Tra il 1876 ed il 1976, più di 25.800.000 persone lasciano la penisola. Nel 1901 eravamo quasi 33 milioni, oggi siamo quasi 60. La penisola è piccola, il territorio in gran parte montagnoso, le pianure urbanizzabili poche, e tutte fortemente antropizzate. Piene di industrie, di capannoni, di strade, di case. Ci dicono che dovremmo crescere, fare più figli, per il bene del Sistema. Nessuno dice mai quante persone, ragionevolmente, dovrebbero vivere in Italia senza che tutto collassi.
Sciocchezze, le mie, pensiero apocalittico improduttivo. Il vero problema sono i provvedimenti contro i lavavetri. Continua a leggere
The Genealogy of Violence
Nella mia ricerca ho notato che grandi pensatori e i loro seguaci tendono ad operare in un ingiustificabile isolamento gli uni dagli altri. Barth fa dei commenti su Kierkegaard che rivelano, a volte, una carenza di lettura accurata e di interpretazione; egli probabilmente non ha mai letto nulla di Voegelin. Voegelin raramente fa qualche menzione di Kierkegaard o Barth e molto probabilmente non ha letto nulla di Girard. Girard raramente cita Kierkegaard o Barth e molto probabilmente non ha letto nulla di Voegelin. Trovo questa situazione frustrante e sconcertante, un fallimento dell’erudizione su certi punti capitali ove esiste la più grande potenzialità di dialogo e di reciproca fecondazione. Superare questo ingiustificabile isolamento, e portare questi pensatori a dialogare tra loro è per me un obiettivo primario.
Scrive così Charles Bellinger nell’introduzione (p.11) al suo The Genealogy of Violence, che ha come sottotitolo Reflections on Creation, Freedom and Evil (Oxford University Press, New York, 2001). Bellinger cerca di vedere Kierkegaard in una nuova luce, tale che possa rendere sensata una sua interazione, per così dire, con René Girard. Coordinando la teoria girardiana della dimensione orizzontale del desiderio e del capro espiatorio con la visione kierkegaardiana della dimensione verticale dell’esistenza in relazione con Dio, Bellinger pensa di poter formulare una teoria teologica delle radici della violenza. La cosa più interessante, tra le tante interessanti, che ho trovato in questo libro è il parallelo tra due pensatori in apparenza così diversi come Girard e Kierkegaard nel concetto di una Caduta del Cristianesimo: nella logica sacrificale, secondo Girard, nella Cristianità borghese secondo Kierkegaard: entrambi i pensatori secondo Bellinger sono qualificabili come “anabattisti”, in quanto il Cristianesimo per risorgere deve tornare all’origine, e l’origine è l’Evangelo di Gesù Cristo.
La teoria psicologica di Girard comincia con la percezione di una manchevolezza esistenziale, il motore che spinge il desiderio mimetico e la rivalità. Ma perché gli esseri umani hanno questa percezione di manchevolezza? Questo è il genere di domanda fondamentale cui la scienza sociale “empirica” non può rispondere, proprio come una scienza fisica “empirica” non può dire che cosa abbia preceduto il Big Bang. Il pensiero di Kierkegaard suggerisce una risposta teologica a questa domanda. Noi abbiamo questa percezione di manchevolezza perché siamo creature la cui creazione non è terminata. Siamo immaturi. Non siamo ancora arrivati al telos della nostra esistenza. Siamo implicati nel processo della creazione, che è in corso. In questa prospettiva di fondo, il pensiero di Kierkegaard mostra come la teoria secolare e orizzontale di Girard possa essere sviluppata fino al più profondo livello di intuizione teologica. (p. 74)
Conversazione sul male
L’ancora del mediterraneo ha pubblicato, nel 2000, un dialogo tra Gustaw Herling ed Édith de la Héronnière, dal titolo Variazioni sulle tenebre. Conversazione sul male. Ne riporto l’inizio.
Come intende cominciare?
Vorrei cominciare da un racconto. Durante l’estate dello scorso anno è venuto da me un giovane studente del seminario religioso superiore della città polacca di Pelplin, per una breve intervista. Avendo letto alcuni miei libri, era interessato al mio atteggiamento in rapporto al Male. Secondo lui, giovane seminarista, il Male può essere definito come l’assenza del Bene. Questo punto di vista è estremamente diffuso tra i cattolici, per i quali il Male è semplicemente mancanza del Bene, una specie di disordine causato da rapporti non corretti, non precisi tra gli elementi del Bene. Il Male, cioè, ha origine da una disposizione irregolare degli elementi del Bene.
