Il potere del cane

Avatar di Fabio BrottoBrotture

copj13Settecento pagine scritte impeccabilmente, una macchina narrativa perfetta. Il potere del cane che dà il titolo al poderoso romanzo di Don Winslow The Power of the Dog (2005, trad. it di G. Costigliola, Einaudi 2009) è quello della violenza scatenata, che massacra uomini, donne e bambini nel Messico dei narcotrafficanti. In realtà, qualcosa in questo libro evoca la Trilogia di Cormac McCarthy, benché non vi siano le sue profondità antropologiche e metafisiche: il Messico del sangue sparso e dell’immensa linea di confine continuamente varcata nei due sensi. Ma questo è il Messico dei narcotrafficanti in senso letterale: essi lo possiedono, in un’alleanza diabolica con politici, ecclesiastici, servizi segreti statunitensi e polizie locali e federali. L’insaziabile sete di droga di New York e Los Angeles produce un fiume di denaro che corrompe ogni cosa. Nella vicenda narrata da Winslow ci sono molti personaggi, tutti ben disegnati in chiaroscuro. Alcuni sono vicini ad…

View original post 221 altre parole

Nomi, cose, città.

Avatar di Fabio BrottoBrotture

copj13

Ha come sottotitolo Viaggio nell’Italia che compra questo simpatico libro di Arnaldo Greco  Nomi, cose, città (Fandango 2009). Scritto con umorismo, è tuttavia molto serio nei suoi contenuti profondi. Dipinge un Paese che non sa dove va, dilaniato tra la ricerca della novità a tutti i costi e una difesa delle tradizioni volonterosa ma spesso ingenua e rozza.
Il quadro che Greco dipinge dell’Italia consumistica di oggi è molto variegato. Da un punto di vista antropologico è anche molto interessante, poiché vi si evidenza l’attuale fondersi di omologazione e frammentazione. Il modo in cui un popolo si nutre, la sua cucina, le sue abitudini alimentari sono sempre altamente significativi del suo ethos. L’Italia è un centone di cucine locali che dialogano tra loro e che mutano nella convinzione errata di rimanere fedeli a se stesse. Con fenomeni strani, come il dilagare del sushi a Milano, o le mutazioni del…

View original post 48 altre parole

Un ebreo marginale 3

cop

E con questo volume (l’originale è uscito nel 2001, la traduzione italiana di L. De Santis e L. Ferrari è del 2003, l’edizione che ho in mano è la terza) ho finora letto circa 2.400 pagine dell’immane ricerca di John P. Meier Un ebreo marginale (il terzo volume è dedicato a compagni e antagonisti di Gesù). Qui il discorso è sui discepoli, sui Dodici, e su gruppi come i Farisei, i Sadducei, i Qumraniti (la questione degli Esseni). Alla fine si conferma l’immagine di un Gesù sfuggente ad ogni inquadramento, sia per la scarsità del materiale sicuramente storico, sia perché quello solido ci dipinge un uomo davvero singolare all’interno del panorama giudaico a lui contemporaneo, di cui condivide molto, ma certo non tutto, sì che si può assimilare per qualche aspetto ai Farisei, per altri al mainstream religioso ebraico del tempo, per altri ai seguaci di Giovanni, ecc. Ma secondo Meier è caratterizzato dal concepirsi come il profeta escatologico dei tempi ultimi, venuto a segnare l’inizio del regno di Dio su Israele e il mondo, nuovo e definitivo Elia, che vieta il digiuno volontario e invita tutti al banchetto escatologico, del quale la commensalità con pubblicani e peccatori è il piccolo inizio.

C’era una volta una famiglia

Avatar di Fabio BrottoBrotture

copj13

Shivà sono i sette giorni di lutto che gli israeliti osservano per il padre, la madre o un fratello. Durante questi sette giorni si sta in casa, ricevendo parenti, vicini e amici della persona scomparsa. Il romanzo di Lizzie Doron C’era una volta una famiglia (2002, trad. di S. Vogelmann, Giuntina 2009) è il racconto di una shivà, quella della narratrice per sua madre, a Tel Aviv. Durante questa shivà, raccontata giorno per giorno, compaiono numerose figure che evocano il passato della protagonista e della madre. Una madre che viene dal mondo di , quello in cui è avvenuta la Shoah, mentre la figlia è nata qua, in Israele, è una sabra.
Accogliere nuovi immigrati è sempre difficile. Lo è anche quando le differenze sono limitate, ad esempio quando la religione è la stessa, ma l’accento è differente, la lingua è un’altra lingua. È una legge…

