Due romanzi

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L’archivio segreto di Annarosa Mattei (Mondadori 2008 ) e L’amore necessario di Nadia Fusini (Mondadori 2008 ) sono due romanzi molto diversi, ma qualcosa li unisce. Non tanto il calligrafismo, che pure si nota subito – la cura della forma è molto superiore a quella del romanzo medio di oggi -, quanto, in ciò che dicono, la crisi della differenza, ovvero l’aspetto fondamentale, insieme alla cultura vittimaria, del nostro mondo.
Il romanzo della Mattei ha un respiro più ampio, la giornata della protagonista-voce narrante a spasso per Roma la porta a contatto con uomini e donne del passato, monumenti, persone conosciute e sconosciute, molti personaggi appena tratteggiati, e soprattutto gente della borghesia intellettuale della sua cerchia, quasi tutti presi da irrisolti problemi d’amore. Ma l’interlocutore più importante è un gatto, saggio e parlante, che guida la protagonista nel mistero dell’essere (addirittura). Nel romanzo della Mattei vediamo un disperato tentativo di…

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Una parete sottile

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Mi sono sempre piaciuti quelli che iniziano a narrare dopo aver vissuto, come il grande Theodor Fontane. Così mi sono accostato con preventiva simpatia a Una parete sottile di Enrico Regazzoni, classe 1948 (Neri Pozza 2014). Un romanzo in grado di riconciliare con la narrativa italiana contemporanea anche quelli che non ne sono entusiasti. Storia di una formazione, di un bambino che si fa adolescente e conosce la musica, l’eros, la perdita, l’incanto del mondo e il dolore, libro della ricostruzione di una memoria sensata, Una parete sottile è un testo elegiaco e riflessivo, tessuto sapientemente con una scrittura davvero solida e insieme delicata. C’è una voce narrante, un io maturo che rivisita il suo passato con un’alta consapevolezza. «Chissà se ci sono le parole, se esiste un incastro di frasi che renda l’idea di quello scatto di conoscenza, o di riconoscimento, che ben poche volte ci si presenta nel corso di una vita intera. Siamo avvezzi ad accumulare il sapere e l’esperienza in totale assenza di consapevolezza, un pulviscolo di dati sensibili che si depositano dentro di noi come strati geologici e nel tempo restituiscono segnali più o meno misteriosi. Ma può accadere, molto raramente, che questa conoscenza interiore si palesi come tale nel preciso istante del suo accadimento: d’un tratto, allora, sappiamo di sapere e sappiamo anche che quanto abbiamo appreso non dipende da noi e dunque non sarà mai modificabile, è come un pezzo della nostra identità che ci è apparso» (p. 38). L’identità del narrante coincide con quella del protagonista giovane. Coincide? Il rapporto al tempo è uno dei cardini dell’identità personale, che è tale, e insieme una non-identità. «Allora non avrei saputo dare queste parole alle mie sensazioni, ma oggi so che erano queste. Del resto, qual è il lascito dell’esperienza se non le parole per le emozioni del passato? » (p. 75).  Privo da sempre del padre, morto in un incidente, il protagonista cresce con la madre, che riempie il vuoto con un’insonne attività di traduttrice. Oltre la sottile parete della sua cameretta, il bambino percepisce la vita dei vicini: una famiglia felice. Ad un certo punto, anche quel padre muore, lasciando ai quattro figli e alla moglie il vuoto della sua assenza. E anche questa donna affronta l’assenza con un’azione: suonare il piano. Ogni sera, per anni, il bambino che diventa ragazzo ascolta quelle musiche, e ne è stregato. Sublimazione del dolore, lotta col vuoto, ricordo di una felicità che sarebbe stata possibile e di una felicità che fu piena e non è più: un intreccio che oscilla tra aperture e chiusure di senso. Infine, dopo una stagione d’amore tra l’ormai diciassettenne e una vitalissima assistente della madre nel lavoro di traduzione, una risposta alla domanda che il ragazzo si pone sulla natura della felicità amorosa, sul perché una coppia evidentemente così eterogenea come quella dei vicini sia stata con tutta evidenza così felice. «Mi sono spesso domandato, in seguito, perché li immaginai così e l’unica risposta che ho trovato è che la vicinanza è di certo una buona misura dell’amore ma in certi casi anche la lontananza lo è. Il più delle volte un legame sentimentale esprime un bisogno di rassicurazione ed è normale che si finisca per vivere accanto a una persona in cui ci sembra di ritrovare noi stessi, come uno specchio che ci fa apparire migliori. Però esistono animi, forse più intrepidi o forse soltanto più infantili, che affidano alla loro ricerca la mancanza di ciò che non sapranno e non saranno mai, persone che dall’amore si aspettano il fascino delle cose ignote più che il tepore di quelle note e che preferiscono vivere accanto a una stella che a uno specchio. Costoro, forse, avvertono la necessità di essere completati più che capiti e negli anni l’inconoscibilità dell’altro tiene in vita una sottile mancanza e si trasforma in qualcosa di simile ad un sogno mai compiuto. Quei due mi erano sempre sembrati molto diversi fra loro, al punto che se fosse toccato a me lanciare i dadi del caso mai avrei scommesso su un loro incontro. E invece nel dramma della loro storia spezzata era leggibile il segno di un legame reso fortissimo dalla distanza di due identità, dalla loro capacità di impersonare ciascuno la mitologia dell’altro» (p.164)

