Per essere leggero, certo è leggero il romanzo di Peter Cameron Quella sera dorata (che in inglese si intitola The City of Your Final Destination, 2002, trad. it. di A. Rossatti, Adelphi 2009 – e qui come al solito protesto contro i criminali cambiamenti di titolo che operano gli editori italiani). Una piacevole lettura, da cui è stato tratto da Ivory uno dei suoi film patinati. Sembra già pensato per il cinema, in verità, e per un pubblico di benpensanti progressisti globali. Infatti vi è una coppia gay, piena di buoni sentimenti, il membro anziano della quale è il personaggio più interessante e profondo (si fa per dire) del libro. Ci sono donne con problemi, ma emancipate e attive. C’è un protagonista maschile eterosessuale (qui bisogna specificarlo) incerto su tutto e afflitto da un indubbio problema di autocomprensione, evidentemente bisognoso di una compagna-madre. Il romanzo sembra rigorosamente impegnato a mettere in campo solo personaggi che possano piacere all’ambiente progressista globale, che gradisce anche storie non particolarmente impegnative ma di scrittura raffinata. Più che azione qui vi è conversazione, il che rende quello di Cameron un romanzo da salotto. Le vedo bene le signore della New York liberal parlare con le loro amiche e i loro amici gay delle vicende di quel pirla di Omar Razaghi (che, per piacere a quel pubblico, oltre ad essere un eterosessuale imbranato, deve anche essere un immigrato da un Paese islamico divenuto totalmente agnostico). OK, va bene così.
Fabio Brotto
L’identità
L’identità (L’identité, 1997, trad. it. di E. Marchi, Adelphi 1997) è un romanzo del secondo Kundera, quello francese, in cui la vena creativa si è per così dire raffinata e nello stesso tempo ristretta e incanalata in un intimismo filosofico-narrativo. Personalmente, preferisco il primo Kundera, quello boemo de Lo scherzo e del meraviglioso Il libro del riso e dell’oblio. Qui un rapporto di coppia, quello tra Chantal, che è una donna non più giovane, e Jean-Marc, che è più giovane di lei, è raccontato sul filo di un’analisi sottile delle reciproche rappresentazioni dell’altro, della gestione del desiderio di ognuno, e della problematica dell’identità del sé in quanto legata alla capacità di attirare su di sé il desiderio degli altri umani. Nel caso di Chantal, il problema è quello del venir meno, per lei, dello sguardo desiderante degli uomini. Questo è decisamente un romanzo del rispecchiamento.
La frase di Chantal gli riecheggiava nella mente, e lui immaginava la storia del suo corpo: che era rimasto confuso tra milioni di altri, finché uno sguardo di desiderio si era posato su di esso e lo aveva sottratto a quella brumosa moltitudine; poi gli sguardi si sono moltiplicati e lo hanno infiammato, e da allora quel corpo va per il mondo come una fiaccola; è una gloria sfolgorante, ma di breve durata, perché presto gli sguardi cominceranno a farsi più rari, e la luce a poco a poco si spegnerà, finché un giorno quel corpo, divenuto traslucido, poi trasparente, poi invisibile, passerà per le strade del mondo simile a un piccolo nulla ambulante. Lungo questo percorso, che porta dalla prima alla seconda invisibilità, la frase «gli uomini non si fermano più a guardarmi» è la spia luminosa che segnala come sia ormai cominciata la progressiva estinzione del corpo.
