tre stanno per lanciarsi ai piedi del monaco per farsi benedire, ma le trattiene il pensiero dei loro amanti goti, che non amano troppo queste manifestazioni di religiosità.
Perché dovrebbe saperne di meno lui di quel bue di governatore romano? dice Amalric. Ben detto, Smid! Credo che quel servitore del prefetto si sia preso gioco di noi quando disse che Asgard dista solo dieci giorni di viaggio risalendo il fiume.
Perché? Chiede Wulf.
Io non do mai ragioni. A cosa servirebbe essere un Amalo, un figlio di Odino, se uno dovesse sempre addurre ragioni come un bastardo leguleio romano? Ho detto che il governatore sembrava un bugiardo. E adesso dico che questo monaco sembra un ragazzo giusto, e che ho deciso di credergli. Fine di tutto.
Non guardarmi così male, nobile Wulf, sussurra Pelagia. Non è colpa mia. Potevo solo tradurre le parole del monaco.
Chi ti guarda male, mia regina? ruggisce Amalric. Dimmelo, e per il martello di Thor io lo…
Chi ha parlato con te, stupidone mio? cinguetta Pelagia. Sono io che dovrei essere arrabbiata col mio testone, che capisce male, confonde le parole e le cose, pasticcione! Dovrei fare come ho sempre minacciato, e scapparmene col nobile Wulf… se non stai buono. E… non vedi che tutti i tuoi uomini stanno aspettando un tuo discorso?
Amalric si piazza al centro della barca, la sua statura cresce e si innalza come una quercia.
Voi qui, Wulf figlio di Ovida e Smid l’armiere, e voi guerrieri! Se vogliamo ricchezze, non le troveremo tra le dune di sabbia. Se vogliamo donne, tra diavoli e draghi non potremo trovarne di più belle di queste qua. Wulf, non arrabbiarti! Non avrai mica intenzione di sposarti con una di quelle donne con la testa di cane di cui ha parlato il monaco, vero? Bene, allora qua noi abbiamo donne e denari. E se vogliamo divertirci, uccidere uomini è meglio che uccidere animali. E allora dobbiamo cercare un luogo pieno di questa selvaggina a due gambe, e non lo troveremo di sicuro risalendo il fiume. E quanto alla gloria e a tutto il resto, sebbene ne abbia abbastanza, ce n’è ancora un sacco da conquistare qua e là lungo le coste del Mediterraneo. Alessandria… la bruceremo e la saccheggeremo. In due giorni quaranta goti come noi possono ammazzare tutti quei cavalcatori di somari. E impiccare quel bugiardo prefetto che ci ha mandato a vagare verso il nulla come dei pazzi… Non dire nulla, Wulf. Io lo sapevo che ci stava prendendo in giro, ma voi tutti ascoltavate le sue panzane a bocca aperta, e sono stato costretto a far decidere gli anziani. Ora torniamo indietro, mandiamo messaggeri al nostro popolo, e ai Vandali. Allestiamo un esercito e prendiamo Costantinopoli. Diventerò Augusto, e Pelagia sarà la mia Augusta. Tu Wulf e tu Smid sarete i due Cesari. E questo monaco qui, lo faremo il capo degli eunuchi. Va bene? Sono disposto a fare tutto quello che volete, ma non a risalire questo fiume di acqua calda, che sia maledetto! Miei eroi! Chiedetelo alle vostre donne, e io lo chiederò alla mia. Le donne, tutte, sono profetesse. Ognuna di loro lo è.
Quando non sono puttane, mormora tra sé Wulf.
Con te, mio re, io andrò fino alla fine del mondo, sospira Pelagia. Ma ad Alessandria staremo meglio. Qui ci sono solo afa e bestiacce.
Il vecchio Wulf prende la parola: Ascoltatemi, tu Amalric, Amalo figlio di Odino, e voi tutti, eroi! Quando i miei padri giurarono di essere uomini di Odino, e affidarono il regno ai sacri Amali, i figli degli Aesir, qual era il patto tra i mie padri e i vostri? Non era quello di andare verso mezzogiorno, sempre verso mezzogiorno, finché non sarebbero giunti ad Asgard, la città dove dimora Odino, per offrirgli il dominio di tutte le nazioni della terra? E non abbiamo mantenuto la nostra sacra promessa? Non siamo rimasti fedeli agli Amali? Non abbiamo lasciato Atawulf proprio perché non volevamo seguire un Balto, mentre c’era un Amalo cui obbedire? Non siamo stati sempre leali a te, figlio degli Aesir?