Il Grande Califfato

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Contiene un messaggio, anzi un avvertimento fondamentale, Il Grande Califfato di Domenico Quirico (Neri Pozza 2015): l’Occidente, prigioniero di una visione puramente economicista della realtà, non possiede oggi categorie interpretative adeguate per gli eventi che si stanno verificando all’interno del mondo musulmano sotto il segno del totalitarismo islamico globale (p.13). Quirico negli ultimi vent’anni ha percorso campi di battaglia e luoghi di violenza scatenata in cui protagonista, in un modo o nell’altro, è l’Islam in una delle sue declinazioni. Dalla Bosnia all’Algeria, dalla Siria all’Iraq alla Libia, il suo sguardo instancabile coglie i particolari e l’insieme, mentre lui incontra persone, interroga, ascolta, e infine compone un quadro che possiamo soltanto definire estremamente inquietante. Diciamo che Quirico, come mostra anche la sua tesissima prosa, porta la missione di corrispondente di guerra al suo estremo, fino al famoso episodio della sua prigionia di cinque mesi in mano a fanatici che avrebbero potuto ucciderlo da un minuto all’altro, per i quali una vita umana vale meno di nulla, fino al suo a rincorrere la violenza scatenata in ogni angolo del mondo arabo e musulmano per poter dare un senso al tutto, per trovare il bandolo di una matassa della cui esistenza i più, da noi, sembrano non accorgersi. Poiché «Non c’è da sperare soccorso dai nostri luoghi comuni ordinari. Non avendo osservato nel fondamentalismo islamico che l’esteriorità e il transitorio, non comprendiamo assolutamente nulla dei gesti nuovi e di sovrumana parvenza che non trovano l’analogo in alcun passato prossimo e che sembrano già appartenere a qualche indiscernibile futuro» (p. 48). La non comprensione occidentale secondo Quirico è anche una conseguenza della diversa velocità con cui scorre il tempo in Occidente e nelle terre in cui sta germinando lo stato islamico totalitario. Colà lo scorrere è molto più lento, e maggiori la pazienza e la capacità di attesa. Così, noi pensiamo che in Algeria tutto sia sistemato, che l’islamismo sia debellato, e invece così non è: ha solo rallentato, per il momento, il passo. E Quirico è stato il primo a capire che stava nascendo l’ISIS.
Similmente, noi non capiamo l’impulso che muove tanti giovani foreign fighters a marciare sotto le bandiere nere. Vi è, per Quirico, un cuore di luminosa tenebra pervasivo: la netta separazione tra puri e impuri tracciata da Dio, la condanna assoluta degli impuri alla distruzione, l’innocenza dello sterminatore agente di Dio. Essere portatori di una violenza illimitata e innocente, semplificata e semplificatrice, una violenza divina, questo è il primum movens, ciò che attrae chi si fa combattente dell’ISIS: «Che cosa governa un cuore? Il medico, il rapper, lo spacciatore lasciano come un vestito vecchio tutto ciò che noi crediamo fondamentale e attraente, la scienza che salva, la musica, il malaffare redditizio; e vanno a uccidere e morire per un Assoluto così crudele, in un Paese che non è il loro, neppure quello dei padri o nonni, dove aleggia l’alito dei luoghi infausti. C’è di che scoraggiare i settatori delle magnifiche sorti e dei fatali progressi.» (p. 90)
L’Occidente guarda, inorridisce e non vuole comprendere, il suo sguardo si ferma alla superficie. L’Algeria, ad esempio, è vicinissima, è legatissima alla Francia, e tuttavia chi ricorda più i tragici eventi di pochi anni fa? I lotofagi occidentali sembrano desiderosi solo dell’oblio… «La guerra sporca dei décideurs algerini ha solo impedito che il primo stato islamista nascesse all’inizio degli anni Novanta, invece che nel 2014. Abbiamo, grazie alle decine di migliaia di martiri algerini, guadagnato vent’anni. Che abbiamo dilapidato senza fare nulla» (p.117).