Quand’anche lui le dicesse che la ama e che la trova bella, il suo sguardo amoroso non riuscirebbe a consolarla. Perché lo sguardo dell’amore è lo sguardo dell’isolamento. Jean-Marc pensava alla solitudine amorosa di due vecchie creature divenute invisibili agli altri: triste solitudine che prefigura la morte. No, non di uno sguardo d’amore ha bisogno Chantal, ma di una profusione di sguardi estranei, volgari, concupiscenti, che si posino su di lei senza simpatia né predilezione di sorta, senza affetto né gentilezza – in modo inequivocabile e fatale. Quegli sguardi le assicurano la permanenza nella società degli umani, mentre lo sguardo dell’amore la esclude da essa. (pp. 45-46)
Se questa è una donna
Prostrazione. A Venezia, vicino al Ponte dell’Accademia, in un luogo dove passano fiumane di turisti, da anni si vede questa scena. Tutti i giorni. Una donna immobile, prostrata a terra, che chiede l’elemosina protendendo un bicchierino di plastica, la testa china, lo sguardo al suolo. Non so se sia sempre la stessa donna, perché i suoi stracci la celano, ma la corporatura e l’atteggiamento sono sempre gli stessi. E non emette un suono. E come possa riuscire a rimanere per ore in quella posizione ogni giorno è un mistero. E perché questa umiliazione estrema di un essere umano sia accettata dalla città e da chi la governa è un altro mistero. È possibile che avvenga questo nel nostro mondo ricco, in una città in cui passano ogni anno trenta milioni di turisti da tutto il mondo, una marea di denaro? Se questa è la civiltà occidentale, se questa nel 2015 è una donna…
A Short Treatise on the Metaphysics of Tsunamis
Un libretto di sole 81 pagine, ma ricco di pensiero e di stimoli questo A Short Treatise on the Metaphysics of Tsunamis (Michigan State University Press 2015). Si tratta della traduzione in inglese di un testo di Jean-Pierre Dupuy pubblicato nel 2005 per le Editions du Seuil, Petit métaphysique des tsunamis. Di Dupuy ho letto Economy and the Future e Rational Choice before the Apocalypse. Si tratta di un pensatore apocalittico-razionale di grande interesse e profondità. In questo trattatello prende in esame il rapporto degli umani al futuro, e la posizione che essi assumono davanti alle grandi catastrofi e al tema della responsabilità davanti ad esse: eventi come il Terremoto di Lisbona e lo Tsunami dell’Asia vengono messi in relazioni ad altri eventi apparentemente del tutto disomogenei, come la Shoah e l’annientamento di Hiroshima e Nagasaki, mostrando la radice della responsabilizzazione dell’umano, in Rousseau, che porta da un lato alla naturalizzazione di eventi come un bombardamento atomico, dall’altra alla umanizzazione della natura scatenata. Alle due categorie classiche di male naturale e male morale, sulla scorta di una meditazione sull’opera di Hannah Arendt e di Günther Anders, Dupuy aggiunge quella di male sistemico, che si verifica quando l’umano è trasceso dalla sua propria stessa potenza tecnologica, come nel caso di Hiroshima.
«Chiunque creda che l’umanità possa continuare a contare sulla scienza e la tecnologia per trovare la soluzione ai problemi creati dalla scienza e dalla tecnologia, come esse hanno fatto finora, non crede realmente che il futuro sia reale. Perché il futuro è pensato come fosse qualcosa che facciamo noi stessi, esso è tanto indeterminato quanto il nostro libero volere: e dal momento che lo inventiamo noi, non vi può essere alcuna scienza del futuro. Come la teodicea, anche l’antropodicea immagina il futuro come avente una struttura ad albero che genera un catalogo di esiti possibili. Il futuro che si realizzerà è quello che ci siamo scelto. Ma negare che il futuro sia reale presenta un ostacolo metafisico potenzialmente fatale. Perché se il futuro non è reale, nemmeno una futura catastrofe è reale. Confidenti nella nostra capacità di evitare il disastro, non lo consideriamo una vera minaccia. Questo è il circolo vizioso che il metodo dell’apocalissi illuminata tenta di rompere». (p. 59)
E l’apocalissi illuminata, l’annuncio illuminato di una catastrofe imminente, è un atteggiamento che al fine di disintossicare l’umanità dalla sua violenza «… consiste nell’agire come se noi tutti fossimo destinati ad essere le sue vittime, tenendo in mente nello stesso tempo che noi soltanto siamo i responsabili di ciò che ci accade. Questo doppio azzardo, questo stratagemma, potrebbe essere la nostra sola speranza di salvezza». (p. 56)
Ipazia, scena XXII
Corrono, corrono, una massa confusa di monaci e di folla, in mezzo a loro i due prigionieri, che vengono picchiati, maledetti, interrogati mentre camminano, e non dicono nulla, non dicono nemmeno il proprio nome.