Nessuno mai ha visto Wulf, il figlio di Ovida, tradire un amico o un nemico, risponde Amalric.
Allora perché il suo amico deve tradire lui? Perché il suo amico deve tradire se stesso? Se il capo del branco di bisonti se ne sta sdraiato a crogiolarsi, cosa faranno gli altri senza una guida? Se il capobranco dei lupi perde la traccia, come la seguiranno gli altri? Se l’Yngling dimentica la canzone di Asgard, chi la canterà agli eroi?
Cantala tu, se vuoi. Per me, Pelagia canta più che bene.
E Pelagia inizia a cantare. Una canzone dolce e ammaliante, a bassa voce:
Ammaina la vela, smetti di remare,
guarda il mare da lungi scintillare!
La vita è breve, rapida a finire,
vieni finché puoi con me a dormire!
Puoi rispondere a questo, Wulf? gridano molte voci.
Ascoltate il canto di Asgard, goti guerrieri! Non l’amava anche Alaric il re? Non la cantai davanti a lui nel palazzo dei Cesari, finché lui non giurò, con tutto che fosse cristiano, di andare verso sud in cerca della sacra città? E quando lui salì al Valhalla, e le navi affondarono vicino alla Sicilia, e Atawulf il Balto si volse sui suoi passi come un cane impigrito, e sposò la figlia dei Romani, odiata da Odino, e di nuovo andò verso nord, in Gallia… allora io in Messina non vi cantai forse l’intera canzone di Asgard? Finché voi giuraste di seguire l’Amalo attraverso acqua e fuoco finché non sareste giunti alla sala di Odino e ricevuto la coppa di idromele dalle sue stesse mani. Ascoltatela ancora, goti guerrieri!
No! Quella canzone no! ruggisce Amalric. Ci farebbe tornare la folle sete di sangue, proprio mentre stiamo ritornando in noi stessi e riscoprendo ciò che rende la nostra vita degna di essere vissuta.
Ascoltiamo la canzone di Asgard! Ad Asgard, lupi dei Goti! grida un altro. E si leva una babele di voci.
Questi ultimi sette anni non abbiamo fatto altro che marciare e combattere!
Abbiamo versato tanto sangue da soddisfare Odino, anche troppo!
Vogliamo riposarci ancora un po’!
Il nobile Wulf è come dice il suo nome: ha le gambe di un lupo in inverno. Ma noi abbiamo gambe umane che si stancano!
Non avete sentito quel che dice il monaco? Non riusciremo mai a superare quelle Cateratte!
Quelle favole da vecchie rimbambite dalla sua bocca non usciranno più, e non decideranno quello che dobbiamo fare noi! dice Smid, e prende in mano un coltellaccio e si lancia su Filemone. Lo afferra alla gola con una mano. Vuole ucciderlo.
Filemone ha appena combattuto con un animale, e ora per la prima volta nella sua vita è assalito da un uomo. Non pensa a nulla, il suo corpo combatte. Afferra il braccio sollevato, il polso della mano che lo strozza. Si scatena in una lotta feroce. Uno strano piacere lo invade.
Le donne strillano, pregano i loro uomini di separare i due, ma invano. Lottano, si colpiscono, rotolano avvinghiati per terra. Filemone è più forte, sta per strappare il coltello dalla mano di Smid. Sente un’onda in lui, una sete di sangue… Ma improvvisamente il monaco interrompe la lotta. Con una potente spinta allontana Smid, e si siede immobile. Tutti sono stupefatti. Lui trema per quell’orrenda cosa che ha sentito in sé.
I goti sono fulminati. Erano sicuri che il giovane avrebbe spaccato il cranio del loro compagno, a buon diritto, e come uomini d’onore loro non glielo avrebbero impedito. Si sarebbero consolati della perdita scorticandolo vivo o con qualche altro rituale di sangue per l’anima del morto. Per placarla.
Smid si rialza, brandendo il coltello, e si guarda intorno quasi a capire cosa vogliano da lui. Alza la sua arma per colpire. Filemone rimane seduto e lo guarda in faccia. L’occhio del vecchio guerriero vede la riva: si sta allontanando velocemente. Vede che stanno scendendo lungo la corrente. Depone il coltello, e va a sedersi al timone. Di nuovo tutti sono stupefatti.
Uno dice: Un buon combattimento! Ma neanche un po’ di sangue. Che vergogna! Sangue dobbiamo vedere! Ed è meglio che sia il tuo, sporco monaco! E si scaglia contro Filemone.
