Cecenia

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La Cecenia è lontanissima dagli occhi dell’Occidente. Il piccolo popolo ceceno nell’ultimo secolo ha patito pene inaudite. Ma è un popolo islamico “barbaro e lontano”. Questo video che ho casualmente trovato, un prodotto propagandistico della resistenza cecena al dominio russo, mostra l’evidente compenetrazione tra religione e nazionalità che, unita alla repressione putiniana, ha prodotto quel terribile impasto da cui sono uscite azioni mostruose e infinito terrore. Continua a leggere

La menzogna di Ulisse

gio.jpgIl divino, l’animale e l’umano non sono separati da una chiara linea di demarcazione nel primo romanzo di Jean Giono, La menzogna di Ulisse (1927 – tradotto in italiano da B. Bruno per la Biblioteca del Vascello, Roma 1994). Il titolo originario sembra quello di un saggio: Naissance de l’Odyssée, e come Nascita dell’Odissea viene ora riproposto da Guanda. Il mondo di questo Ulisse gioniano è bensì mediterraneo, ma non appare, se non superficialmente, connotato da quelle intenzioni para-filologiche che distinguono molti romanzi novecenteschi ambientati nell’antichità. Come il nobile ma fallito tentativo di Vintila Horia di narrare la vita di Platone ne La settima lettera (Rizzoli 2000), o quello di narrare la vita di una Pizia operato da William Golding ne La doppia voce (Corbaccio 1996). Questo Ulisse mangia pomodori, qualche volta, ed è in sostanza un cialtrone sognatore e donnaiolo, che tarda a tornare in patria perché gli piace una vita leggera da fannullone e da bevitore. Ma attenzione, qui non c’è affatto l’intento dissacratorio, di demistificazione, proprio di tante opere moderniste nei confronti dell’antico. Qui c’è l’esatto contrario, qui Giono ci mostra la nascita di un mito, quello di Ulisse, generato in un mondo in cui verità e menzogna non sono distinguibili, e la fama della sua forza rende realmente forte lo smunto e consumato reduce da Troia. Gli dèi, la natura, gli uomini, le donne, tutti sono assorbiti da una mitopoiesi che secondo Giono è la realtà stessa. Questo Ulisse è nello stesso tempo un povero diavolo ed un eroe, così come nel mondo pagano una cosa può essere se stessa e insieme anche un dio. L’incipit di questo breve romanzo è rapinoso, e mostra come la grande prosa di Giono si sia manifestata con tutte le sue qualità fin dalla prima opera.

Disteso sulla sabbia umida, Ulisse aprì gli occhi e vide il cielo. Null’altro che il cielo! Sotto di lui, la carne esangue della terra che partecipa ancora all’astuzia delle acque. Il mare perfido ululava dolcemente: le sue molli labbra verdi baciavano senza sosta, con baci feroci, la dura mascella delle rocce.

E basta questo poco per far sentire come tutto sia carne in Giono. Ma dove tutto è carne, lì il sacrificio attende le sue vittime. E infatti il forte Antinoo è massacrato da Ulisse, che è fisicamente debole, ma ha con sé l’universo, e lo stesso Ulisse, alla fine, andrà incontro alla morte che lo aspetta in Telemaco. Perché dove c’è mito c’è sangue, e di solito è umano.

Partito Democratico? Vecchiume.

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Il Partito Democratico sta nascendo molto male, come vede chiunque non sia cieco. All’interno di questo malo nascimento, mi colpisce L’appello per il sapere firmato dalle seguenti personalità.

Andrea Ranieri, Antonio Rusconi, Giuseppe Fioroni, Luigi Nicolais, Luigi Berlinguer, Giancarlo Lombardi, Mariangela Bastico, Giampaolo D’Andrea, Luciano Modica, Nando Dalla Chiesa, Mauro Ceruti, Italo Fiorin, Susanna Mantovani, Marco Rossi Doria, Walter Tocci, Domenico Volpini, Fausto Raciti, Pina Picierno, Paolino Madotto, Paolo Zocchi.