Ma ecco che con un forte rumore si aprono i battenti di un enorme portone, e ne esce una fila di figure che emettono bagliori. Elmi, corazze. Si schierano. All’unisono le lance appoggiate al suolo emettono un secco avvertimento.L’avanguardia della folla arretra. Un sussurro impaurito la percorre: Le guardie!
Chi sono? chiede Filemone. Soldati, soldati romani, gli risponde una voce.
Filemone, che è nell’avanguardia della folla, indietreggia anche lui, senza sapere perché. Ma al nome “Romani” vorrebbe andare avanti. Da bambino aveva sognato di loro, di quelli che hanno conquistato il mondo. Ora sono qui davanti a lui. Ma si sente afferrare un braccio. Un ufficiale gli chiede bruscamente: Cosa significa questo? Perché voi figli di cani alessandrini non ve ne state a dormire nelle vostre cucce?
La Chiesa di Alessandro sta bruciando, risponde Filemone, pensando che come spiegazione basti.
Tanto meglio!
Ma… I giudei stanno assassinando i cristiani.
Allora andate pure a scontrarvi con loro. Uomini! Tornate dentro! È solo uno dei soliti disordini fra cani giudei e cristiani.
E la truppa fa marcia indietro, e scompare, e subito la folla riprende a correre, più selvaggia di prima. Filemone corre in mezzo agli altri, ma avverte un senso di delusione. Pietro sta scherzando coi suoi uomini, dice che sono stati bravi a tenere fermi e zitti i prigionieri in mezzo a loro, senza farli vedere dai soldati. Ma Filemone rimugina: È solo uno dei soliti disordini, ha detto quello! Uno dei soliti disordini, per quella gente, abituata a creare e deporre Cesari! Loro sono sicuri con le loro armi e la loro disciplina, non si curano di uomini eccellenti come i monaci e i parabolani, non si preoccupano se i giudei ammazzano i cristiani, se perseguitano la vera fede, se bruciano la chiesa di Alessandro. Loro sono sicuri di sé, e per loro noi siamo cani. Filemone li odia, adesso, quei soldati. Così indifferenti davanti alla causa della giustizia, per cui lui sta lottando, per cui si è appena scoperto un eroe combattente. Gli tornano in mente le parole di quell’ometto, di quel facchino filosofo, e torna a sentirsi piccolo. E ancora più piccolo si sente quando sopra la folla risuona una voce acuta di donna, da un tetto: grida che non si vedono fiamme, che la chiesa da lontano appare intatta. La massa tace, poi si leva un brusio, tutti parlano con la concitazione delle folle, ed ecco che nella folla non c’è nessuno che abbia visto coi suoi occhi bruciare la chiesa, sono state voci incontrollate, esche per incendiare gli animi. Chi le avrà messe in giro? Qualcuno dice che la chiesa è troppo lontana, che ormai è passato parecchio tempo, che se fosse stata in fiamme sarebbero comunque arrivati troppo tardi, ma forse invece qualcuno è intervenuto per tempo e l’ha salvata. E le strade sono buie e piene di giudei in agguato ad ogni angolo, tra loro e la chiesa. Forse è meglio portare i prigionieri in luogo sicuro e avvertire l’Arcivescovo per ricevere ordini. E, come succede sempre alle masse, anche questa comincia a sciogliersi: a due, a tre tutti si allontanano, e alla fine anche quelli che avrebbero voluto continuare imitano gli altri. Il gruppo più folto che resta unito, e in cui rimane Filemone, raggiunge il Serapeo, è là incontra un’altra folla di cristiani. Questi dicono che la falsa voce dell’incendio della chiesa di Alessandro è stata diffusa dai giudei, e dicono anche che sono stati trovati uccisi in casa un prete e due fedeli, e che gli ebrei hanno già ammazzato un migliaio di cristiani. Dicono che l’intero quartiere degli ebrei è in armi e sta marciando contro i cristiani. Panico, furia selvaggia. Decidono di asserragliarsi nel palazzo dell’Arcivescovo, immediatamente, di rinforzare le porte e di prepararsi ad un assedio. Filemone è tra i primi ad agire, prepara pietre da lanciare, rompe sedili e tavoli per preparare mazze. Grande confusione. Finalmente qualcuno osserva che prima di continuare a spaccare tutto sarebbe meglio attendere per vedere se davvero si sta preparando un attacco.