Il mio punto di vista a tal proposito è profondamente diverso. Sono manicheo. Sono del parere che il Male esista in modo immanente, come un fenomeno specifico, non riducibile dunque all’assenza del Bene, bensì dotato di una realtà propria e indipendente.
A tal riguardo vorrei citare, dalla prefazione di Krzysztof Pomian all’edizione francese del mio Diario scritto di notte, un passo particolarmente significativo: “La sensibilità di Herling è manichea, e tale è la metafisica sottesa alla sua opera. Ma il manicheismo non è certo un culto del Male. Esso ammette l’esistenza di due principi nettamente distinti, il cui scontro riempie la storia del mondo, del Bene e del Male, della Luce e delle Tenebre”.
Questa posizione, oltretutto, non è solo mia personale. Anche Simone Weil la condivideva, come testimonia questo brano tratto dalla Lettera a un religioso: “Per quello che posso capire non c’è vera differenza, se non nelle modalità espressive, tra la concezione manichea e quella cristiana nel rapporto tra il Bene e il Male. La tradizione manichea, se studiata con sufficiente pietà e attenzione, è una di quelle in cui si può esser certi di trovare la verità”.
Preparando questa nostra conversazione ho approfondito l’argomento consultando dei testi, concentrando particolarmente l’attenzione su due volumi. Il primo è un’antologia polacca, La filosofia del male, nella quale sono raccolti brani di tre autori francesi, Jean Nabert, Gabriel Marcel e Paul Ricoeur. Il secondo libro che ho letto, o che piuttosto ho cercato di leggere, è quello di uno studioso polacco di filosofia, Cezary Wodzinski, che s’intitola Heidegger e il problema del male. Nel primo volume, l’antologia dei tre filosofi, soltanto Marcel, a mio avviso, ha compreso veramente cosa è essenziale nel fenomeno del Male. Infatti egli è l’unico a impiegare la parola “mistero” a proposito del Male, che non è generalmente utilizzata per un’ovvia ragione, poiché se il Male è semplicemente assenza del Bene, non è un mistero.
Solo di recente, all’interno dell’ambiente ecclesiastico, questa espressione sta conoscendo una certa diffusione, cosa che apprezzo. Molto spesso parla di “mistero del Male” l’arcivescovo di Milano, il cardinale Martini, e anche il teologo laico italiano, il biblista Sergio Quinzio, ha scritto un libro che prefigura il cristianesimo del futuro. In questo libro si racconta che l’ultimo papa della storia, il quale prenderà il nome di Pietro II – fatto che indica la fine del cristianesimo -, pubblicherà due encicliche, una delle quali si chiamerà Il mistero dell’iniquità, che di fatto significa il “mistero del Male”. Così oggigiorno si assiste sempre più spesso all’impiego della parola “mistero” a proposito del Male.
Pur non negando una predilezione per Marcel, un filosofo esistenzialista cristiano, non intendo sottovalutare Nabert e Ricoeur. Tutti e tre hanno sottolineato l’inesprimibilità del Male, il suo sottrarsi alla dicibilità. Nabert, per esempio, sostiene che è una chose injustifiable, perché se fosse giustificabile non sarebbe il Male. È dunque connaturato al fenomeno il fatto che nessuna parola riesca a esprimerlo. Da parte sua, Ricoeur definisce il Male come una sorta di sacrum negativo. Anche Marcel parla del sacro, ma considera il Male il risultato della scomparsa del sacrum nella nostra vita moderna. Secondo lui, è questa la ragione della diffusione inarrestabile del Male. Marcel aggiunge che l’assenza del sacrum rende tragico il mondo, lo costringe a un’esistenza di paura: “Les hommes sont contre l’humain”.
Particolarmente rilevante è la riflessione che Ricoeur pone a corollario delle sue tesi: c’è qualcosa di radicale nel Male, qualcosa di assolutamente indipendente, assurda, inspiegabile. L’unica sua possibile modalità di espressione è rappresentata – e sono perfettamente d’accordo con lui – dall’arte, in virtù della quale esso diviene un tremendum fascinosum.