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L’aperto

lapert.jpgChe cosa si intende per verità? E per realtà? Ovviamente questa doppia domanda è filosoficamente ingenua, anche perché evoca subito la questione del che cosa e apre la strada all’aporia. E tuttavia come non impelagarsi in questioni del genere quando ogni libro che si rispetti, nell’ultimo secolo secondo i modi tipici del modernismo e del postmodernismo, finisce per porre al lettore siffatti interrogativi, anche ove la coscienza dell’autore, in quanto è manifesta nel libro stesso, ne sembri estranea? Forse nessuna cultura ha il potere di definire in modo stabile questi concetti, ma quello della semplice vita? Secondo Giorgio Agamben, nella nostra cultura il concetto della vita non viene mai definito come tale. Con questa affermazione inizia il suo L’aperto (Bollati Boringhieri, Torino 2002), che reca il sottotitolo L’uomo e l’animale e costituisce un complemento al famoso e bellissimo Homo sacer (Einaudi 1995). L’aperto mi pare un libro di domande. Ad es., a pag.14 leggo: Che cos’è l’uomo, se esso è sempre il luogo – e, insieme, il risultato – di divisioni e cesure incessanti? Lavorare su queste divisioni, chiedersi in che modo – nell’uomo – l’uomo è stato separato dal non-uomo e l’animale dall’umano, è più urgente che prendere posizione sulle grandi questioni, sui cosiddetti valori e diritti umani. E, forse, anche la sfera più luminosa delle relazioni col divino dipende, in qualche modo, da quella – più oscura – che ci separa dall’animale. (p. 24) E penso quanto abbiano da dire in proposito le antropogenesi di René Girard ed Eric Gans, i quali certo concordano su questa urgenza. Se vogliamo salvare l’umano dobbiamo mantenere – o restaurare là dove è stata recentemente compromessa – la differenza tra la vita animale e la vita umana. Leggo a pag. 29: Quando la differenza si cancella e i due termini collassano l’uno sull’altro – come sembra oggi avvenire -, anche la differenza tra l’essere e il nulla, il lecito e l’illecito, il divino e il demonico viene meno e, in suo luogo, appare qualcosa per cui perfino i nomi sembrano mancarci. Come non riferire quel qualcosa ad una condizione di violenza del tutto priva di limiti, cioè al caos? Leggendo questo breve testo (99 pagine, un numero suggestivo) non si può evitare di pensare quanto singolarmente vicino sia il pacifico animalista di oggi al nazista per cui la vita dell’ebreo non è umana.

L’umanizzazione integrale dell’animale coincide con una animalizzazione integrale dell’uomo (p.80).

Omosessualità

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Sono convinto che il comportamento omosessuale sia tanto più diffuso quanto più la società è pervasa di antagonismo tra i suoi membri, o, per usare una parola corrente, quanto più essa è competitiva. Il comportamento omosessuale ha infatti, nella mia visione, una base fortemente mimetica, sulla quale intendo sviluppare una riflessione. La società greca antica, in cui, come è noto, il comportamento omosessuale aveva la forma della pederastia, era una società i cui membri maschi liberi vivevano una dimensione di agonismo continuo, così come agonistici erano i rapporti tra le città dell’Ellade. Non è sorprendente quindi la diffusione in essa del comportamento omosessuale, così come non è sorprendente la sua diffusione e accettazione in Roma a seguito della sua ellenizzazione, e del suo passaggio da una società patriarcale solidaristica ad una imperiale-cosmopolita individualistico-competitiva.
Ma sulla opportunità e liceità dell’amore omosessuale fiorì nella Grecia un dibattito che vide pronunciamenti di filosofi come Platone, Aristotele e Plutarco. Qui riporto il passo delle Leggi (Libro VIII) in cui è trattata la questione.

ATENIESE: Non appena giunsi nel mio discorso alla questione riguardante l’educazione, vidi ragazzi e ragazze che si facevano reciprocamente manifestazioni d’affetto: e fui naturalmente colto dal timore, pensando che cosa si dovesse fare in uno stato simile in cui i giovani e le giovani sono bene allevati, liberi dalle fatiche più pesanti che attenuano il desiderio di eccessi, occupati tutti quanti, per tutta la vita, a fare sacrifici, feste, e cori. In che modo allora, in questo stato, si potrà stare lontani da quelle passioni che gettano la maggior parte delle persone in condizioni di estrema gravità, passioni da cui la ragione ordina di astenersi, se solo potesse diventare legge? E non c’è da stupirsi se le norme precedentemente stabilite tengono a freno la maggior parte di quelle passioni – il proibire infatti di arricchirsi eccessivamente costituisce un bene non piccolo per la temperanza; e tutto il complesso dell’educazione è stato ordinato secondo delle leggi che mirano a questi stessi scopi; ed inoltre l’occhio dei magistrati, obbligato a non guardare altrove, ma a controllare sempre e soprattutto i giovani, cerca di frenare, per quanto è umanamente possibile, le altre passioni -; ma come guardarsi dagli amori dei bambini, maschi e femmine, e da quelli delle donne che assumono il ruolo di uomini, o da quelli degli uomini che assumono il ruolo di donne, donde scaturisce tutta una serie di mali sia per gli uomini in privato, sia per gli stati interi? E quale farmaco, adatto in ciascuno di questi casi, si potrebbe trovare per sfuggire ad un simile rischio? Non è per nulla facile la questione, Clinia. E infatti, se tutta Creta e Sparta ci vengono non poco in aiuto in tutte le altre cose, quando fissiamo delle leggi che sono diverse dalle comuni consuetudini, intorno agli amori – diciamolo con franchezza dato che siamo fra di noi – ci sono assolutamente contrarie. Se qualcuno allora, formandosi alla natura, ristabilisse la legge in vigore prima di Laio, affermando che è giusto che i maschi non si uniscano con i maschi o con i ragazzi, come se fossero donne, nell’unione sessuale, e chiamasse a testimone la naturale inclinazione degli animali, dimostrando a tal proposito che nessun maschio ha relazioni con un altro maschio perché questo è contro natura, ricorrerrebbe forse a un’argomentazione persuasiva, ma in totale disaccordo con i vostri stati. Inoltre, proprio quel fatto su cui diciamo che il legislatore deve riporre la massima attenzione, non si accorda con questa materia. Noi infatti cerchiamo sempre quale, fra le leggi stabilite, conduce alla virtù e quale no: coraggio, allora, se fossimo d’accordo nel stabilire per legge che le consuetudini attuali sono buone o, in ogni caso, nient’affatto vergognose, quale contributo potrebbero darci per incrementare la virtù? Forse esse susciteranno nell’anima di chi viene persuaso l’inclinazione al coraggio, o in quella di chi persuade il genere della temperanza? O nessuno dovrebbe mai lasciarsi persuadere da queste cose, facendo, piuttosto, tutto il contrario? E non biasimerà ognuno la mollezza di chi cede ai piaceri e non è in grado di resistervi? E non criticherà quell’uomo che imita la donna e cerca di farsi simile ad essa? Chi fra gli uomini stabilirà per legge questo costume di vita? Nessuno, credo, se ha in mente che cos’è la vera legge. Ma come possiamo dire che quello che diciamo è vero? In effetti è necessario osservare qual è la natura dell’amicizia, della passione, e dei cosiddetti amori, se si vogliono comprendere rettamente tali questioni: due sono le specie di questi stati d’animo, e da queste due specie scaturisce un’altra terza specie, ma poiché vi è un solo nome che tutte le comprende, nascono difficoltà di ogni genere che rendono oscura l’intera materia.