Ma ora si ode dalla strada un suono di passi pesanti che si avvicina. L’allarme è al massimo. Pietro scende di corsa, per vedere se sono pronti i pentoloni di acqua bollente. Ma la luna scintilla su una lunga fila di elmi e corazze. Grazie a Dio, sono i soldati.
Chiedono i cristiani: Stanno arrivando i giudei? La città è calma? Perché non avete prevenuto questi crimini? Ma un ufficiale risponde: Tornate nel vostro pollaio, gallinacce, o vi spenniamo noi! Un brusio di indignazione accompagna i soldati che passano oltre, e in realtà non cercano grane con nessuno.
Bambini morti
Aveva solo sei anni e otto mesi quando morì, Attilio Aurelio Brotto, figlio del mio bisnonno Tomaso e di Orsola Maria Duprè. Fino all’altro giorno non sapevo che un mio prozio fosse morto bambino, nel lontano 1886. Nell’Ottocento la morte di un bambino era un evento frequentissimo, il tema della culla vuota un triste tema ricorrente. Denutrizione delle masse contadine, scarsa igiene, assenza quasi totale di strutture ospedaliere (e mezzi di trasporto lenti), Welfare State inesistente, e mancanza di farmaci che noi oggi diamo per scontati, come gli antibiotici, facevano della nascita un rischio grave per madre e bambino, e dei primi anni di vita un periodo molto difficile. Sono cose risapute, ma quando ho letto gli atti di morte di un paese come il mio natale (Zero Branco in provincia di Treviso) nel tentativo di ricostruire l’albero genealogico della mia famiglia, e ho passato in rassegna gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento, sono rimasto molto colpito. Quanti bambini di pochi mesi o anni morivano in quel tempo! Un numero impressionante. E se Tomaso e Orsola persero quel figlio di sei anni (non oso immaginare le sofferenze), il fratello Enrico Brotto e sua moglie Bianca Sagramora furono molto più duramente colpiti dal destino: nel 1874 muore la figlioletta Luigia, all’età di 10 mesi; nel 1877 muore Luigia Angelina, all’età di due anni e cinque mesi; nel 1879 il figlioletto Luigi, all’età di otto mesi. Sono anche gli anni della tremenda epidemia di difterite, alla quale Carducci dedica l’ode barbara Mors. Non ci sono parole per commentare una simile strage di innocenti. Allora non c’era né antibiotico né vaccino. Ed essere, come era Enrico, un possidente non metteva al sicuro i tuoi figli. Tristezza di piccole tombe scomparse, di nomi svaniti nel nulla.