View original post 537 altre parole

Si fa presto a dire cotto

Avatar di Fabio BrottoBrotture

copj13

Si fa presto a dire cotto è il titolo di un gustosissimo e nutriente saggio di Marino Niola (sottotitolo Un antropologo in cucina, il Mulino 2009). In brevi ben pepati capitoletti Niola esplora la valenza antropologica del cibo, della sua preparazione, e dell’interpretazione che le culture umane forniscono di una attività, quella del nutrirsi, che solo la nostra specie, padrona del fuoco, ha introdotto nell’orizzonte della rappresentazione, senza la quale rimarrebbe cosa puramente animale. Dal libretto si apprende molto, anche, ad esempio che la tempura giapponese, ovvero quel fritto di verdure sminuzzatissime oggi di moda, ha un nome che deriva dal latino tempora, e ha a che fare coi missionari cattolici che nel Cinquecento tentarono l’evangelizzazione del Giappone. Durante i periodi dell’anno liturgico (tempora in latino) in cui ci si doveva limitare nel cibo, mangiando di magro, i Portoghesi preparavano verdure fritte impastellate. I Giapponesi copiarono la tecnica…

View original post 489 altre parole

Di chiunque siano figli

d2698c20a0_8356785_med

I problemi legati alla difficile condizione delle persone con autismo adulte e delle loro famiglie stanno ottenendo una visibilità un po’ più ampia di quella che era data loro fino a poco tempo fa, che era pressoché nulla. I bambini autistici diventano adulti autistici, e molti lo sono già. Per loro c’è tuttora ben poco, c’è ben poco di veramente degno di un essere umano, e quando vi è a livello di strutture non è detto che vi sia a livello di trattamento e di vita quotidiana, come dimostra il bel libro di Gianfranco Vitale Mio figlio è autistico. È vero che qua e là nel Paese sono sorte iniziative, spesso fortemente spinte se non create dai familiari, di buon livello, residenze per il dopo di noi, attività aperte a persone adulte con autismo, ecc., ma quante sono rispetto ai bisogni effettivi? Quanti sono gli autistici che possano dire (o lo possano dire le loro famiglie) di avere ottenuto una risposta chiara e stabile alla domanda di una prospettiva di vita non disumana? A me sembra che tutti gli indicatori ci dicano che il loro numero è basso. Il quadro legislativo nazionale e regionale resta generico, l’impegno finanziario pubblico in epoca di tagli del tutto inconsistente, il passaggio dalle parole—spesso bellissime—ai fatti sempre molto problematico. Quanti sono oggi i genitori di un sedicenne con autismo che possano dire di aver chiara quale sarà la vita futura di suo figlio, che cosa sarà di lui appena sarà finita la sua carriera scolastica, cosa ne sarà a vent’anni, a trenta, a quaranta? Per parlare di un territorio che conosco, le famiglie di Treviso non lo sanno assolutamente, perché da noi risposte non ci sono, se non in termini vaghi: “qualcosa si sta pensando, vedremo”, ma intanto nessun autistico adulto della provincia trova luoghi veramente accoglienti per lui. Ripeto: qui si tratta di diritto soggettivo ad una vita non disumana. Si tratta di sopravvivenza delle famiglie. Si esprime bene e argomentatamente su questa complessa e difficile materia Gianfranco Vitale: Il 2 Aprile dell’autismo: scrivo ai Presidenti e al Papa. Ed è ampiamente condivisibile anche quello che scrive Rosa Mauro: Trattate i nostri figli come Persone, basterà!. Se è vero che la celebrazione della Giornata Mondiale del 2 Aprile al Quirinale ha avuto un suo significato, si fa male ad enfatizzarlo troppo, come si fa male ad esaltare i risultati ottenuti con una proposta di legge che appare come un involucro lontano dall’approvazione definitiva, ancora aperto a modifiche e integrazioni anche pericolose, e infine rimandato alle Regioni per una efficacia reale sul territorio che in epoca di tagli al welfare è molto dubbia. Ma si comprende come i vertici di un’associazione nazionale come l’ANGSA tengano molto alla visibilità e ai risultati politici delle loro iniziative, e difendano a spada tratta le loro posizioni contro tutti coloro che sembrino sminuirle o contrastarle. Stefania Stellino, ad esempio, difende con vigore il senso della Giornata col Presidente Mattarella: Al centro, quel giorno, sono state le Persone con autismo. E Rosa Mauro replica con argomentazioni che condivido: Quel che chiedevo sull’autismo. Il dibattito su Superando.it è accalorato, ma non supera i limiti posti dal dovere di non disprezzare coloro con cui si discute—e di sforzarsi di comprendere le loro ragioni anche eventualmente sottoponendo a revisione critica e interrogazione le proprie—finché, sorprendente in questo quadro, ma fino a un certo punto, Carlo Hanau interviene con pesantezza sui rilievi mossi da Rosa Mauro: Non mancano le iniziative per l’autismo in età adulta. Ove tra l’altro si legge: «ritengo che lei, come moltissime altre persone genitori o parenti di persone con autismo, non faccia parte attiva di un’Associazione che opera a livello nazionale e regionale, perché se così fosse saprebbe che sul tema dell’inclusione lavorativa e sociale delle persone con autismo e in generale con disabilità, dopo il compimento dei 18 anni, vi sono già da tempo iniziative per migliorare drasticamente il quadro giuridico e la situazione reale.» A parte il tono sprezzante con cui si esprime Hanau, mi chiedo se i familiari delle famiglie con una persona autistica che ha compiuto i 18 anni debbano essere all’oscuro delle iniziative tese a migliorare drasticamente la situazione solo per il fatto di non far parte dell’ANGSA. I cittadini non dovrebbero ricevere queste informazioni dai servizi sociali e sanitari? Perché se solo il far parte di una associazione garantisse informazioni vitali, ci troveremmo di fronte ad una vera mostruosità sul piano umano e civile. Mi chiedo se Hanau si renda conto di quello che ha scritto, o se padroneggi il linguaggio in modo precario. Hanau si diffonde poi sui bei risultati ottenuti in Emilia-Romagna, che tuttavia non sono poi così generalizzati. Forse oggi tutte le persone autistiche adulte di quella Regione sono sistemate in modo decente e umano? Ma si comprende come chi ragiona da politico intenda sempre difendere il proprio operato e i risultati ottenuti, e veda ogni rilievo e critica come un attacco da parare. In ogni caso, Hanau non può affermare che in tutta Italia (e non solo nella sua Regione) la condizione delle famiglie degli adulti con autismo non sia grave. Perché anche nel più ricco Nord (vedi l’esperienza di Vitale) la situazione è grave o gravissima, e gli autistici sistemati per la vita in modo non disumano sono un’infima minoranza. Alla quale, nota finale, mio figlio e molti altri ragazzi che conosco, sicuramente non appartengono. Mi associo pertanto alla nota di Gianfranco Vitale Per tutte le persone con autismo, ovunque vivano. E sottolineo ovunque vivano, aggiungendo di chiunque siano figli.