CLINIA: E come è possibile?

ATENIESE: Noi diciamo che il simile ama il suo simile, riguardo ad una qualche virtù, e l’uguale il suo uguale, ma diciamo anche che l’indigenza ama la ricchezza, che è di genere opposto: ora quando l’una o l’altra di queste inclinazioni si fanno intense, diamo il nome di amore.

CLINIA: Giusto.

ATENIESE: L’attrazione che scaturisce dai contrari è terribile e selvaggia, e spesso non trova in noi rispondenza, mentre quella che scaturisce dai simili è dolce e trova tutta la vita rispondenza: quella che nasce dalla combinazione delle due innanzitutto non è da intendersi, né è facile comprendere che cosa vuole che accada chi ha in sé questa terza specie d’amore; e poi si è perplessi, perché uno è trascinato in opposte direzioni, e uno stato d’animo lo incita a cogliere la stagione della giovinezza, e l’altro glielo vieta. Chi infatti ama il corpo, e ha fame della giovinezza come di un frutto maturo, incita se stesso a saziarsene, e non attribuisce alcun onore alla disposizione dell’anima della persona amata: chi invece assegna un valore secondario al desiderio del corpo, osservandolo piuttosto che amandolo, mentre la sua anima concupisce un’altra anima, ritiene oltraggioso che un corpo voglia saziarsi di un altro corpo, e rispettando e venerando la temperanza, il coraggio, la nobiltà d’animo, l’intelligenza, vorrebbe sempre vivere castamente insieme al casto oggetto del suo desiderio. Questa è la terza specie d’amore che risulta dalla mescolanza di quelle due, e che ora abbiamo trattato per terza. E se tale è la natura di queste tre specie d’amore, forse bisogna che la legge le impedisca tutte e tre, vietando che nascano in noi, o non è chiaro che vorremmo che nel nostro stato vi fosse l’amore per la virtù, quell’amore che desidera che il giovane diventi il migliore, mentre impediremmo, nei limiti del possibile, gli altri due? Come dobbiamo parlare, caro Megillo?

MEGILLO: Quello che hai detto ora intorno a queste cose è assolutamente giusto, straniero.

ATENIESE: Dunque, a quanto pare, sei d’accordo con me, amico, e del resto lo pensavo: non ho bisogno di esaminare che cosa la vostra legge pensi a tal proposito, ma mi è sufficiente accettare il fatto che tu in questo discorso sia d’accordo con me. Dopo di che, più avanti, cercherò di persuadere anche Clinia, incantandolo. Questa è dunque una concessione che fate a me, ma ora torniamo a dare completa esposizione delle leggi.

MEGILLO: Giustissimo.

ATENIESE: Dovendo stabilire questa legge, posseggo in questo momento un’arte, per certi versi facile, ma che, inun certo senso, è in assoluto la più difficile.

MEGILLO: Come dici?

ATENIESE: Noi sappiamo che anche ora la maggior parte degli uomini, benché viva illegalmente, evita a proposito e diligentemente le relazioni intime con le belle persone, e non lo fa involontariamente, ma il più possibile di sua spontanea volontà.

MEGILLO: E quando?

ATENIESE: Quando un tale abbia ad esempio un bel fratello o una bella sorella. E allo stesso modo la stessa legge non scritta che riguarda il figlio e la figlia osserva in modo assai conveniente che non ci si corichi con loro, né apertamente, né di nascosto, o che non si abbiano contatti con costoro per un affetto inteso diversamente da come lo si dovrebbe intendere: e in ogni caso non si insinua affatto nella maggior parte delle persone il desiderio di simili relazioni.