Opinioni e responsabilità
Gianfranco Vitale è padre di un giovane uomo con autismo, molto impegnato sui vari fronti di questa disabilità. Sul suo libro Mio figlio è autistico ho scritto una nota molto favorevole. Stimo Vitale per i suoi libri, e qualche tempo fa lo ho anche invitato a Treviso per un dibattito sull’autismo adulto. Di conseguenza, quando decise di aprire in Facebook una pagina di informazione sull’autismo, mi sono rallegrato. Mi sono quindi dato da fare per invitare gli amici di FB miei e quelli di Autismo Treviso a prendere in considerazione la pagina Autismo: persone, bisogni, diritti, apponendovi anzitutto il famoso mi piace. Sono stati centinaia quelli che hanno risposto al mio invito. Ora però ne sono pentito. Perché in quella pagina Vitale mette di tutto, senza alcun filtro, senza alcuna presentazione critica. Tutto quello che circola nel variegato mondo dell’autismo, che è un oceano in cui navigano alcune belle navi ma anche molti vascelli fantasma, navi di pirati e vecchie carrette e rugginosi cargo. Occorre distinguere, più che mai oggi, occorre distinguere e giudicare, per evitare che le molte famiglie che ricevono una diagnosi di spettro autistico per il loro figlio o figlia, che si precipitano nell’ internet alla ricerca di aiuti e cure, cadano nelle mani dei venditori interessati di fumo e illusioni. Costoro sono abilissimi nell’utilizzare qualche dato scientifico acclarato e sicuro per sostenere con esso delle costruzioni concettuali del tutto arbitarie, fantasiose e fuorvianti. Sono bravi a dire “una ricerca ha dimostrato che…” senza citarne i dati esatti, la sua eventuale conferma, i giudizi dei peers, la validazione scientifica internazionale. Sono abilissimi nel confezionare esche attraenti e nel preparare lenze e ami. Le conseguenze per molte famiglie sono gravissime, anche a livello finanziario. Per questo, coloro che tra i genitori di soggetti autistici hanno la cultura e l’intelligenza che li mettono in grado di comprendere quali proposte siano attendibili e quali no, quali trattamenti siano validati dalla comunità internazionale e quali no, quali interpretazioni dell’autismo abbiano un solido fondamento e quali no, hanno il dovere morale di assumersi la responsabilità di fornire indicazioni e criteri. All’obiezione: chi sei tu per decidere se Verzella o Montinari siano più o meno attendibili di Theo Peeters o Fred Volkmar? rispondo che esistono differenti orizzonti di plausibilità a seconda della cultura in cui uno è inserito. Chi crede nella realtà dei dischi volanti o delle scie chimiche sarà facilmente portato a credere che l’autismo sia causato dai vaccini o si possa guarire con la chelazione. All’interno di una cultura a base scientifica, qual è quella occidentale moderna, l’opinione che la terra sia piatta è bensì pur sempre un’opinione, ma non ha affatto la stessa dignità di quella per cui la terra non è piatta. Se io fossi un astronomo dilettante e aprissi una pagina di astronomia su FB, dovrei ammettere senza commenti o avvertenze tutte le opinioni, anche le più bislacche? Certo, se si parte dal presupposto che a priori un’opinione valga un’altra, e non vi sia alcun criterio superiore per discernere il probabile dall’improbabile, il vero dal falso, allora è lecito anche fare una pagina Facebook sul cancro in cui si pubblica di tutto: dalla nuova tecnica di indagine ai mirabolanti risultati della cura a base di bicarbonato: senza filtro o commento, perché sarà il lettore a decidere, dirà anche lui la sua opinione, perché tutti siamo uguali. No, caro Vitale, non siamo affatto tutti uguali: vediamo bene le differenze abissali che intercorrono tra i nostri figli e figlie autistici, e vediamo