Eros e amicizia

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Ho appena terminato di leggere due libri che sembrano avere poco in comune: il romanzo di Anthony Trollope Il dottor Thorne, edito da Sellerio, e il Carteggio Cristina Campo – Alessandro Spina, edito da Morcelliana. Ma questi libri mi hanno fatto riflettere su molte cose, e in particolare sulla questione del rapporto tra eros e amicizia, e soprattutto sulla differenza tra i due.
Il dottor Thorne fa parte del ciclo del Barsetshire, questa contea immaginaria ma verosimile, e un primo motivo di godimento nella sua lettura sta proprio nella ciclicità come costruzione di un mondo parallelo, con numerosissimi personaggi che l’arte di Trollope rende vivi. Ma qui come sempre l’intreccio si fonda su una storia d’amore che le convenzioni sociali ostacolano in quanto l’amore richiede il matrimonio, e l’aristocrazia inglese non accetta un connubio tra sangue nobile e ignobile (a meno che questo non sia assistito da Mammona). La struttura narrativa è qui quanto mai tradizionale, coi due giovani il cui amore supera ogni ostacolo fino all’agnizione finale, con la povera che scopre di essere divenuta una ricca ereditiera e i nobili spocchiosi che s’inchinano al potere del denaro. Ma quel che mi interessa è l’eros. In questo contesto vittoriano esso è tanto poco ostentato quanto lo è l’amicizia. Tutto ciò che è sentimento deve essere socialmente controllato, e in particolare la passione deve essere soffocata, contenuta, o addirittura negata. La cultura dominante essendo tuttavia quella post-romantica, vi è un evidente problema di gestione del conflitto tra il principio dell’ordine sociale vigente e la stessa cultura letteraria e musicale che entro quell’ordine si sviluppa. Oggi è costume diffuso deprecare e disprezzare l’ordine vittoriano. Mi chiedo come appariremo noi agli occhi dei posteri.
Nel Dottor Thorne il tema dell’amicizia virile e femminile, con le loro differenti modalità, è ampiamente presente, mentre l’eros appare appena suggerito (anche se mi pare che nel brevissimo bacio dei due innamorati sia più potente che in una delle tante scene di sesso della nostra letteratura attuale). E appare anche la differenza tra l’amicizia tra diseguali e quella tra eguali, e la conferma che solo tra eguali (per sesso, età e tendenze) l’amicizia può essere piena, come già sapevano gli antichi. Ripenso alla mia amicizia con Alberto Gallas, che ha profondamente segnato la mia esistenza, facendomi tra l’altro capire l’assoluta estraneità tra l’amicizia stessa e l’eros. Questo implica il possesso, e non è mai puro, l’amicizia invece si realizza esattamente nell’apertura e nell’esclusione del possesso. La philia è vicina all’agape assai più che all’eros. Uno può essere servo d’amore, ma non di amicizia. “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15).
Uno dei segni più negativi della nostra epoca è l’oblio dell’amicizia, che ovunque si accompagna al trionfo dell’eros.

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Di eros non si può cogliere neanche una stilla nel Carteggio tra Alessandro Spina e Cristina Campo, pubblicato da Morcelliana. Due scrittori che si ritraggono dietro pseudonimi, Spina del suo vero nome ancor più geloso. Del ritrarsi, intitolerei uno scritto su questi due autori. Tra di loro l’amicizia può essere solo parziale, e il Lei che continuano a darsi fino alla fine del carteggio mi piace e commuove. Si scrivono molto di libri, soprattutto quelli di Spina. Non trovo quel che speravo, un confronto tra le visioni del mondo, un qualcosa che trascendesse la letteratura. Forse le cose più serie se le saranno comunicate a viva voce. E certo, trovo in queste pagine una tremenda malinconia: la Campo sempre malata e sofferente, Spina di fronte al vuoto, e con la morte a fianco, e con la tentazione del suicidio. Sui letterati italiani contemporanei i due si scambiano battute annientanti:

(Tonio Kröger è nascosto nell’ombra, meglio così. Ciò che mi rende estranei quasi tutti i nostri intellettuali è la loro assoluta incapacità di percepire ancora il ritmo in tre tempi della vita. Sono veramente polvere. Nella camera-tomba in cui sono sepolti non giungono che urli e rumori. Insieme a Tonio, sulla veranda, ci sono tutti i personaggi della Città di Rame, guardano con gli stessi occhi, gli stessi sguardi avidi e affrettati. Un intellettuale italiano si annoierebbe. Bisogna, carissima, scrivere solo per i morti). (p. 117)

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