MEGILLO: Vero.

ATENIESE: Dunque un piccolo discorso spegne tutti i piaceri come questi?

MEGILLO: Quale discorso?

ATENIESE: Affermare cioè che queste sono azioni assolutamente empie, odiose alla divinità, e le più turpi fra tutte le azioni vergognose. E non è forse questo il motivo, cioè che a tal proposito tutti dicono la stessa cosa, e ciascuno di noi come nasce sente sempre e ovunque raccontare le stesse cose, tanto nella commedia destinata a suscitare riso, quanto in ogni rappresentazione seria che viene detta “tragedia”, quando vengono introdotti in scena i Tieste, gli Edipi, o i Macarei, inconsapevoli amanti delle loro sorelle, che, avendo visto la verità dei fatti, infliggono prontamente a se stessi la morte come castigo della loro colpa?

MEGILLO: Quel che dici è giustissimo, vale a dire che questa fama tramandata ha un’incredibile potenza, se nessuno emette in alcun modo neppure un soffio che sia contrario alla legge.

ATENIESE: è dunque giusto ciò che si diceva un momento fa, e cioè che il legislatore che vuole assoggettare quella passione che rende particolarmente schiavi gli uomini può vedere facilmente come trattarla: rendendo sacra presso tutti questa tradizione, allo stesso modo presso gli schiavi e i liberi, i fanciulli e le donne, e così presso tutta la città, darà solidità a questa legge.

MEGILLO: Certamente. Ma come sarà possibile far sì che tutti sostengano volentieri una cosa di questo genere?

ATENIESE: Giusta osservazione: e proprio questo ho detto prima, e cioè che ero in grado di possedere un’arte in vista di questa legge che regola secondo natura le unioni carnali finalizzate alla procreazione, evitando che ci si astenga dall’unione fra maschi, in modo che non si elimini premeditatamente il genere umano disperdendo il seme sulle pietre e sui sassi, dove mai il seme potrà mettere le sue radici e trovare una natura feconda, e lo si possa tenere lontano da ogni grembo di donna nel quale tu non vorresti che nascesse. Se questa legge avrà durata e potere, così come ora ha potere sulle unioni carnali con i genitori, se giustamente vincerà anche nelle altre unioni illecite, allora determinerà una serie infinita di beni. Prima di tutto si fonda sulla natura, e, quindi, fa in modo di tenere lontani gli uomini dal furore e dalla follia erotica, da tutti gli adulteri, da tutti gli eccessi nel bere e nel mangiare, e li rende affettuosi verso le loro mogli: ma molti altri beni potrebbero nascere, se si riuscirà ad essere padroni di questa legge. Forse potrebbe comparire dinanzi a noi un uomo energico e giovane, pieno di molto sperma, e ascoltando la legge che abbiamo stabilito ci insulterà aspramente come se avessimo stabilito delle norme sciocche e impossibili, e urlerà dappertutto: in considerazione di queste cose io feci quel discorso, e cioè che possedevo un’arte, da un lato la più facile di tutte, e dall’altro la più difficile, che controllasse che questa legge, una volta stabilita, durasse nel tempo. è infatti assai facile comprendere quale legge è possibile applicare, e come – diciamo infatti che se questa norma verrà adeguatamente consacrata renderà schiava ogni anima e farà in modo che con senso di timore obbediscano alle leggi stabilite -, ma ora siamo giunti ad un punto che sembra che ciò non possa verificarsi, così come non si crede possibile che uno stato intero trascorra tutta la vita praticando la consuetudine dei pasti in comune. Ma i fatti provano che anche presso di voi avviene così, benché neppure nei vostri stati viene ritenuto conforme a natura il fatto che Le donne vi prendano parte. Per questa ragione, allora, e cioè per la forza dell’incredulità, ho detto che era assai difficile stabilire per legge queste due consuetudini.

MEGILLO: Quello che tu dici è giusto.

ATENIESE: Volete che io faccia il tentativo di dirvi un certo discorso, che ha in sé un certo grado di persuasione, dicendo qualcosa che non è al di sopra delle umane possibilità, ma può avvenire?

CLINIA: Come no?

ATENIESE: Si asterrà più facilmente dai piaceri d’amore e si conformerà volentieri e in modo conveniente alla norma stabilita intorno a questa materia chi ha un bel corpo e non trascura di esercitarlo, oppure chi ha un corpo debole?

CLINIA: Molto dì più chi non trascura di esercitare il proprio corpo.

ATENIESE: E non abbiamo mai sentito parlare del Tarantino Icco a proposito della gara olimpica e di altre competizioni? Per l’ambizione di vincere queste gare, possedendo tanto l’arte quanto il coraggio, insieme alla temperanza, nel suo animo, secondo quanto si racconta, non toccò mai donna o bambino in tutto quel periodo in cui l’allenamento era più intenso: e lo stesso discorso vale per Crisone, Astio, Diopompo, e molti altri. Eppure erano educati, per quanto riguarda le anime, in maniera di gran lunga peggiore rispetto ai miei e ai tuoi concittadini, Clinia, mentre pieni di vigore erano i loro corpi.