altrettanto bene quanto diversi siano i genitori. E come molti di loro siano facilmente accalappiabili da figuri più o meno loschi, e da organizzazioni prive di una qualsiasi etica. Nella sua risposta ad un commento critico di Autismo Treviso su Facebook, intitolata erroneamente Risposta ad Angsa Treviso onlus, Vitale scrive: “Mai, dico MAI, ho fatto precedere un articolo scientifico da un mio giudizio, che avrebbe potuto pilotare arbitrariamente l’opinione di chi legge. E’ tale e tanta la stima e il riguardo che nutro per l’intelligenza delle persone da non poter lontanamente pensare di tranciare pareri, e peggio ancora giudizi, a scapito della libera riflessione che ognuno deve poter condurre, e della libera discussione che può e deve seguire”. Io non nutro questa stima per l’intelligenza delle persone, che mi pare un atteggiamento di retorica compiacenza. Se le persone fossero tutte realmente intelligenti e in grado di scegliere autonomamente in modo critico e documentato tra le proposte di trattamento dell’autismo, i ciarlatani non avrebbero il successo che hanno. Vi sono dunque persone intelligenti, ma anche moltissime sprovvedute, incolte, suggestionabili. Non dimentichiamo che in Italia l’analfabetismo funzionale è al 47 per cento: un tasso altissimo, il più alto fra i Paesi sviluppati. E l’analfabetismo funzionale è l’incapacità delle persone di comprendere il senso dei testi che leggono! Per non parlare della cultura scientifica, che in Italia è al livello più basso anche nella classe politica! Il dare spazio a tutti, come valore che Vitale mette in campo, è una pura e semplice assurdità. Un conto sarebbe infatti dare spazio a tutte le opinioni seriamente argomentate e a tutte le proposte scientificamente validate, un altro il dare spazio ad ogni opinione, ad ogni tendenza. Anche a quella di chi dice che suo figlio è guarito dall’autismo bevendo ogni giorno un litro di succo di pera. No, mi dispiace, caro Vitale, mi dispiace davvero, ma la tua è una democrazia posticcia, un gravissimo errore concettuale. Non si può mettere indiscriminatamente tutti sullo stesso piano: ne esce una notte in cui tutte le vacche sono grigie. E, come disse Don Milani, “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Dunque, aiutare a discernere il grano dal loglio coloro che non ne sono autonomamente in grado è una responsabilità, ed è profondamente etico. Di contro, uguagliare nella sostanza ogni proposta, ogni interpretazione, ogni voce, ogni fantasia, senza esporsi e senza prendere una posizione visibile e identificabile, non è né coraggioso né utile. Riportare poi par pari in una pagina tutto quello che circola in rete, senza criterio, è anche molto facile, ma totalmente improduttivo: il mondo dell’autismo è molto diviso, e ben lo si vede negli USA, dove il movimento delle famiglie è iniziato ben prima che da noi. Pensare che si possa unificare, essendo gli approcci spesso incompatibili e addirittura inconfrontabili, poiché vi circolano vere e proprie fedi, come quella biomedica, appare quanto meno ingenuo.
Micronote 47
1. “Per pensare davvero, cioè liberamente, occorre pensare contro il proprio tempo”. “Io, che penso jihadisticamente, penso forse contro il mio tempo?”All’obiezione degli stolti “ma allora tu perché riconosci diritti a chi non può avere doveri, come ad esempio un bambino appena nato o una persona in coma?” si risponde che quelli appartengono all’umano, non all’animale, e avranno o hanno avuto o potranno o avrebbero potuto avere doveri, perché la sfera dell’umano coincide con quella del dovere, che scaturisce dall’obbligazione, che nasce dal legame mediato dalla rappresentazione. No moral obligation without representation.