 

 

Eros e amicizia

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Ho appena terminato di leggere due libri che sembrano avere poco in comune: il romanzo di Anthony Trollope Il dottor Thorne, edito da Sellerio, e il Carteggio Cristina Campo – Alessandro Spina, edito da Morcelliana. Ma questi libri mi hanno fatto riflettere su molte cose, e in particolare sulla questione del rapporto tra eros e amicizia, e soprattutto sulla differenza tra i due.
Il dottor Thorne fa parte del ciclo del Barsetshire, questa contea immaginaria ma verosimile, e un primo motivo di godimento nella sua lettura sta proprio nella ciclicità come costruzione di un mondo parallelo, con numerosissimi personaggi che l’arte di Trollope rende vivi. Ma qui come sempre l’intreccio si fonda su una storia d’amore che le convenzioni sociali ostacolano in quanto l’amore richiede il matrimonio, e l’aristocrazia inglese non accetta un connubio tra sangue nobile e ignobile (a meno che questo non sia assistito da Mammona)…

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Cattivi insegnanti

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Si può essere cattivi insegnanti in molti modi, anzi in moltissimi, e lo si può essere anche a dispetto di una viva intelligenza e grande apertura culturale, della pratica delle innovazioni didattiche, e anche del successo conseguito presso allievi e famiglie, se lo spirito è intimamente guasto. Una delle tante anime grandi liquidate dalla Rivoluzione sovietica, e una delle supreme, Pavel Florenskij, raccontando ai figli la sua giovinezza (Ai miei figli. Memorie di giorni passati, Mondadori, Milano 2003), evoca ad un certo punto una figura della quale era stato intimo amico prima di scoprirne la tabe profonda: El’čaninov, che fece l’insegnante.

Per ogni occasione inventava nuovi metodi di insegnamento, risvegliava le menti e l’interesse, stimolava. Con lui si studiava con passione, ai suoi ammonimenti si obbediva volentieri e li si adempiva persi­no, e nella maggior parte dei casi egli poteva portare i suoi allievi dovunque volesse; solo di…