CLINIA: Quello che dici è vero. Anche gli antichi sostengono con forza, parlando di questi atleti, che allora le cose avvennero effettivamente così.

ATENIESE: Ebbene? Costoro per conseguire una vittoria nella lotta, nelle corse, e in altre gare del genere ebbero il coraggio di astenersi da quella pratica che molti definiscono felice, mentre i nostri figli non riusciranno a resistere in vista di una vittoria molto più nobile, vittoria di cui noi parleremo loro sin da bambini nei miti, e nei racconti, e nei canti, come della più bella che si possa conseguire, e della quale, incantandoli, li affascineremo?

CLINIA: Di quale vittoria parli?

ATENIESE: Della vittoria sui piaceri, per cui, se si riesce a dominarli, si vive felici, mentre se si è dominati, accade tutto il contrario. Ed inoltre la paura di compiere qualcosa che non sia affatto lecito non avrà, secondo noi, una forza tale che li farà dominare su quelle passioni sulle quali altri, inferiori a loro, hanno dominato?

CLINIA: è naturale.

ATENIESE: Poiché siamo giunti a questo punto parlando di questa legge, e siamo caduti in difficoltà a causa della malvagità dei molti, io dico che la nostra legge deve assolutamente procedere, dicendo, riguardo a queste stesse questioni, che i nostri cittadini non devono essere peggiori degli uccelli e di molti altri animali, i quali, generati in grandi frotte, sino all’età della procreazione, non ancora accoppiati, vivono casti e puri, e quando giungono all’età giusta, il maschio si accoppia con la femmina che più gli è gradita, e la femmina con il maschio, e vivono tutto il resto del tempo nella santità e nel rispetto della giustizia, mantenendo stabili i primi accordi del loro amore: bisogna che i nostri cittadini siano appunto migliori delle bestie. E se si lasciano corrompere dagli altri Greci e dalla maggior parte dei barbari, vedendo e anche sentendo dire che quell’Afrodite che è detta priva di ordine ha grande potere presso di loro, e così quelli non siano più capaci di dominarsi, bisogna che i custodi delle leggi, diventando legislatori, cerchino di escogitare una seconda legge.

CLINIA: Quale legge hai deciso di stabilire per loro, se la legge che ora è stabilita sfugge loro di mano?

ATENIESE: è chiaro che è quella che viene per seconda, subito dopo questa, Clinia.

CLINIA: Di quale parli?

ATENIESE: Parlo di una legge che renda quanto più è possibile senza allenamento la forza dei piaceri, volgendo in altre parti del corpo, attraverso le fatiche, l’afflusso e il nutrimento di quella forza. Questo potrebbe avvenire, se nel comportamento riguardante i piaceri sessuali non vi fosse una totale mancanza di pudore: se per vergogna, infatti, quelli facessero scarso uso dei piaceri sessuali, anche la padrona che hanno in sé risulterà indebolita. Ritengano dunque nobile compiere tali pratiche di nascosto, e questa consuetudine, considerata come usanza e legge non scritta, diventi legge, mentre sia turpe il non nascondersi, ma non il non agire affatto in tal modo. E così questo comportamento vergognoso e nobile sia stabilito nella nostra legge secondariamente, avendo un valore di secondaria importanza, e comprendendo in tre generi quell’unico genere formato da quelli che sono corrotti nella loro natura, e che diciamo che sono inferiori a se stessi, li si costringerà a non andare contro la legge.

CLINIA: Quali sono questi generi.

ATENIESE: La pietà verso gli dèi, l’amore per gli onori, e il desiderio non di bei corpi, ma delle nobili indoli dell’anima. Queste cose che abbiamo detto come in un mito sono delle preghiere che, se si realizzassero, rappresenterebbero un gran bene per tutti gli stati. Forse, se il dio vorrà, riusciremo con la forza ad ottenere l’una o l’altra di queste due condizioni riguardo ai piaceri d’amore: o che nessuno abbia il coraggio di toccare nessun cittadino libero e legittimo che non sia, per il marito, la sua sposa, e che nessuno sparga semi illegittimi e bastardi su concubine, o, essendo sterile, sui maschi, andando contro natura; oppure che si eliminino del tutto le relazioni intime fra maschi, e riguardo alle donne, se qualcuno avrà relazioni intime con qualcuna che non sia entrata in casa sua con l’auspicio degli dèi e con le sacre nozze, sia essa comprata o sia stata acquistata in qualche modo, e questo fatto non sia nascosto a nessuno, uomini e donne, risultino da noi fissate correttamente, a quanto pare, le leggi, se stabiliamo la norma per cui egli sia privato dei diritti civili, come fosse realmente uno straniero. Questa legge, sia che si debba dire che è una, o anche che sono due, sia stabilita a proposito dei piaceri sessuali e di tutti i piaceri d’amore in genere che, mossi da questi desideri, fanno in modo che noi intrecciamo delle relazioni, comportandoci più o meno rettamente.