Il cuore di tutto l’equipaggio si ritrova in quelle parole. La lotta tra Filemone e Smid ha ridestato i lupi. Vogliono il sangue. E non nella frenesia insensata dei Celti e degli Egiziani, ma con la fredda crudeltà germanica che talvolta abita i guerrieri quando non sono invasati nella furia selvaggia. Si alzano tutti a deliberare di che morte il monaco debba morire.
Il monaco non reagisce. Stordito, alienato da sé, come se si stesse compiendo per lui un destino imprevisto ma ineluttabile. La laura è sprofondata di colpo in un passato che è nulla. Filemone si sente gettato in un nuovo mondo di pensieri e azioni. Nuovi compagni. Gli può accadere qualsiasi cosa, anche di morire. Lui che ha promesso di non levare mai il suo sguardo su una donna, ora si trova in mezzo a donne, e donne di un’infima specie. La cosa peggiore che gli è capitata è questa, rischia di perdere la sua anima. Il resto non conta, lui è partito per conoscere il mondo, e il mondo è questo. Violenza. Per quel che sta in lui, deve continuare il suo cammino. Se questi non lo fermeranno qui. E in pochi istanti potrebbero fermarlo, e in un modo orribile.
Ma Pelagia grida: ‘Amalric! Amalric! Fermali! Non posso tollerare una cosa del genere!
Mia dolcezza, le risponde l’Amalo, i guerrieri sono uomini liberi, e sanno quello che fanno. E a te cosa può importare della vita di questo animale?
Ma prima che possa fermarla, Pelagia salta su dai cuscini e si getta in mezzo al cerchio dei goti, lupi intorno alla preda. Risparmialo! Risparmialo per amor mio! grida.
Oh, mia dolce signora, non devi interrompere lo svago dei guerrieri!
In un istante, Pelagia si toglie lo scialle e copre Filemone. E sta accanto a lui. E le sue membra bellissime si rivelano attraverso il lino trasparente. Minaccia: Guai all’uomo che lo tocca sotto il mio scialle!
I goti si ritraggono. La cortigiana di Alessandria si è tramutata in una dèa germanica dagli occhi lampeggianti. I goti parlano tra loro, a voce bassa.
Il destino di Filemone è incerto. Pelagia avverte sulla sua spalla una mano pesante, si gira e vede Wulf il figlio di Ovida. Torna ai tuoi cuscini, donna graziosa! Uomini, io chiedo il ragazzo per me. Smid, concedimelo. Lui è tuo. Se tu avessi voluto, lo avresti ucciso, e invece non lo hai fatto. Nessun altro può farlo!
Dallo a noi, nobile Wulf! Non vediamo un po’ di sangue da tanti giorni!
Se aveste avuto il coraggio di proseguire, di sangue ne avreste visto a fiumi. Il ragazzo è mio, è un ragazzo coraggioso. Oggi ha tenuto testa a un guerriero, e avrebbe anche potuto ucciderlo. Ma lo ha risparmiato. E noi lo ricompenseremo facendone un guerriero. E fa alzare in piedi Filemone.
Ora sei un mio uomo, gli dice Wulf. Ti piace combattere?
Filemone non capisce le parole, istintivamente scuote la testa.
I goti strepitano: Fa cenno di no! Non gli piace! È un vigliacco! Facciamolo fuori!
Io ho ucciso re quando voi andavate a caccia di rane, tuona Smid. Ascoltatemi, figli miei! Un codardo all’inizio combatte con forza, ma ben presto il suo braccio diviene flaccido, perché il suo sangue fa presto a scaldarsi ma anche a raffreddarsi. Ma un uomo coraggioso nel corso della lotta diventa sempre più forte, perché lo spirito di Odino è sopra di lui. Ho sentito le mani del ragazzo mentre lottava, e vi dico che sarà un uomo, un guerriero ne farò. Ma possiamo renderlo utile subito. Dategli un remo!
Bene, dice Wulf, il suo nuovo protettore. Può ben remare come remava nella sua barchetta. Forza ne ha. E se dobbiamo tornare per morire una morte indegna e finire nell’oscuro mondo di Hela, prima ci andiamo e meglio sarà.
Tutti i rematori tornano ai loro remi. Al giovane monaco ne viene assegnato uno. E lui rema con forza tale che gli stessi che volevano torturarlo e ucciderlo ora gli fanno i complimenti, e qualcuno gli batte la mano sulla spalla. Le donne cinguettano. Pelagia e Amalric si fanno le fusa. Wulf a poppa scruta pensoso l’immenso fiume, mormorando: Walhalla, Walhalla, Walhalla…