Quattro Riforme

10985223_833737113328557_6444267868165833067_n

Quattro “riforme” della scuola in 20 anni: Berlinguer, Moratti, Gelmini, Giannini. Ognuna si è venduta come epocale, ognuna riposando su una menzogna costitutiva, unica ma con molti volti. Che la Riforma presente adatti la scuola all’Italia che cambia; che il cambiamento sia per sé stesso positivo; che la scuola debba integrarsi col mondo del lavoro perché così poi all’uscita gli studenti troveranno quel posto di lavoro che giustifica il loro essere studenti; che la scuola formi cittadini a prescindere dai contenuti dell’insegnamento; che tutte le discipline abbiano lo stesso valore; che le scuole siano delle aziende; che gli insegnanti siano funzioni; che la cultura e lo studio siano irrilevanti; che la scuola debba insegnare tutto; che l’educazione scolastica sia una realtà totalizzante che deve curare anche l’educazione sentimentale dei giovani; che gli studenti a scuola debbano essere felici; che la fatica e lo sforzo debbano essere banditi; che la responsabilità personale sia una questione irrilevante nei docenti come nei loro studenti; che ogni forma di competizione tra allievi debba essere bandita; che il singolo debba essere anzitutto solidale col suo gruppo. Le facce del prisma sono più numerose, ne ho elencate solo alcune: ma la menzogna è pervasiva, e ormai non è pensabile alcun risorgimento: la scuola dello Stato italiano ha concluso il suo ciclo. Resta qua e là qualche isoletta virtuosa, destinata ad essere annientata dallo tsunami.

Viaggi da Fermo

Avatar di Fabio BrottoBrotture

copj13

Un sillabario piceno è il sottotitolo del piacevole Viaggi da Fermo di Angelo Ferracuti (Laterza 2009). Sono memorie, riflessioni e descrizioni brevi, incontri con una varia umanità sul suolo piceno, dal famoso artista alla prostituta(o) di strada. È insieme il ritratto di una regione e una narrazione di una vita, di un uomo Ferracuti che è stato militante di una sinistra anarcoide-libertaria e ora si trova in difficoltà col mondo presente, dominato da un capitalismo amorale e famelico, e ha una forte nostalgia di tempi antropologicamente differenti (incarnati dal volto del contadino comunista buono). Il fondo del libro è un forte senso di nostalgia per ciò che è tramontato. E mi viene in mente ciò che scrive Marco Santagata in Voglio una vita come la mia, parlando dei cinquanta-sessantenni italiani come l’ultima generazione che ha avuto un vero contatto con la natura.
Riporto una pagina che trovo molto bella, e…

