Del Centro Sacro

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L’antropologia generativa (che per comodo chiamerò AG) si colloca entro un contesto evoluzionistico, e deriva vari elementi dalla paleontropologia e dalla primatologia. Ma essa esclude che il passaggio dall’animale all’umano possa essere avvenuto gradualmente: tra un segnale animale e un segno umano, per quanto possano essere simili, o apparentemente quasi identici, intercorre una differenza essenziale: il segnale appartiene al mondo mondano orizzontale, mentre il segno a quello trascendente verticale. E il segno può essere emesso anche in assenza della cosa o della situazione cui si riferisce, a differenza del segnale, che ad una cosa o ad una situazione presente è sempre collegato. Il momento del trapasso tra l’animale e l’umano viene posto dall’AG nella forma di una scena originaria, nella quale un gruppo di pre-umani si trasforma un gruppo di proto-umani mediante l’emissione del primo segno. Questo segno è chiamato dall’AG il nome-di-Dio. Non è difficile capire il perché. L’ipotesi è la seguente:
Un gruppo di pre-umani, dal comportamento simile a quello di una banda di babbuini o di bonobo, ma nel quale i meccanismi che regolano la competizione intraspecifica stanno saltando a causa di quell’aumento sproporzionato della mimesi che è il prerequisito dell’ominizzazione, circonda una preda che ha appena ucciso. L’attività collettiva di caccia è presupposta in analogia a quanto osservato dalla primatologia in specie di primati a noi affini, e come in questi concerne solo individui di sesso maschile. Dunque, un gruppo di pre-umani maschi, altamente mimetici e privi ormai del meccanismo del pecking order, circonda una preda uccisa. Tutti vorrebbero appropriarsene. Sta per scatenarsi il conflitto per il possesso dell’oggetto del desiderio, poiché non c’è più la gerarchia animale con i suoi maschi alfa, beta, ecc.. L’oggetto sta al centro del cerchio, e quindi si può chiamare oggetto centrale. Si può comprendere come la struttura centro-cerchio, fondamentale per ogni società umana, sia già costituita. La spinta verso l’oggetto  sta dunque per scatenare un conflitto di tutti contro tutti, un conflitto che, al di fuori del controllo di ogni meccanismo naturale, porterebbe all’annientamento del gruppo in quanto tale. Di fronte a questa terrificante evenienza, nel gruppo proto-umano viene emesso, in una situazione di tensione estrema, mentre tutti stanno protendendo le loro mani verso l’oggetto del desiderio, un segnale di rinuncia, di differimento del gesto di appropriazione. Tutti lo accolgono, e, almeno per un po’, si ritraggono. L’umanità inizia con un gesto di appropriazione interrotto.
L’esperienza è sconvolgente, e i proto-umani la riferiscono all’oggetto stesso del loro desiderio, di cui si volevano appropriare. Questo risulta essere dotato di un potere immenso: quello di interrompere il flusso degli appetiti e di porsi come intangibile. Esso è già, in questa origine dell’umano, il Centro Sacro, quindi l’origine dell’umano è insieme l’origine del divino. In una fase successiva, i proto-umani si spartiranno quell’oggetto tra loro, e lo consumeranno, ma faranno proprio in questo l’esperienza della durabilità del segno anche nella scomparsa dell’oggetto. L’oggetto potrà essere evocato anche nella sua assenza reale, ed esso si presenterà come “eterno” e sovrabbondante: il cibo è limitato e può essere scarso, ma il segno che lo rappresenta è infinitamente riproducibile e non si consuma. Dunque, in questo little bang dell’origine dell’umano sono compresenti la potenza (ciò che gli uomini attribuiscono al divino, pongono nel Centro e bramano per se stessi); la religione (come ciò che lega il gruppo mediante una esperienza di beneficio salvifico ricevuto da un Essere, esperienza ripetibile mediante il rito); l’economia (come gestione delle risorse anzitutto alimentari); la giustizia (come equità nella distribuzione, come simmetria nei rapporti). Tutto ciò che è umano può essere riportato alla scena originaria. Una delle cose più interessanti dell’AG, è che essa è l’unica forma di pensiero laico che si faccia pienamente carico del religioso, mostrandone l’importanza fondamentale, senza per questo obbligare ad un’adesione soggettiva alla religione stessa, ma anche senza chiedere di rinunciarvi.

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