Cento pensierini di un gufo sull’Italia e gli Italiani

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  1. In Italia nessuno crede all’informazione pura. Nessuno pensa al mestiere del giornalista come quello di uno che lavora perché la gente sappia quello che succede, indipendentemente dal tornaconto di questo o quel gruppo di interessi che possiede l’organo per cui il giornalista lavora, e che lo paga.
  2. La borghesia italiana si distingue tra le borghesie europee per mancanza di un’etica (qualsiasi). Non ne ha alcuna, e i suoi esponenti politici, da Berlusconi a Renzi, esprimono questo nulla. Perciò non hanno alcuna autorità. morale. E oltre la borghesia non c’è alcun proletariato, c’è solo la massa confusa degli emarginati che sognano un posto al tavolo del Consumo.
  3. In Italia non ci sono conservatori, anche in questo siamo originali. Solo riformisti. Chi non vuole definirsi tale usa l’ambiguo termine moderato.
  4. Penso che per l’Italia l’unica crescita realisticamente pensabile per il futuro sia quella della corruzione. Nella scuola italiana il maschile è cancellato, o quasi. L’Italia genera instancabilmente antinomie.

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E l’uomo inventò i sapori

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 Un’ottima lettura estiva, questo saggetto di Rosalia Cavalieri E l’uomo inventò i sapori (il Mulino 2014). In verità, non mi convince del tutto il sottotitolo storia naturale del gusto, perché quella del formarsi del gusto umano del cibo, nella visione dell’autrice, è propriamente una storia che parte da una parziale rottura col semplice naturale, rottura che si manifesta nell’acquisizione umana del dominio del fuoco e nello sviluppo della cottura. Semiologa, la Cavalieri utilizza qui i ritrovamenti–e le teorie connesse–della paleoantropologia e di altre scienze per costruire un discorso che ha come focus le tecniche della cottura, e le ricadute che centinaia di migliaia di anni di . consumo di cibi cotti hanno avuto in termini di sviluppo cerebrale e socio-culturale. I cardini della riflessione espressa nel libro appaiono già nelle prime pagine:

«Diversamente dagli animali, che possono distinguere e tutt’al più segnalarsi reciprocamente solo sapori gradevoli e sgradevoli, l’uomo interpreta, valuta, apprezza, scompone e ricompone gli elementi di ogni boccone; e poi ancora confronta, racconta, persuade. Proprio perché non si limita a riconoscere un cibo e a classificarne il sapore come buono o cattivo, l’uomo può accedere a un piacere più alto, un piacere per l’appunto consapevole. Se negli altri animali il desiderio del cibo è generato dalla fame, solo noi umani, come ha osservato Aristotele, possiamo appetire una vivanda non necessariamente per sfamarci, ma perché qualcuno ce ne ha parlato e ci ha persuaso della sua bontà e della sua palatabilità; questo tipo di desiderio indotto dalla persuasione ha un carattere linguistico che presuppone un atto di riflessione, e pertanto è specificamente umano. È poi una nostra prerogativa gustare con attenzione, analizzando le componenti del sapore che via via prendono corpo e si precisano sulle nostre papille, divenendo peraltro memorabili quando le convertiamo in parole. Ciò significa che anche il gustare, come tutte le attività umane, si realizza con il concorso del linguaggio.» (p. 17) «Le parole sono quindi parte integrante dell’atto del gustare: insomma, si apprezza il cibo parlandone.» (p.21)

Questa connessione tra gusto e linguaggio mi sembra convincente. E penso a Guido, il mio figliolo autistico averbale, che mangia un’ampia varietà di cibi rispetto alla media dei suoi confratelli nell’autismo, ma ingurgita ogni cosa masticando pochissimo, incapace di assaporare e di prolungare in qualche modo il piacere. Piacere legato alla parola, che lui non ha.