Gli imperdonabili

campo.jpgSe non si ama Simone Weil non si può amare Cristina Campo, che ne è una sorta di avatar. La sua scrittura è preziosissima, e perciò può piacere a gente come Guido Ceronetti. Ma mentre Ceronetti, anche se vorrebbe essere un veggente, rimane un tipico letterato italiano, con la sua matta voglia di conquistare la gloria mediante lo stile, lo stile per la Campo è ascesi (stentava a pubblicare, molte sue pagine si son perdute). Ne Gli imperdonabili (Adelphi, 1987 – qui si cita dalla quarta edizione, del 1999) leggo:

Rintracciare di un’immagine mitica la prima veste terrena, ricondurne le vaste e vaghe linee nella fermezza incorruttibile del reale è un cammino di verità che realmente raggiunge il pathos quando tocchi riaddipanare, come fili di nebbia, sogni che intere stirpi hanno sdipanato. L’entrata alle Officine del Mago Mandrone, su non so quale vetta dell’Adamello, o alle Miniere di Re Laurino sul Rosengarten – luoghi dietro ai quali interi clan di pastori si persero, cantandone in ottave, favoleggiandone al fuoco – sono state, anch’esse, fotografate. La prima è un pertugio a losanga e vi conducono, quasi mistiche mura, blocchi di ghiaccio puro, ottenebrati dal nero cielo della montagna. L’altra è una fenditura orizzontale quasi a livello del suolo, mezzo nascosta da uno sperone e accecata di detriti (che la leggenda vuole accumulati da Re Laurino al tempo del suo sdegno contro gli uomini). Immaginare l’ascesa dell’antico alpigiano fin sotto quelle vette, l’attimo di arresto, sospeso alla muraglia vacillante dietro l’ultima rupe, la rapida, ebbra visione di quei recessi, nodo di tanti sogni dolorosi, tra le folate di vapori e il nero manto del temporale…
Nei libri che oggi raccolgono ciò che resta di quelle saghe, i passi che magnetizzano un bambino sono spesso, cosa strana, proprio le conclusioni luttuose: “Ora solo due cumuli di pietra segnano il punto dove, sull’altipiano, sorgeva l’atrio della reggia di Vaglianella…”. Ovvero: “Ora la capanna delle miosotidi non esiste più. I pastori che passano per la Val Travegnòl, indicando il prato tutto azzurro, dicono tra di loro: Guardate, un tempo qui c’era la tambra de selièttes (la capanna delle miosotidi)… “.
(p.47)

Lo sguardo sul non-più-presente che fu presenza di una bellezza irrevocabile. Avrei potuto citare questo passo in Divenire nulla

La caccia divina

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Il mio ottimo amico Alberto Astolfi insegna nel dipartimento di lettere occidentali antiche del John Truthful College di Grousehunting, nel Maine, da molti anni. Come me, ama la caccia e la pesca. Mi ha mandato questo scritto per il mio neonato blog. Lo pubblico con qualche giorno di ritardo, a meno di un mese dall’apertura della caccia qui da noi.

Nell’ultima ora della notte percepisci l’avvento della Dea. Lo sente l’animale vivo che ti è compagno, il cane, l’Argo, l’erede di infinite generazioni, la guida dell’uomo sui sentieri divini. Lo sente l’animale che tra poco sarà morto, la preda, quella che non può sapere di sé che sta vivendo l’ultima ora in una terra dell’Occidente postmoderno, donde la Dea sarà tra poco inesorabilmente bandita.

Ben poco resta, in verità, del culto puro di Artemide. Da un lato l’ha investito la massa, e la volgarità del denaro l’ha svilito. Dall’altro, il sentimento animalista ed ecologista dei nostri tempi, rivestimento irrazionale di una razionalità contraddittoria, l’ha diffamato e condannato.

I cacciatori rimasti sono per lo più gente incolta e profana. Non sanno quello che fanno. Praticano riti che danno loro piacere, in quanto danno loro piacere, ma questo li allontana dalla conoscenza. A qualsiasi classe sociale appartengano, per loro ciò che conta è la quantità: dei giorni di caccia, degli animali uccisi. Sono sportivi, secondo la loro opinione, massacratori secondo il sentimentalismo diffuso e l’opinione dei politicamente corretti. Con lo stesso animus essi possono andare ad ammazzare beccacce in Crimea o a gridare in uno stadio. Non sono sacerdoti di Artemide.

Il movimento che subitamente si arresta: irruzione dell’eterno nel tempo. E’ per questo che la forma suprema di caccia è quella col cane da ferma. Il suo oggetto è un uccello che sta sul terreno. Il cane lo cerca correndo nei prati e nei boschi, e quando ne avverte l’odore si avvicina ad esso e lo punta. Dopo qualche istante di immobilità assoluta (il cane che correva ecco è simile a statua di marmo) l’uccello spicca il volo. Allora tu punti il fucile, ne segui il volo, calcoli velocità e traiettoria, e spari. Se lo colpisci, l’uccello volante si ferma nell’aria, le piume spargendosi, nuvola intorno. In questi due istanti l’eterno per due volte irrompe. Questo è il duplice momento di Artemide, la sua epifania. Questa è la rivelazione del Desiderio al suo stato assolutamente puro.