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La maledizione di Kafka

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Di Achmat Dangor – un musulmano di origine asiatica nato a Johannesburg – Frassinelli ha pubblicato La maledizione di Kafka (Kafka’s Curse, 1998, trad. it. di E. Capriolo, 2006). Un testo che deve aver avuto una gestazione complessa, non certo lineare, come testimonia la sua struttura, che riesce ad essere intricata a dispetto delle sole duecento pagine, al punto che l’autore ha pensato di premettere una tavola dei rapporti di parentela dei numerosi personaggi. Un titolo da letteratura molto alta.
Una pretesa forse eccessiva da parte di uno scrittore che non mi pare riesca a mantenere le promesse. La maledizione è quella di una metamorfosi verso il basso, che è chiaramente in relazione allo sradicamento del personaggio principale dalla propria cultura di origine.
Libro interessante tuttavia: se non altro perché fa capire al lettore italiano come il Sudafrica non sia fatto solo di bianchi e neri, come qui…

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Antisemitismo nella Bibbia

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Reca come sottotitolo Indagine sul Vangelo di Giovanni il bel libretto di Rudolf Pesch Antisemitismo nella Bibbia? (Antisemitismus in der Bibel? , 2005, trad. it. di M. Faggioli, Queriniana 2007). Il testo giovanneo, cui sono state nel tempo attribuite forti valenze gnostiche e un antisemitismo addirittura virulento, viene finemente analizzato da Pesch, che arriva alla conclusione che 1) Giovanni non è affatto gnostico; 2) non solo non è antisemita,  e semmai è interno alla logica del profetismo biblico, ma appartiene pienamente alla tradizione ebraica, dalla quale il Cristianesimo scaturisce. Le 160 pagine di Pesch sono ricche di riferimenti e fortemente argomentate. Riporto un passo che mi sembra molto significativo.

L’ODIO CHE COLPISCE ISRAELE, COLPISCE ANCHE LA CHIESA

La chiesa, che soccombe o rimane prigioniera dell’antigiudaismo, espelle l’ebreo Gesù – come gli avversari di Gesù in Israele lo volevano espellere dal popolo di Dio come falso Messia. Nella storia, a partire…

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Micronote 43

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1. Il problema non è l’opulenza in sé, ma la sua relazione alla povertà, ovvero il donde derivi quell’opulenza, e se alla sua radice vi sia o non vi sia la miseria di qualcuno. Del resto il “guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione” mica l’ha detto Savonarola, e per quanto si stiracchino interpretazioni e si forzino le parole di Gesù, starà lì fino alla fine dei tempi.

2. L’inflazione delle parole, la gigantesca bolla verbale che si è formata nella nostra epoca nel mondo occidentale, non ha alcun precedente storico. Mai le parole hanno avuto così scarso valore, mai il singolo individuo ha avuto la certezza che qualunque cosa dirà nessuno lo prenderà davvero sul serio, nessuno attribuirà al suo discorso il suo reale significato, tutti minimizzeranno, celieranno, non ascolteranno. Dal papa al più umile essere umano: il valore comunicativo della parola è quasi nullo, essa tende ad essere, al massimo, mero slogan. Mentre il mondo islamico davanti alle gesta dell’ISIS nella sostanza tace. Che vi sia un nesso?.

3. Vorrei sapere se i cattolici tradizionalisti e i loro amici ritengono che i papi siano scelti dai conclavi su ispirazione dello Spirito Santo, oppure no. Se lo ritengono, vorrei sapere perché hanno questo atteggiamento molto negativo verso Bergoglio. Si è papisti solo se il papa piace?

4. Il papismo è questo: il successore presente del Pietro romano comanda, tutti gli altri nella Chiesa monarchica obbediscono. Nella successione dei successori romani di Pietro cambiano gli orientamenti, l’imperium non muta mai, può variare solo la forza con cui viene maneggiato. Questa è la sua struttura, e finché si rimane nel papismo ci saranno quelli che apprezzano maggiormente un papa rispetto ad un altro, che temono le conseguenze del governo di questo o di quello, ma potranno condurre solo battaglie oblique, semicoperte, ovvero sostanzialmente ipocrite. Almeno in Italia..