 

 

La scuola di Renzi

Anche questi politici renziani intenzionati a operare l’ennesima riforma pensano la scuola esattamente come tutti quelli che li hanno preceduti. Infatti prevedono “premi stipendiali fino al 30% per i docenti impegnati in ruoli organizzativi (vicepresidi, docenti senior) o attività specializzate (lingue e informatica)”. Dunque la differenza fondamentale tra i docenti, l’unica davvero significativa e decisiva, quella tra l’insegnare bene e l’insegnare male (la differenza che gli allievi percepiscono perfettamente, e in base alla quale giudicano gli insegnanti) per lo Stato continuerà ad essere irrilevante. Dunque coloro che la loro professione la esercitano male potranno prendere più soldi di quelli che la esercitano bene, anche perché i primi sono meno interessati all’insegnamento in sé, che per loro in genere è penoso e per cui non hanno una reale vocazione, e più inclini a darsi da fare in altro. La qualità della scuola continuerà a precipitare verso l’abisso. Tendenza che esiste da trent’anni, e che continua, inesorabile, con Renzi.

 

 

 

 

 

La farfalla e Kant

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Era giovane Kant quella mattina
quando entrò nella stanza una farfalla.
Sul vassoio del tè fermò le ali.
Ancora è buio fuori, pensò Immanuel,
e immobile guardava la creatura.
E allora Wolff, quel lupo metafisico,
ringhiò: tu manda via la farfallina
dalla mente: sostanza con natura
e tutto quanto l’ordine del mondo
e il pensato e il pensabile e il divino
può far crollare l’insetto mattutino.
Ma resta fermo Immanuel e si domanda
come si percepisca una farfalla.
La storia del pensiero e il suo destino
vibrano tra una tazza e un insettino.

Emys orbicularis

Emys 3

Sembra un incontro affettuoso tra due creature a sangue freddo,  questo appena sotto la superficie. Risvegliano sempre in me ricordi della mia infanzia le tartarughe palustri. C’è un luogo, vicino a Treviso, in cui il Sile offre un habitat ideale a queste creature, le mie preferite tra tutte le specie di tartaruga. Passeggiando con Guido, però, ogni sosta è impossibile, lui da bravo autistico iperattivo deve procedere a ritmo sostenuto. Impossibile contemplare. Mi porto in tasca una macchinetta fotografica, e devo essere fortunato e fulmineo.

Micronote 39

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1. La democrazia può avere solide radici solo in Paesi in cui esista il culto della responsabilità personale.

2. Chi abita il proprio tempo senza alcun disagio è un tipo umano per cui non provo il minimo interesse. Vale anzitutto per gli scrittori, tra i quali abbondano i finti ribelli, che nelle altre arti sono ancor più numerosi. Peggio ancora quelli che abitano tempi passati immaginari, anime schizoidi, adepti del culto della falsa coscienza.

3. Più grande l’opera, più abbondante il banchetto, maggiore il numero dei convitati.

4. “Non c’è via d’uscita”. Vedere la chiusura totale senza smarrirsi: è la grande conquista di uno spirito. Non disprezzare il proprio smarrimento: una conquista ancor più grande. Continua a leggere