DICTUM CONTRA
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Il sacer-dote rende sacro l’atto concreto facendolo accadere secondo una forma rituale, che ripete cioè un modello che il mito tramanda. Il sacro è sempre legato alla violenza, ma il sacro di Artemide no. Quella del lupo sulla preda non è violenza, e neppure quella del leone maschio che uccide i figli piccoli di un altro leone maschio. La violenza è quella dell’uomo sull’uomo. Perciò la caccia e la guerra hanno la stessa origine, ma non si amano. I loro sentieri sono lontani, e sempre più lontani. Mentre due orde di tifosi del calcio che si confrontano sono già guerra. Atena ed Ares sono molto più vicini tra loro di quanto entrambi non siano rispetto ad Artemide.

L’atto artemisio che avviene nel bosco non prevede una vittima consenziente al proprio sacrificio.

Trovare ciò che è nascosto. Ciò che si nasconde. Ciò che, essendo nascosto, può tuttavia volare. Ciò che nel volo ti può sfuggire. L’inafferrabile con le sole mani. Ciò che il fuoco può fermare, per un immensurabile istante, il fuoco che esce dal ferro che impugni. Mira! Il volo fermato e l’essente alato nelle tue mani. Il dileguante calore dell’uccello stato-vivo trapassa in te.

Qual è la tua città, Eraclito? In quale città il tuo santuario, Artemide?

Ragione e antiragione nel nostro tempo

41kHnkX9XdL__SX198_BO1,204,203,200_La ragione in lotta è il titolo di una delle tre lezioni tenute nel 1950 all’università di Heidelberg da Karl Jaspers, riunite sotto il titolo comune di Ragione e antiragione nel nostro tempo (SE, Milano 1999). Ne traggo queste righe.

L’insegnamento della filosofia ha luogo sul fondamento e con il presupposto di uno studio scientifico specializzato, che conservi la tradizione filosofica e si ponga il compito di promuovere il sapere concernente le categorie e i metodi del pensiero, sapere che non è ancora di per sé filosofia ma lavoro artigianale, senza il quale la filosofia non giunge a chiarezza – inoltre ha il compito di scoprire, nell’immensa mole del pensato, il semplice, l’essenziale. Una filosofia che si isolasse rinuncerebbe alla ragione. La filosofia come disciplina particolare resta problematica. In quanto insegnamento si limita a destare l’attenzione. Lo studio della filosofia ha quindi luogo attraverso lo studio delle scienze e nella prassi della propria vita, risveglia mediante la grande filosofia della tradizione.
Colui che insegna filosofia trova il suo senso nella lotta per la ragione mediante la ragione. In questa lotta, che si combatte solo con armi spirituali e consegna sempre al suo avversario ogni altra arma, vale forse quanto sto per dire.
Affinché nel mondo del pensiero si instauri un disinteresse pieno, è necessario che coloro che pensano siano interiormente indipendenti. E tale l’uomo diviene solo quando è spenta in lui ogni volontà di potenza, e forse solo quando si trova di fatto nell’impotenza. L’impotenza sembra la condizione per operare effettivamente in modo libero e destare la libertà. Nell’accontentarsi senza voler imporre a tutti i costi la propria volontà, il singolo uomo ha la probabilità di contribuire per la sua piccolissima parte a far sì che si crei uno spazio in cui la verità possa prosperare.
(pp. 83-84)