Distruzione
Che distruzione e spettacolo siano intimamente connessi mi pare una cosa evidente. Più rifletto sulla spettacolarità, più mi convinco che essa è anzitutto visione della distruzione. Basta pensare a cosa distingue un film spettacolare da uno che non lo è. La distruzione può essere operata dalle forze della natura, e soprattutto dal fuoco, che esce dalla natura e si pone nelle nostre mani, e quindi può essere operata dagli uomini. Signoreggia il fuoco l’umano non-più-animale. Fuoco che ci attira irresistibilmente, come ha mostrato Canetti. Ci attira e ci terrorizza insieme, perché esso è tremendum et fascinans. Esso è dunque esattamente il Sacro, che è bello contemplare di lontano, evitando di esserne contagiati. Ed è anche la cifra della massa scatenata e furiosa. Il fuoco che avvolge Troia. Il falò attorno a cui uomini donne e bambini si stringono attoniti. Quello che i guerrieri scagliano sui nemici. Quello che avvolge il roveto in cui si manifesta l’Essere senza nome. Tutte le culture umane sognano di avere il potere del fuoco, e di rovesciarlo sulle altre culture, quelle che esse odiano.
Echi di un’autobiografia
«Il tempo e il luogo non hanno stabilità; il desiderio lascia solo melanconia: le ultime parole di uno dei brevi brani che costituiscono gli Echi di un’autobiografia di Naghib Mahfuz ( trad. A. Lamarra, con un’intensa prefazione di Nadine Gordimer, Tullio Pironti Editore, Napoli 1999) potrebbero rappresentare l’essenza di questo libro. Abbiamo qui il distillato di Mahfuz, giunto alla vecchiaia e ad una sapienza che presenta, nella diversità, molti punti di contatto con quella di un altro grande, prolifico vecchio della letteratura, Julien Green. Ad entrambi la vita è stata generosa di anni, di anni pieni, ed essi li hanno saputi usare per giungere alla saggezza: intensamente, drammaticamente cristiana in Green, come mostra il suo Journal, sufica o quasi-sufica in Mahfuz. Ciò che li unisce è la saggezza come accettazione delle contraddizioni dell’esistenza umana. Così, in Mahfuz come in Green la sensualità, ad esempio, non è negata ma compresa e vissuta in una sorta di Aufhebung che la supera mantenendola. Negli Echi Mahfuz trapassa dalle brevi narrazioni, prive di qualsiasi riferimento cronologico, ai detti attribuiti ad uno sceicco Abd-Rabbih al Ta’ih (l’orfano), che rinnovano un genere tradizionale. Questi non sono appunti per un’autobiografia, ma echi appunto, risonanze, che in una vecchiaia matura di sapienza raccontano di una vita vissuta fino in fondo: fisicamente, sentimentalmente, intellettualmente. Ne riporto qui alcune righe.
Il segreto della vita
Mi passò accanto nella mia reclusione come una rosa in boccio su uno stelo verdeggiante. Poi, i ricordi di quei giorni luminosi scorsero via in fretta e io fui preso dallo sgomento per il fuggire del tempo. Un giorno in cui mi lamentavo della vita con un mio saggio amico, egli così commentò:
“Puoi forse negare di avere avuto la tua parte del calore e della fragranza del mondo?” Io, allora, enumerai le cose belle che avevo ricevuto dalla vita e che erano una prova del favore dimostratomi da Colui che di tutto dispone, ed egli disse:
“Gli esempi che hai enumerato della tua buona sorte sono la prova che essa ha parteggiato per te”.
Dopo un breve silenzio mi chiese: “Non ricordi di aver provato gioia in quei momenti?”
“Ricordo un sentimento fugace di letizia sotto la palma dei datteri”, risposi.
“Il sapore, lo ricordi?”
“Delizioso, più di tutti i casi di buona sorte messi insieme”.
Alle mie parole egli replicò dolcemente: “Sappi che è questo il segreto della vita e della sua luce”.
tartaruga palustre

Emys orbicularis, la tartaruga palustre, un tempo molto diffusa nelle zone umide, nelle paludi e nei fossi dell’Italia del Nord. Da non confondersi con quelle tartarughine esotiche, terrapin dalle orecchie rosse, che negli ultimi anni sono state abbondantemente acquistate da molti per essere tenute negli acquari, e spesso poi liberate negli stagni, nei laghetti, ecc.