5. Sembra che per alcuni ci sia in giro un sacco di comunisti. Io non li vedo proprio, ma forse perché penso ancora che dietro le parole vi debba essere un significato, e che con le parole si formino concetti. Ma per comunista cosa si intende oggi in Italia? Uno che lo è stato in anni lontani? Che so, come Giuliano Ferrara? Allo stesso modo si dovrebbe dare del socialista a Brunetta, a Cicchitto…

6. Penso che la stragrande maggioranza di quelli che credono nelle scie chimiche ritenga che la fonte di ogni male dell’Italia presente sia l’euro..

7. In una società estremamente complessa come la nostra, nessuno può avere una reale competenza in tutti gli ambiti, in cui pure deve prendere delle decisioni, come quella del voto politico. Ne consegue che quasi ovunque noi agiamo e pensiamo sulla base di continui e rinnovati atti di fede, assegnando o negando fiducia a questo o quello, sulla base di ciò che ci appare come orizzonte di plausibilità. Ad esempio, ai miei occhi, a causa dei miei orientamenti culturali, della mia formazione, e di coloro che assumo come credibili e degni di fiducia, le cosiddette scie chimiche sono una bufala situata al di là di ogni orizzonte di plausibilità per chi non sia un idiota (nel senso originario e non strettamente clinico-primo-novecentesco del termine)..

8. Posta la necessità di distinguere concettualmente islamici e islamisti, Islam e islamismo radicale, si può essere islamismofobi e non islamofobi, essere anti-islamistici e non anti-islamici?

9. “Solo l’ateo uccide in nome di Dio”. Quali bestialità vengono dette e scritte in questi giorni! Dunque erano atei i crociati, atei i seguaci di Maometto lanciati alla conquista, atei Giosuè e i suoi che sterminavano i Cananei… No, veramente non ci siamo. Il mondo ha ben conosciuto atei che ordinavano e pianificavano massacri, ma lo facevano in nome della razza, della rivoluzione, dello stato. La verità è che ogni essere umano, religioso o meno, deve confrontarsi con la violenza, il sacro, e le loro innumerevoli metamorfosi. In questi giorni, poi, è un dovere pensare molto e parlare poco, perché la ragione fugge dagli animi eccitati..

 10. “La violenza non paga mai!” Ma cosa dite? Farneticate? I grandi imperi, le grandi civiltà, e il nostro stesso attuale benessere, sono stati costruiti pacificamente?  Sarebbe meglio dire che la violenza non paga a tutti. Paga, e molto, ai vincitori..

11. Una domanda tuttavia mi inquieta: se l’ISIS realizzasse un solido Stato, questo tra qualche anno apparirebbe molto differente dall’attuale Arabia Saudita? Risponda chi sa..

12. La confusione tra critica e satira è spaventosa, un segno del declino della ragione europea. Quella che chiamano satira di solito è vacua e superficiale, spesso ignobile e disgustosa. Quanto al preteso diritto di blasfemia, mi pare coincidere col diritto di sputare su quello che per altri è la cosa più cara, o il senso stesso della vita. Sputate pure dunque, deformate, trasformate quelli che odiate in mostri o creature ripugnanti, espelleteli dall’umanità con le vostre vignette, e siate felici. Ma quale grande battaglia avete mai vinto coi vostri sputi colorati?  Ma a questo misero ornamento dell’oscurità, oggi sacralizzato dalla morte, non si contrappone nulla di luminoso, si oppone la micidiale serietà dei folli con le bandiere nere. In questo, e nel fatto che la satira in Europa goda di tanto prestigio, e tenda addirittura a sostituire la ragione politica, così che alla sovrana Economia dominante l’unica alternativa sono le sue pernacchie, è visibile in pieno la nostra attuale miseria..

13. Della barbarie saudita, di quello stato islamista che ha sequestrato anche La Mecca, quanto poco si parla. Sono alleati dell’Occidente, infatti, col pugnale dietro la schiena.