View original post 318 altre parole

Cairo Automobile Club

Asw

“Ho passato la vita a occuparmi di servitori, mister Wright, e li conosco come le mie tasche. La servitù lavora adeguatamente solo se ha paura, e non ha paura se non sa che, in qualsiasi momento, potrebbe essere punita per un motivo qualsiasi, o magari anche per niente. Se un servo ha troppa fiducia in se stesso e nelle proprie capacità, se confida nella giustizia, se sente di avere dei diritti, allora è giocoforza che si ribelli. I diritti rovinano la servitù. Chi è abituato a ubbidire non può capire cosa sono. Se rispetti un servo, ti danneggerà. Per lui, il rispetto è un concetto difficile, lo considera una forma di debolezza. E per quanto si lamenti della severità del padrone, ne capisce le ragioni e le rispetta.” (pp. 210-211) Questo è il credo del Kao, il camerlengo del re d’Egitto e feroce capo del personale dell’Automobile Club del Cairo, uno dei personaggi del romanzone di ‘Ala al-Aswani Cairo Automobile Club (Nadi al-sayarat, 2013, trad. it. di E. Bartuli e C. Dozio, Feltrinelli 2014). Ricco, sfaccettato, costruito su più registri, dal comico quasi-scurrile al tragico, con diverse voci narranti, il romanzo di ‘Ala al-Aswani narra una storia, o meglio una serie intrecciata di storie ambientate alla fine degli anni Quaranta, quando l’Egitto è ancora sotto il controllo inglese. Il tema di fondo è quello della dignità, questa realtà umana fondamentale, questo valore di cui non si può fare a meno, ma che sfugge ad ogni tentativo di definizione permanente e onnicomprensiva, e che meglio si presta all’incarnazione narrativa. Per la dignità si può morire, sia nel tentativo di affermarla contro le forze che la vogliono annientare, sia nel caso di una insopportabile offesa. Abdelaziz Hamam, un tempo ricco possidente dell’Alto Egitto, riesce a sopportare la caduta nella povertà, riesce a reggere un lavoro subordinato all’Automobile Club, ma l’offesa morale alla sua dignità umana che gli reca una punizione corporale inflittagli dal Kao lo fa morire. Non di solo pane vive l’essere umano, ma anche di dignità, questo è il tema del libro, che tesse numerose vite alla luce della loro ricerca di un dignitoso posto nel mondo. La morte del padre priva i figli, di un punto di riferimento solido, ed essi cercano in forme diverse e ciascuno secondo la propria indole una realizzazione che deve fare i conti con le condizioni politico-sociali dell’Egitto.

C’è sempre bisogno di tempo per assorbire le disgrazie che ti colpiscono con la forza e la rapidità di un fulmine, ma possono volerci anche anni per realizzare appieno cosa significa la morte del proprio padre. Per capire cosa vuol dire ritrovarti nudo, allo scoperto, da solo, debole, senza sostegno, facile bersaglio di qualsiasi attacco, assediato da un destino che ti avvolge nella sua ombra come farebbe Roc, l’uccello mitologico, e ti fa capire che quel che è successo a tuo padre può capitare a chiunque. Al mattino, lo vedi, ci parli e ci ridi; a sera, torni a casa, ed è già cadavere; il giorno dopo, lo accompagni al cimitero: cosa può esserci di più sconcertante? Com’è possibile che tuo padre, la solida creatura che da sempre è il pilastro portante della tua vita, sia diventato, così di colpo, un ricordo di cui parlare, adesso, aggiungendo al suo nome la formula: “Pace all’anima sua”? (p. 158)

Il treno e il tempo

Avatar di Fabio BrottoGuido e l'autismo

DSC01265

Eccolo al finestrino, che contempla beato il movimento del paesaggio che scorre. Guido ha sempre avuto un forte interesse per i mezzi di trasporto. Ha sempre amato auto, pullman, autobus e treni. Gli piacerebbe anche il tram, ma non ha mai potuto provarlo. Il fatto che gli piaccia moltissimo viaggiare non significa però un interesse per la rappresentazione simbolica dei mezzi, nel senso che lui non ha mai giocato con un’automobilina o un trenino. Guido è estraneo al mondo della rappresentazione, se non nella forma limitatissima della corrispondenza tra un’immagine e una realtà, a scopo pratico-immediato, che gli consente di richiedere, che so, di andare a casa indicando l’immagine che rappresenta la casa stessa. Ma tutto si ferma lì. Il passo ulteriore, quello del gioco simbolico, lui non l’ha mai fatto. Se è per quello, nemmeno il passetto di utilizzare contemporaneamente più immagini per comunicare un’intenzione complessa (ad esempio andare…

View original post 352 altre parole