Negli anni Cinquanta, a Venezia, a Rialto o presso il Ponte dell’Accademia, un vecchio con un grande mastello di ferro pieno di tartarughe palustri le vendeva per pochi soldi. La gente le comprava per i bambini. Ma pochi sapevano che si trattava di tartarughe palustri carnivore, e i più cercavano di alimentarle con pane e latte e frutta e insalata, e le tenevano all’asciutto, come tartarughe terrestri. Finivano per morire quasi tutte, disidratate e affamate. Andò così per la prima che ebbi. Ma poi, nel 1962, grazie all’enciclopedia sugli animali Natura viva, compresi tutto: ne comprai due, e le tenni in un catino di plastica con poche dita d’acqua, in cui si trovavano benissimo (così mi pareva). Le alimentavo con larve e lombrichi che andavo a raccogliere in giardino per loro, e con qualche pesciolino, di quelli che pescavo nel canale sotto casa mia. Vederle mangiare era bellissimo. Ma infine la loro condizione di prigioniere mi sembrò indegna del loro valore e della loro vitalità, e le liberai in campagna, lungo un fiume. Spero che abbiano avuto lunga vita felice.
Ma ripenso a quel vecchio che vendeva tartarughe. Doveva essere un ex pescatore, o un lupo di fiume. Certo era molto male in arnese, coi vestiti logori, e la barba di una settimana, e gli occhi rossi per l’alcol. Era un povero, insomma, un vero povero, di quelli che allora erano abbastanza numerosi a Venezia, e si distinguevano per la miseria dei vestiti. E anche per le case. Ricordo delle vecchiette in abitazioni scure, in stanze al piano terra in cui non entrava mai il sole, e invece entrava l’acqua alta, d’autunno. Tutte avevano i capelli bianchi e i vestiti scuri. Ne ricordo una fra tutte, dentro la cui finestra sbirciavo sempre, tornando dalla scuola elementare, scolaro di quinta bravissimo in aritmetica, e che mi salutava, non so perché. Un giorno mi offrì un gattino, dicendomi che non aveva da dargli da mangiare, e lo portai a casa pieno di entusiasmo, e della speranza che me lo facessero tenere. Ma avevamo già avuto per un anno un altro animale, un cagnolino irrequieto che ne combinava di tutti i colori, che ci aveva fatto penare ed era morto di cimurro, e mia madre fu irremovibile. Non voleva saperne di animali liberi per la casa, e non amava i gatti. Costretto a riportare la bestiola alla vecchina, mi sentivo stringere il cuore. Disse che non importava, che non dovevo preoccuparmi, aveva una voce dolcissima e le passai il gattino attraverso la grata della finestra. La ricordo ancora andare verso l’angolo più buio della stanza, curva e vestita di nero.
Figure del male
Vi sono studiosi di filosofia, oggi, che tendono irresistibilmente alla narrativa. Come se l’aver frequentato romanzieri all’interno di un percorso di riflessione filosofica li spingesse a passare dall’utilizzo di narratori per lo sviluppo del proprio pensiero (quanti non si sono riferiti a Dostoevskij, ultimamente, a cominciare da Pareyson!) alla narrazione in proprio. Franco Rella, ad esempio, ha scritto il romanzo L’ultimo uomo (1996), che ho letto due anni fa, ma di cui non ricordo nulla: segno che non era forse una gran cosa, almeno per me. L’ultimo uomo non aggiunge nulla ai libri del Rella pensatore, pensatore drammatico, che ha bisogno di riferirsi ad altri, ad artisti come Van Gogh o Rembrandt, per far emergere una conoscenza sin-patica, ermeneuticamente produttiva.
Rella tende alla narrazione (anche Negli occhi di Vincent vi sono parti che sfiorano la narrativa, ma nella sostanza non è un narratore, ma un ricercatore di verità). Nel suo libro Figure del male (Feltrinelli, Milano 2002), egli esprime al meglio la sua tensione conoscitiva di fronte al massimo enigma, quello del male, confrontandosi con situazioni e autori e tradizioni (il Libro di Giobbe in particolare) in un modo che sta tra il teorico e l’esistenziale. Il mettersi in gioco personale, in qualche modo, di Rella è ciò che mi piace di più, nei suoi libri, ma ne costituisce anche un limite filosofico: di qui anche il proliferare di figure (Carl, Alex, Barnaba) che sono suoi doppi, senza autonomia di personaggi: sono pure maschere che potrebbero anche essere considerate inutili.
Rella vede che male non è solo la violenza, come sembra pensare René Girard, ma anche la souffrance “implicita in tutte le passioni”, iscritta, in definitiva, nel limite intrinseco alla creatura (uso qui questo termine cristiano che non è in contrasto con il pensiero di Rella, che deve non poco a Simone Weil). E giustamente intende che un uomo ridotto a puro patire, come un malato ridotto a cosa, sarebbe un problema radicale anche in una società redenta da ogni violenza umana.