14. Facebook ha il merito di evidenziare quante persone si ritengano estranee alla massa, libere da condizionamento, esenti dai fenomeni di pensiero collettivo obbligato, e in grado di pensare autonomamente – essendo invece pienamente massificate, irrimediabilmente condizionate, pure particelle di pensiero collettivo, e totalmente confinate all’esterno del pensiero critico. In altre parole, umani ignoranti convinti di sapere, il cui pensare è il mero guscio del risentimento che li divora.

15. Dunque: se in giro c’è molto fuoco, e io mi penso libero e voglio affermare la mia libertà, vi lancerò benzina o acqua? This is the question.

16. Se cominciassero a distinguere arabo e islamico avrebbero fatto un bel passo avanti. Ma niente. Sono arrivato alla conclusione che l’informazione in Italia è gestita da qualche furbo e da molti idioti.

17. Prognosi: indifferenziazione crescente, impulsi mimetici massivi, capri espiatori come funghi dopo una pioggia di tardo agosto.

18. La struttura dell’informazione contemporanea inevitabilmente spinge i papi viaggiatori alla loquacità. Ma per sua natura questa stessa informazione ritaglia semplici segmenti di discorso e li consegna al circuito globale. Attorno a quei segmenti si generano vortici comunicativi che alterano il senso generale delle argomentazioni originarie. Ma questo i papi comunicatori non possono non saperlo. Come non possono non sapere che ogni loro parola verrà soppesata, usata e strumentalizzata. Ma rimangono loquaci, sono sempre più loquaci, e il processo appare inarrestabile.

19. I leoni, le tigri e gli altri animali in circhi e zoo stanno male? Cosa bisogna farne? (E i delfini nei delfinari?).  Da bambino adoravo i numeri di circo con tigri e leoni, di acrobati e pagliacci non ne volevo sapere. In realtà, porsi il problema se gli animali stiano bene o male (cosa che solo la specie umana fa) è anch’ essa una forma di antropocentrismo: in ogni caso quel che dovrebbe essere bene o male per l’animale lo decidiamo sempre noi, interpretando la realtà secondo i nostri parametri, in modo diverso a seconda delle culture e dei tempi.

20. L’illusione di essere un diverso, uno fuori dagli schemi, addirittura “uno che pensa contro la propria epoca”. Chi è pervaso da questa illusione mi fa una certa tenerezza, come tutti i cultori del proprio più o meno evanescente ego, come tutti gli umani dunque.

21. ANSA: “Tsipras trionfa, ma non ha la maggioranza assoluta”. Ma dunque cos’è in politica un trionfo? Io parlerei di trionfo di Tsipras se il suo partito avesse raccolto la maggioranza assoluta dei suffragi (non dei seggi) e potesse iniziare subito a governare da solo. Ma non è così, e il suo governo sarà di coalizione. Una coalizione non granitica.
In secondo luogo, quelli che dicono che “i Greci” si sono espressi in un certo modo ignorano che Tsipras è stato comunque scelto da una minoranza degli elettori, il 36%. Quindi è stato non-votato dal 64%. Senza contare gli astenuti e le schede bianche o nulle. Ma questo è un problema di tutte le democrazie, e più in profondità è un problema del linguaggio. 

22. Basta uno Tsipras, e gli orfanelli di sinistra, soprattutto quelli attempati, sentono spirare in sé l’aura dei beati elisi.

23. Ricordi infantili: quando uno o più prendevano in giro, deridevano o insultavano altri ragazzini, finiva quasi sempre a botte. La derisione per natura (umana) precede lo scontro fisico, e ha in sé un anticipo di violenza. Ignorare la derisione di cui si è oggetto, fare finta di nulla, è un’arte che si impara crescendo, in alcuni ambienti culturali, non certo in tutti, anche nell’Occidente contemporaneo. In alcuni contesti, se ti deridono e tu non reagisci sei giudicato un vigliacco. Diciamo che nella quasi totalità delle culture umane vi è un controllo della derisione, più o meno complesso e articolato, finalizzato alla regolazione della violenza che ne può scaturire.

