Una parete sottile

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Mi sono sempre piaciuti quelli che iniziano a narrare dopo aver vissuto, come il grande Theodor Fontane. Così mi sono accostato con preventiva simpatia a Una parete sottile di Enrico Regazzoni, classe 1948 (Neri Pozza 2014). Un romanzo in grado di riconciliare con la narrativa italiana contemporanea anche quelli che non ne sono entusiasti. Storia di una formazione, di un bambino che si fa adolescente e conosce la musica, l’eros, la perdita, l’incanto del mondo e il dolore, libro della ricostruzione di una memoria sensata, Una parete sottile è un testo elegiaco e riflessivo, tessuto sapientemente con una scrittura davvero solida e insieme delicata. C’è una voce narrante, un io maturo che rivisita il suo passato con un’alta consapevolezza. «Chissà se ci sono le parole, se esiste un incastro di frasi che renda l’idea di quello scatto di conoscenza, o di riconoscimento, che ben poche volte ci si presenta nel corso di una vita intera. Siamo avvezzi ad accumulare il sapere e l’esperienza in totale assenza di consapevolezza, un pulviscolo di dati sensibili che si depositano dentro di noi come strati geologici e nel tempo restituiscono segnali più o meno misteriosi. Ma può accadere, molto raramente, che questa conoscenza interiore si palesi come tale nel preciso istante del suo accadimento: d’un tratto, allora, sappiamo di sapere e sappiamo anche che quanto abbiamo appreso non dipende da noi e dunque non sarà mai modificabile, è come un pezzo della nostra identità che ci è apparso» (p. 38). L’identità del narrante coincide con quella del protagonista giovane. Coincide? Il rapporto al tempo è uno dei cardini dell’identità personale, che è tale, e insieme una non-identità. «Allora non avrei saputo dare queste parole alle mie sensazioni, ma oggi so che erano queste. Del resto, qual è il lascito dell’esperienza se non le parole per le emozioni del passato? » (p. 75).  Privo da sempre del padre, morto in un incidente, il protagonista cresce con la madre, che riempie il vuoto con un’insonne attività di traduttrice. Oltre la sottile parete della sua cameretta, il bambino percepisce la vita dei vicini: una famiglia felice. Ad un certo punto, anche quel padre muore, lasciando ai quattro figli e alla moglie il vuoto della sua assenza. E anche questa donna affronta l’assenza con un’azione: suonare il piano. Ogni sera, per anni, il bambino che diventa ragazzo ascolta quelle musiche, e ne è stregato. Sublimazione del dolore, lotta col vuoto, ricordo di una felicità che sarebbe stata possibile e di una felicità che fu piena e non è più: un intreccio che oscilla tra aperture e chiusure di senso. Infine, dopo una stagione d’amore tra l’ormai diciassettenne e una vitalissima assistente della madre nel lavoro di traduzione, una risposta alla domanda che il ragazzo si pone sulla natura della felicità amorosa, sul perché una coppia evidentemente così eterogenea come quella dei vicini sia stata con tutta evidenza così felice. «Mi sono spesso domandato, in seguito, perché li immaginai così e l’unica risposta che ho trovato è che la vicinanza è di certo una buona misura dell’amore ma in certi casi anche la lontananza lo è. Il più delle volte un legame sentimentale esprime un bisogno di rassicurazione ed è normale che si finisca per vivere accanto a una persona in cui ci sembra di ritrovare noi stessi, come uno specchio che ci fa apparire migliori. Però esistono animi, forse più intrepidi o forse soltanto più infantili, che affidano alla loro ricerca la mancanza di ciò che non sapranno e non saranno mai, persone che dall’amore si aspettano il fascino delle cose ignote più che il tepore di quelle note e che preferiscono vivere accanto a una stella che a uno specchio. Costoro, forse, avvertono la necessità di essere completati più che capiti e negli anni l’inconoscibilità dell’altro tiene in vita una sottile mancanza e si trasforma in qualcosa di simile ad un sogno mai compiuto. Quei due mi erano sempre sembrati molto diversi fra loro, al punto che se fosse toccato a me lanciare i dadi del caso mai avrei scommesso su un loro incontro. E invece nel dramma della loro storia spezzata era leggibile il segno di un legame reso fortissimo dalla distanza di due identità, dalla loro capacità di impersonare ciascuno la mitologia dell’altro» (p.164)

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