Più narratore di Rella mi pare Sergio Givone. Il suo Favola delle cose ultime (Einaudi 1998) è un bel romanzo, di cui ci si ricorda qualche personaggio. Oltre al protagonista Ranabota (soprannome: sta per rana che non ha ancora terminato il suo sviluppo), il sanguigno pretone cacciatore, ad esempio, che ama la caccia ai beccaccini, “uccelli indiavolati”, come l’amano Lazzaro Scacerni e il sottoscritto .
Eros e amicizia

Ho appena terminato di leggere due libri che sembrano avere poco in comune: il romanzo di Anthony Trollope Il dottor Thorne, edito da Sellerio, e il Carteggio Cristina Campo – Alessandro Spina, edito da Morcelliana. Ma questi libri mi hanno fatto riflettere su molte cose, e in particolare sulla questione del rapporto tra eros e amicizia, e soprattutto sulla differenza tra i due.
Il dottor Thorne fa parte del ciclo del Barsetshire, questa contea immaginaria ma verosimile, e un primo motivo di godimento nella sua lettura sta proprio nella ciclicità come costruzione di un mondo parallelo, con numerosissimi personaggi che l’arte di Trollope rende vivi. Ma qui come sempre l’intreccio si fonda su una storia d’amore che le convenzioni sociali ostacolano in quanto l’amore richiede il matrimonio, e l’aristocrazia inglese non accetta un connubio tra sangue nobile e ignobile (a meno che questo non sia assistito da Mammona). La struttura narrativa è qui quanto mai tradizionale, coi due giovani il cui amore supera ogni ostacolo fino all’agnizione finale, con la povera che scopre di essere divenuta una ricca ereditiera e i nobili spocchiosi che s’inchinano al potere del denaro. Ma quel che mi interessa è l’eros. In questo contesto vittoriano esso è tanto poco ostentato quanto lo è l’amicizia. Tutto ciò che è sentimento deve essere socialmente controllato, e in particolare la passione deve essere soffocata, contenuta, o addirittura negata. La cultura dominante essendo tuttavia quella post-romantica, vi è un evidente problema di gestione del conflitto tra il principio dell’ordine sociale vigente e la stessa cultura letteraria e musicale che entro quell’ordine si sviluppa. Oggi è costume diffuso deprecare e disprezzare l’ordine vittoriano. Mi chiedo come appariremo noi agli occhi dei posteri.
Nel Dottor Thorne il tema dell’amicizia virile e femminile, con le loro differenti modalità, è ampiamente presente, mentre l’eros appare appena suggerito (anche se mi pare che nel brevissimo bacio dei due innamorati sia più potente che in una delle tante scene di sesso della nostra letteratura attuale). E appare anche la differenza tra l’amicizia tra diseguali e quella tra eguali, e la conferma che solo tra eguali (per sesso, età e tendenze) l’amicizia può essere piena, come già sapevano gli antichi. Ripenso alla mia amicizia con Alberto Gallas, che ha profondamente segnato la mia esistenza, facendomi tra l’altro capire l’assoluta estraneità tra l’amicizia stessa e l’eros. Questo implica il possesso, e non è mai puro, l’amicizia invece si realizza esattamente nell’apertura e nell’esclusione del possesso. La philia è vicina all’agape assai più che all’eros. Uno può essere servo d’amore, ma non di amicizia. “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15).
Uno dei segni più negativi della nostra epoca è l’oblio dell’amicizia, che ovunque si accompagna al trionfo dell’eros.