Del Centro Sacro

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L’antropologia generativa (che per comodo chiamerò AG) si colloca entro un contesto evoluzionistico, e deriva vari elementi dalla paleontropologia e dalla primatologia. Ma essa esclude che il passaggio dall’animale all’umano possa essere avvenuto gradualmente: tra un segnale animale e un segno umano, per quanto possano essere simili, o apparentemente quasi identici, intercorre una differenza essenziale: il segnale appartiene al mondo mondano orizzontale, mentre il segno a quello trascendente verticale. E il segno può essere emesso anche in assenza della cosa o della situazione cui si riferisce, a differenza del segnale, che ad una cosa o ad una situazione presente è sempre collegato. Il momento del trapasso tra l’animale e l’umano viene posto dall’AG nella forma di una scena originaria, nella quale un gruppo di pre-umani si trasforma un gruppo di proto-umani mediante l’emissione del primo segno. Questo segno è chiamato dall’AG il nome-di-Dio. Non è difficile capire il perché. L’ipotesi è la seguente:
Un gruppo di pre-umani, dal comportamento simile a quello di una banda di babbuini o di bonobo, ma nel quale i meccanismi che regolano la competizione intraspecifica stanno saltando a causa di quell’aumento sproporzionato della mimesi che è il prerequisito dell’ominizzazione, circonda una preda che ha appena ucciso. L’attività collettiva di caccia è presupposta in analogia a quanto osservato dalla primatologia in specie di primati a noi affini, e come in questi concerne solo individui di sesso maschile. Dunque, un gruppo di pre-umani maschi, altamente mimetici e privi ormai del meccanismo del pecking order, circonda una preda uccisa. Tutti vorrebbero appropriarsene. Sta per scatenarsi il conflitto per il possesso dell’oggetto del desiderio, poiché non c’è più la gerarchia animale con i suoi maschi alfa, beta, ecc.. L’oggetto sta al centro del cerchio, e quindi si può chiamare oggetto centrale. Si può comprendere come la struttura centro-cerchio, fondamentale per ogni società umana, sia già costituita. La spinta verso l’oggetto  sta dunque per scatenare un conflitto di tutti contro tutti, un conflitto che, al di fuori del controllo di ogni meccanismo naturale, porterebbe all’annientamento del gruppo in quanto tale. Di fronte a questa terrificante evenienza, nel gruppo proto-umano viene emesso, in una situazione di tensione estrema, mentre tutti stanno protendendo le loro mani verso l’oggetto del desiderio, un segnale di rinuncia, di differimento del gesto di appropriazione. Tutti lo accolgono, e, almeno per un po’, si ritraggono. L’umanità inizia con un gesto di appropriazione interrotto.
L’esperienza è sconvolgente, e i proto-umani la riferiscono all’oggetto stesso del loro desiderio, di cui si volevano appropriare. Questo risulta essere dotato di un potere immenso: quello di interrompere il flusso degli appetiti e di porsi come intangibile. Esso è già, in questa origine dell’umano, il Centro Sacro, quindi l’origine dell’umano è insieme l’origine del divino. In una fase successiva, i proto-umani si spartiranno quell’oggetto tra loro, e lo consumeranno, ma faranno proprio in questo l’esperienza della durabilità del segno anche nella scomparsa dell’oggetto. L’oggetto potrà essere evocato anche nella sua assenza reale, ed esso si presenterà come “eterno” e sovrabbondante: il cibo è limitato e può essere scarso, ma il segno che lo rappresenta è infinitamente riproducibile e non si consuma. Dunque, in questo little bang dell’origine dell’umano sono compresenti la potenza (ciò che gli uomini attribuiscono al divino, pongono nel Centro e bramano per se stessi); la religione (come ciò che lega il gruppo mediante una esperienza di beneficio salvifico ricevuto da un Essere, esperienza ripetibile mediante il rito); l’economia (come gestione delle risorse anzitutto alimentari); la giustizia (come equità nella distribuzione, come simmetria nei rapporti). Tutto ciò che è umano può essere riportato alla scena originaria. Una delle cose più interessanti dell’AG, è che essa è l’unica forma di pensiero laico che si faccia pienamente carico del religioso, mostrandone l’importanza fondamentale, senza per questo obbligare ad un’adesione soggettiva alla religione stessa, ma anche senza chiedere di rinunciarvi.

Aprire Venere

apr.jpgSono appena 105 pagine compresi gli indici quelle del libro di Georges Didi-Huberman Aprire Venere (1999, traduzione italiana di S.Chiodi per Einaudi 2001), ma si vorrebbe che ce ne fossero altre. È un saggio affascinante per chi, come me, della storia dell’arte si interessa più per i contenuti delle opere che per la loro forma. O meglio per chi si chiede perché quei soggetti, e non altri, perché in quella forma e non in un’altra. Perché, ad esempio, tutte quelle scene mitologiche per alcuni secoli d’arte pittorica e plastica.
Che violenza e sacrificio in qualche modo siano sempre dietro l’angolo lo so da Girard e da altri. Qualcuno di questi altri non nomina Girard, ma fa riferimento, in fondo, allo stesso ordine di realtà. Ad esempio, si legge alla pagina 30 del testo di Didi-Huberman:

…la Venere celeste è anche, per definizione, la Venere nata dal sesso mozzato del Cielo: essa si muove di conseguenza in una sfera mitologica che è, in maniera incontrovertibile – i miti sono fatti così -, una sfera di crudeltà strutturale.

Più girardiano di così… E a pagina 32:

Edgar Wind può certo rassicurare il suo lettore sul carattere retorico di questo “smembramento”, ma ciò non toglie che l’impurità e la lacerazione costituiscono, nella visione umanistica di Venere, due principî ontologici fondamentali. In termini di teologia neo-orfica si potrebbe dire: “Ogni volta infatti che l’Uno supremo discende nei Molti, questo atto di creazione viene immaginato come un’agonia sacrificale, in cui l’Uno è fatto a pezzi e disperso. La creazione è quindi concepita come una morte cosmogonica mediante la quale la potenza concentrata di una divinità viene offerta e sparsa”. Edgar Wind chiamerà giustamente tutto questo, in linguaggio neoplatonico, il “ritmo dialettico dell’Uno e dei Molti”.

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Sapienza sacrificale di Sandro Botticelli. Le sue tavole illustranti la storia di Nastagio degli Onesti sono di una crudeltà stupefacente. Una crudeltà pari all’arte della composizione, che trasforma quello che è l’ordine degli alberi nelle scene di sacrificio e smembramento nell’ordine geometrico delle colonne della sala del banchetto nuziale.

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