The Genealogy of Violence

bellinger_violence.jpgNella mia ricerca ho notato che grandi pensatori e i loro seguaci tendono ad operare in un ingiustificabile isolamento gli uni dagli altri. Barth fa dei commenti su Kierkegaard che rivelano, a volte, una carenza di lettura accurata e di interpretazione; egli probabilmente non ha mai letto nulla di Voegelin. Voegelin raramente fa qualche menzione di Kierkegaard o Barth e molto probabilmente non ha letto nulla di Girard. Girard raramente cita Kierkegaard o Barth e molto probabilmente non ha letto nulla di Voegelin. Trovo questa situazione frustrante e sconcertante, un fallimento dell’erudizione su certi punti capitali ove esiste la più grande potenzialità di dialogo e di reciproca fecondazione. Superare questo ingiustificabile isolamento, e portare questi pensatori a dialogare tra loro è per me un obiettivo primario.

Scrive così Charles Bellinger nell’introduzione (p.11) al suo The Genealogy of Violence, che ha come sottotitolo Reflections on Creation, Freedom and Evil (Oxford University Press, New York, 2001). Bellinger cerca di vedere Kierkegaard in una nuova luce, tale che possa rendere sensata una sua interazione, per così dire, con René Girard. Coordinando la teoria girardiana della dimensione orizzontale del desiderio e del capro espiatorio con la visione kierkegaardiana della dimensione verticale dell’esistenza in relazione con Dio, Bellinger pensa di poter formulare una teoria teologica delle radici della violenza. La cosa più interessante, tra le tante interessanti, che ho trovato in questo libro è il parallelo tra due pensatori in apparenza così diversi come Girard e Kierkegaard nel concetto di una Caduta del Cristianesimo: nella logica sacrificale, secondo Girard, nella Cristianità borghese secondo Kierkegaard: entrambi i pensatori secondo Bellinger sono qualificabili come “anabattisti”, in quanto il Cristianesimo per risorgere deve tornare all’origine, e l’origine è l’Evangelo di Gesù Cristo.

La teoria psicologica di Girard comincia con la percezione di una manchevolezza esistenziale, il motore che spinge il desiderio mimetico e la rivalità. Ma perché gli esseri umani hanno questa percezione di manchevolezza? Questo è il genere di domanda fondamentale cui la scienza sociale “empirica” non può rispondere, proprio come una scienza fisica “empirica” non può dire che cosa abbia preceduto il Big Bang. Il pensiero di Kierkegaard suggerisce una risposta teologica a questa domanda. Noi abbiamo questa percezione di manchevolezza perché siamo creature la cui creazione non è terminata. Siamo immaturi. Non siamo ancora arrivati al telos della nostra esistenza. Siamo implicati nel processo della creazione, che è in corso. In questa prospettiva di fondo, il pensiero di Kierkegaard mostra come la teoria secolare e orizzontale di Girard possa essere sviluppata fino al più profondo livello di intuizione teologica. (p. 74)

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