24. Come mi immagino un girone infernale? Popolato da demoni autistici, a basso funzionamento e iperattivi.

25. Quando esigere che i debiti siano pagati diviene impossibile, quando riscuotere un credito è un miraggio, quando chi è in credito passa per oppressore, ogni fiducia nei rapporti tra persone, gruppi e nazioni tende a dissolversi, e il caos avanza.

26. Vi sono affamati di assoluto che finiscono per trovarlo come cenere, e nella loro illusione gli innalzano templi dentro di sé, e nel loro orgoglio convocano incessantemente altri ad adorarlo. Cioè ad adorare loro e la loro cenere.

27. Qualsiasi sia il livello culturale medio di una nazione, essa avrà sempre la sua plebaglia.

28. È mai esistita una società complessa e stratificata in cui la prostituzione non esistesse?

29. Per la prima volta nella storia la potenza egemone nell’Europa centro-occidentale non è quella dotata–attualmente–delle armi più distruttive e dell’esercito più forte.

30. L’Italia è demograficamente ansimante. Paese di vecchi. Tuttavia siamo attualmente 60 milioni. Facciamo finta che il trend delle nascite sia positivo: quanti milioni di persone potrebbero abitare decentemente il nostro ristretto territorio senza farlo collassare? 80? 90? 100? Dal punto di vista economico-demografico è ipotizzabile e auspicabile in Italia una crescita indefinita della popolazione?

31. Al caos delle parole e al vuoto dei concetti seguirà necessariamente il caos delle azioni.

32. La stragrande maggioranza degli Italiani è vissuta negli ultimi decenni nell’illusione di una pace perpetua, senza porsi mai seriamente il problema di chi e che cosa avrebbe dovuto garantirla, rifiutandosi di ragionare di eserciti e armi, e vedendo anzi le armi stesse come il diavolo. Una maggioranza degli Italiani, perché una minoranza, a destra come a sinistra, ha sempre considerato lecito un certo uso delle armi (per la nazione, per la classe, ecc.). La maggioranza, fossilizzata dietro la falsa idea di un ripudio assoluto della guerra nell’art. 11 della Costituzione – il ripudio c’è, ma è condizionato, altrimenti non avrebbe senso un esercito italiano, né il “sacro dovere” di difendere la patria (art. 52) – ha semplicemente girato la testa dall’altra parte, come se pace, tranquillità, benessere economico, ecc. ecc. fiorissero spontaneamente e non dentro un recinto difeso dalle ferrate legioni imperiali.

33. Vorrei suggerire ai Governi occidentali, che sembrano non aver capito ancora niente: appena si verifica un attentato islamista, un omicidio o una strage in nome del Profeta, schierate uomini armati a protezione delle sinagoghe e dei principali luoghi ebraici, per favore. Perché sempre il fanatico islamista dopo aver ammazzato un cristiano o un ateo cercherà inevitabilmente l’Ebreo.

34. Quelli che chiacchierano di islamismo radicale e di ISIS ripetendo come un mantra che “la religione non c’entra” sono creature della notte in cui tutte le vacche sono nere. Sono convinti che la religione sia uno strumento della politica, della religione hanno un concetto meramente strumentale. Religione come epifenomeno dell’economia, del rapporto tra classi, patologia psichica transeunte, ecc. ecc., tutta la panoplia concettuale prodotta da qualche secolo di illuminismo superficiale. Occorrerebbe guardare il mondo anche con lo sguardo dell’altro, un altro che è veramente altro, non un medesimo travestito. Per il Califfo e i suoi adepti la realtà è rovesciata rispetto alla nostra: per loro la politica è uno strumento della religione. Il progetto del Califfato è quello dell’instaurazione globale di quest’ordine di valori. La stragrande maggioranza di politici e intellettuali d’occidente non è attrezzata per comprendere questo.