Di eros non si può cogliere neanche una stilla nel Carteggio tra Alessandro Spina e Cristina Campo, pubblicato da Morcelliana. Due scrittori che si ritraggono dietro pseudonimi, Spina del suo vero nome ancor più geloso. Del ritrarsi, intitolerei uno scritto su questi due autori. Tra di loro l’amicizia può essere solo parziale, e il Lei che continuano a darsi fino alla fine del carteggio mi piace e commuove. Si scrivono molto di libri, soprattutto quelli di Spina. Non trovo quel che speravo, un confronto tra le visioni del mondo, un qualcosa che trascendesse la letteratura. Forse le cose più serie se le saranno comunicate a viva voce. E certo, trovo in queste pagine una tremenda malinconia: la Campo sempre malata e sofferente, Spina di fronte al vuoto, e con la morte a fianco, e con la tentazione del suicidio. Sui letterati italiani contemporanei i due si scambiano battute annientanti:
(Tonio Kröger è nascosto nell’ombra, meglio così. Ciò che mi rende estranei quasi tutti i nostri intellettuali è la loro assoluta incapacità di percepire ancora il ritmo in tre tempi della vita. Sono veramente polvere. Nella camera-tomba in cui sono sepolti non giungono che urli e rumori. Insieme a Tonio, sulla veranda, ci sono tutti i personaggi della Città di Rame, guardano con gli stessi occhi, gli stessi sguardi avidi e affrettati. Un intellettuale italiano si annoierebbe. Bisogna, carissima, scrivere solo per i morti). (p. 117)
Il rione dei ragazzi
Il rione dei ragazzi di Naghib Mahfuz (1959, pubblicato in Italia da Tullio Pironti, Napoli 2001, trad. M. Murzi) è un romanzo ambizioso. Non conosco sufficientemente la letteratura araba, ed egiziana in particolare, per poter dire se letterariamente questo sia un bel libro all’interno della tradizione cui appartiene, e tuttavia, dato che è un romanzo, cioè appartiene ad un genere internazionale e inter-culturale sì, ma germinato dalla cultura occidentale, credo di doverlo definire un libro almeno in parte fallito. Nobilmente però. È fallito, secondo me, come romanzo. I suoi personaggi sono tanto più deboli come personaggi, quanto più in Mahfuz è forte l’ambizione di farne delle figure simboliche. E che figure simboliche! Il rione o quartiere del titolo sorge intorno alla casa di un uomo potentissimo, il fondatore, Ghabalawi (figura di Abramo) che continua a vivere nascosto nel succedersi delle generazioni che lo venerano e lo invocano pur non vedendolo mai. Esse sono divise e sempre in conflitto, benché il combattivo Ghabal (Mosé), l’uomo più buono di tutti, Rifaa (Gesù), e Kassem che è sintesi dei primi due (Maometto), siano tutti del sangue di Ghabalawi e si sforzino, di volta in volta, di portare la pace. Il senso mi pare chiaro: le tre tradizioni monoteistiche abramiche sono in un ingiustificato conflitto fratricida, e occorre giungere ad una soluzione di pace. Ma chi la porterà? La violenza e l’oppressione regnano sempre sovrane nel quartiere, e nessuno dei gruppi sfugge al suo dilagare. Infine Arafa, mago (figura di modernizzatore-tecnologo – forse con riferimento ai modernizzatori dell’Egitto negli anni 1950), con tutte le buone intenzioni da cui è animato non riesce a ottenere altro che far morire il vecchissimo, nascosto Ghabalawi. E il destino della sua opera non è del tutto chiaro, anche se il libro vuol terminare con una speranza di avvenire conciliato. Se come romanzo Il rione dei ragazzi non è un capolavoro, il suo livello spirituale è però alto. Vi si respira saggezza, amore per gli uomini, con un che di sufico e con un sentore di Tre Anelli. Gli islamisti radicali egiziani condannarono a morte Mahfuz per le sue idee di dialogo e conciliazione, ed egli subì un attentato. Di questi tempi, vale la pena leggerlo.
Discutere?
In questi ultimi giorni ho partecipato ad una discussione abbastanza complessa su La Poesia e lo Spirito. Ad un certo punto ho scritto:
In effetti, qui mi trovo almeno in parte in accordo con Valter: uno degli aspetti della cultura contemporanea che mi sembra più grave è la tendenza alla riduzione della differenza tra l’uomo e l’animale. La cosa, nonostante l’apparente “scientificità” presenta degli aspetti abbastanza ingenui. Ad esempio, si insiste molto sul fatto che abbiamo il 99 per cento dei geni in comune col bonobo. La cosa stupefacente non è questa, ma il fatto che in quell’un per cento di differenza ci sia il dato ineliminabile che gli umani parlano, e i bonobo no, gli umani hanno la cultura e i bonobo vivono al livello della pura natura, ovvero totalmente al di fuori del regno trascendente dei segni, ecc. E forse non è quell’1 per cento che può spiegare la differenza qualitativa essenziale tra l’umano e l’animale. Bisogna ricercare l’origine dei segni (parole, ecc.) che ci permettono di comunicare “storie” e “teorie”, e non solo ciò che è esperienza immediatamente presente. Continua a leggere