Il cuore dell’uomo

Il cuore dell'uomo

Ultimo di questa trilogia islandese, Il cuore dell’uomo ( 2011, trad. it. di Silvia Cosimini, Iperborea 2014) segue Paradiso e inferno e La tristezza degli angeli. Jón Kalman Stefánsson porta qui a compimento l’educazione sentimentale e la formazione generale del suo protagonista, il ragazzo innominato, in una Islanda di fine Ottocento che si presta al ruolo di metafora della precarietà della condizione umana. Il giovane attraversa una serie di iniziazioni, nello schema simbolico morte-rinascita, ripreso a vari livelli – compreso quello amoroso – e con diversa approssimazione alla morte vera e definitiva. Testo fortemente unitario, pur se frazionato in tre parti, questa trilogia della precarietà e della resistenza in faccia al nulla è tramata dalla voce del gruppo dei morti, che narrano. Ma se narrano non sono nel nulla, sono nello spazio dell’ombra in cui ancora sono. E la loro preoccupazione principale è quella della condizione di morto, in cui la morte scaglia il vivente, nei modi più diversi, e alle età più diverse: vecchi e bambini e uomini e donne maturi possono tutti scendere nello Sheol. Poiché «la morte calpesta i nostri desideri, le nostre preghiere, la nostra disperazione e le nostre forze, lo fa quando le pare e piace» (p. 418), ponendo la questione seria della dignità dell’umano. Di fronte al destino di un vecchio marinaio che ha perso la vista e il gusto della vita fino a scegliere di sprofondare in mare ci si può chiedere: «dov’è adesso la dignità, allora non esiste proprio, né in vita né in morte?» (p.425) Inevitabilmente, Stefánsson qui sfiora il nichilismo, nella constatazione amarissima che «alla fine diventiamo solo silenzio». (p. 429) Ma il finale dialettico e aperto, che realizza un’intensificazione e una concentrazione assolute del tema della solidarietà fra gli umani che percorre l’intera trilogia, non vede nell’annichilimento la parola decisiva, «perché dove comincia la vita e si ferma la morte, se non in un bacio?» (p. 445)

Ipazia, scena V

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Alessandria. Una piccola stanza sotto il tetto di un alto edificio, stile ateniese, vicino al Museo. Non è per la tranquillità che è stata scelta da chi vi abita. È vero che il baccano delle schiave che lavorano, chiacchierano e litigano nel cortile delle donne vi giunge attutito, ma ben si odono le voci dei passanti e lo sferragliare dei carri dalla strada affollata, e i versi degli animali dal Serraglio, là oltre la strada. No, la stanza è stata scelta per la vista che dona. Oltre il muro dei giardini del Museo si offrono agli occhi fiori, fontane, statue, cespugli, viali. Settecento anni di filosofi e poeti alessandrini. Qui c’è la celebre Biblioteca, dove sono raccolti secoli di pensiero e di bellezza.
La stanza è arredata con elegante semplicità. Una donna seduta sta leggendo un manoscritto. Semplice eleganza anche nel suo vestito. Espressione pensosa e triste. Solleva lo sguardo e contempla i giardini del Museo. E mormora a se stessa: Sì, le statue vengono distrutte. Le biblioteche vengono saccheggiate. Nessuno più discute di filosofia e di scienza. Gli oracoli sono muti. E tuttavia… L’antica fede degli eroi e dei sapienti è morta? Ma no! La bellezza non può mai morire. Mai. Se il divino ha abbandonato le forme della religione antica, non ha abbandonato le anime di quelli che apirano al divino. Gli Dei non guidano più l’Impero… ma la Divinità non ha smesso di parlare alle anime elette. Si è allontanata dalla massa del popolo. Ignoranza e superstizione dappertutto… Io la Divinità la sento ovunque, la sento in me. La Divinità non ha abbandonato Ipazia. Io sono legata al mondo passato. Ma per me non è passato! Gli dèi sono simboli, i miti sono cifre della sapienza. Tutti se ne sono allontanati. Resto io sola… quasi sola. Credere a dispetto di ogni delusione… Sperare contro ogni speranza. Mostrarsi superiore alla massa dei mortali, vedendo profondi abissi di gloria vivente in quei miti che ai loro occhi sono diventati oscuri. Anzi, morti. Non vedono più nulla, sono ciechi. Questa epoca in cui tutto va in rovina produce nuova superstizione. Credenze vili, una umanità sordida avanza. E io sono chiamata a combattere contro tutto questo. Per gli antichi dèi, gli antichi eroi, per la filosofia che li ha interpretati scoprendone il senso razionale, mentre sondava i misteri della terra e del cielo. Luce di conoscenza! Per questa lotta riceverò un ricompensa… Salire attraverso i cieli, dove sono le anime immortali, le Potenze, attraverso gli Eoni, fino alla casa eterna, fino allo splendore del Senza Nome, fino all’assoluto Uno…
Tace. Estasi. Continua a leggere