35. La non-mediazione è la natura stessa dell’ISIS, la sua essenza profonda. Il suo successo, la sua forza propulsiva ed espansiva, ciò che fa andare i suoi guerrieri alla morte, che infonde in loro un coraggio sconosciuto agli occidentali, è proprio questa non-mediazione, che per loro ha il nome di Allah. Questo è anche, esattamente, quello che attrae sotto le bandiere nere giovani di ogni estrazione sociale e culturale. Se l’ISIS abbracciasse una qualche forma di mediazione (qual è ad esempio la via diplomatica, in cui i nostri uomini politici continuano ad avere fiducia), perderebbe ogni attrattiva perché verrebbe meno alla sua intima ragion d’essere, e si sgonfierebbe. Ma non lo farà mai. L’ISIS non è uno tra i tanti gruppi islamisti, è una cosa nuova: non può trattare, ma solo combattere e uccidere, questo occorre averlo sempre ben presente. L’ISIS è la guerra santa, e come un magnete attirerà a sé elementi da ogni parte del globo, e spento da una parte si rianimerà da un’altra. Sarà una guerra lunghissima, pervasiva e devastante. Ma voi pensate al campionato di calcio, bravi ragazzi.

36. La rimozione della guerra da parte della coscienza nazionale italiana (chiamiamola così) è arrivata a tal punto che nemmeno la guerra partigiana è stata chiamata tale, ma lotta partigiana, come le lotte operaie combattute senza armi.

37. In tutto il mondo, e massimamente in Italia, appare sottovalutato l’immenso potere della Cialtroneria, alla quale moltissimi sono segretamente affiliati.

38. Giochetti di parole. “Democrazia è una parola greca, aiutiamo la Grecia!”. Se è per quello, anche oligarchia, demagogia e tirannide sono parole greche. Finiscono male quelli che danno se stessi in pasto ai nomi.

 

Il tenente Sturm

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Ne Il tenente Sturm (Sturm, 1923, trad. it. A. Iadicicco, Guanda 2000) Ernst Jünger mostra bene come il senso dell’annullamento, e in particolare quello della propria destinazione al nulla, sia strettamente e originariamente connesso alla violenza scatenata. Come percezione, intendo, non certo come concetto filosofico. La morte di massa nel 1914-18 assume il carattere dell’annientamento, vi si attua un passaggio decisivo nella comprensione della guerra e della morte (che ciò non salvi da altre guerre è un dato pacifico).
L’esperienza del Fronte Occidentale nella Prima Guerra Mondiale ha carattere rivelativo ed iniziatico, ma ciò cui inizia, il sapere indicibile che comunica agli epopti, è il sapere del nulla. Trovo molto significativi i seguenti due passi. Nel primo Sturm fa il cecchino, e spara ad un soldato inglese. La cosa è normale, ovvero è normale, in guerra, che due che forse avrebbero qualcosa da comunicarsi e magari potrebbero essere…

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Avvicinamenti

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Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza di Ernst Jünger (Annäherungen. Drogen und Rausch, 1970, trad. it. di C. Sandrin e U. Ugazio, Guanda, Parma 2006) è un libro sull’ampiamento della coscienza ed il superamento della condizione normale, nel senso dell’eccitazione e/o dello stordimento, che lo stesso autore in vari momenti della sua vita ha voluto sperimentare. In realtà, si tratta di una ricerca antropologica, entro la quale mi sembra che si possano cogliere, più che in altri testi, il fondamentale paganesimo jungeriano e i suoi legami essenziali con la visione romantico-tedesca della Natura e della Totalità.
Si veda questo passo sul suolo e la notte.

È singolare che vi sia più vita sottoterra che alla luce del giorno, vita più delicata, più fine. Tutti questi germi, fibre, miceli, uova, nematodi appaiono solo quando un colpo di vanga li porta alla luce, che rapidamente li distrugge. Eppure è la radice ad…

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