L’uomo sulla bicicletta blu
Realismo magico nordico? Ovvero, chi sta sognando chi, in questa storia che appena letta si vorrebbe iniziare a leggere nuovamente, per il fascino che ne promana, come se volesse assorbire anche noi, come il protagonista, nello specchio, farci passare nel mondo oltre lo specchio. Scritto in stato di grazia, sotto l’influenza di alcune vecchie foto, scattate decenni prima dal padre dello scrittore, che sono incastonate nel testo, L’uomo sulla bicicletta blu di Lars Gustafsson (2012, trad. it. di C.G. Cima, Iperborea 2015) è un libro pieno di echi letterari e filosofici, che risuona come una sinfonia che giunga ai nostri orecchi da una stanza segreta. Il sottotitolo, che dice molto, è Sogni da una vecchia macchina fotografica. La vicenda è collocata nel 1953, e in parte si svolge due decenni prima, in un intreccio di tempi che pone anzitutto la questione sul tempo stesso. Vi è la modernità rappresentata nella stessa professione di Janne Friberg, il protagonista in apparenza sconfitto dalla vita e dall’identità pericolante: è un rappresentante della Elektrolux, incaricato della vendita di un tecnologico robot da cucina che si chiama Assistent. Friberg ha trascorso una giornata vagabondando per le campagne sulla sua bicicletta con questo robot che dovrebbe riuscire a vendere a qualche famiglia di contadini, ottenendone al massimo sorrisi e qualche caffè. Sta scendendo ormai la sera quando fa un ultimo tentativo: una grande casa, un vero maniero, lo attira, e là, in quella dimora che dentro è molto più ampia di quel che si direbbe da fuori, accade una serie di eventi che si dipanano tra la realtà e il sogno, tra il presente e il passato. Emergerà un fatto di molti anni prima, un incidente ferroviario che il giovanissimo Friberg ha fotografato, e che ha impedito ad una ragazza, di nome Irene, di raggiungere la sua destinazione. Questa Irene è la protagonista del piano temporale precedente, che si interseca col presente di Janne. Ma Irene si chiama anche la baronessa Grane, la signora della casa. Che rapporto vi è tra le due Irene? E gli inquietanti racconti, imbevuti di credenze arcaiche, del capitano del Färna II alla Irene ragazza, e l’incarico che le assegna di consegnare un misterioso pacchetto al padrone della ferriera, che relazione hanno col presente di Janne? Il lettore è catturato dalla magia del testo, e si lascia voluttuosamente sprofondare nelle nebbie nordiche di Gustafsson.
Villa Triste
Tradotto da A. e A. Cattabiani e pubblicato da Bompiani nel 2014, Villa Triste è un romanzo del 1975, di un Patrick Modiano non ancora trentenne ma già perfettamente maturo. Vi sono tutti i temi modianeschi: il tentativo nostalgico di recuperare un passato che svanisce, mediante atti di memoria volontaria; l’identità insicura del soggetto narrante; la fragilità e transitorietà dei rapporti amorosi e delle amicizie; il mascheramento e la problematicità dei nomi; il nascondimento dell’essere ebrei. In questo romanzo si aggiunge una variazione sul tema dell’identità fragile: il proprietario della casa che dà il nome alla stessa e indirettamente al libro, il dottor Meinthe, è un omosessuale che al travaglio dell’identità personale aggiunge quello della sua professione medica, che presenta lati oscuri, mentre la voce narrante ai tempi della vicenda narrata si fa chiamare con un nome che non è suo, presentandosi come l’esotico conte Chmara. E anche del nostalgico narratore, che rivive il suo amore di 12 anni prima, e che in quel tempo viveva sotto falsa identità una vita instabile, nulla sappiamo di certo, come ben poco della bella aspirante attrice Yvonne, con la quale vive una relazione che sembra strettissima e alla fine si rivela illusoria. Le tele tessute da Modiano sono variopinte ma trasparenti, sono veli di Maia.
L’incipit esplicita uno dei nuclei generatori della narrativa di Modiano: «Hanno demolito l’Hotel de Verdun. Era un bizzarro edificio di fronte alla stazione, circondato da una veranda di legno che stava marcendo. I commessi viaggiatori andavano a dormirvi fra due treni. Si diceva che fosse un albergo per coppiette. Anche il vicino caffè, a forma di rotonda, è scomparso. Come si chiamava? Café des cadrans o Café de l’Avenir? Fra le stazioni e le aiuole della Place Albert-Ier c’è adesso un gran vuoto».


